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DON ABBONDIO



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DON ABBONDIO


Don Abbondio è la ura che ha riscosso la maggior popolarità e alla quale l’autore ha assegnato, nell’economia dl racconto, un parte importantissima

E’ il primo personaggio che incontriamo, iniziando la lettura, ed è quello a cui il Manzoni ricorrerà spesso per ricondurre alla normalità certe situazioni divenute drammatiche.

Nacque in un secolo di prepotenze e soprusi, quando la giustizia non tutelava i deboli, Quando circolavano bravi, quando carestie, invasioni e epidemie rendevano spesso la gente più cattiva di quanto non fosse veramente. Così lui, “senza artigli e senza zanne”, lui “vaso di terracotta” fragile, si fece prete, convinto di aver trovato un rifugio sicuro protetto da un’istituzione più che millenaria.

Ma osserviamo più in concreto i suoi difetti e poi vediamo fino a che punto sarà il caso di condannarlo.

Don Abbondio è un pover’uomo: di mente ristretta, schiavo delle convenienze, pigro nel lasciarsi dominare dagli uomini e dagli eventi, non comprende ogni problema e ha frainteso la missione del prete credendo il sacerdozio un’oasi e non un posto di battaglia.

Non ha interessi per la cultura: legge per dovere, per abitudine e forse per non sembrare del tutto rozzo e incolto.



La paura è il male terribile che lo affligge e lo rende egoista, gretto, meschino, irrazionale, tragicamente comico; per paura diventa crudele e complice dei violenti. Ma non si rende conto del suo stato e ricorda spesso agli altri il suo buon cuore e i suoi consigli disinteressati. Purtroppo vive nel sospetto e si serve delle poche armi che ha a disposizione per difendersi: il latinorum e il grossolano imbroglio verso gli ignoranti.

La comicità e la drammaticità di don Abbondio consistono nel fatto che lui non è mai all’altezza della situazione. Ci fa stizza e compassione; ci fa sorridere ed anche ridere, ma spesso proviamo per lui un sentimento di pietà perché il Manzoni vuole che lo si accetti come uno dei tanti esempi che esistono nella realtà.

Compatiamolo, allora, questo povero prete mancato e trepidante, questo “martire” mancato, perché la sua natura era esagerata ma non senza motivi d’esistere: se sbagliò non fu per cattiveria ma per debolezza, poiché a Renzo e a Lucia “in fondo aveva sempre voluto bene”.









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