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Il realismo nell’800 in arte e letteratura



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Il realismo nell’800 in arte e letteratura


Dopo i moti del ‘48 e soprattutto dopo che in tutta l’Europa liberale era avvenuto il trionfo e l’istituzionalizzazione degli ideali di unità, indipendenza ed autogoverno, i “valori” ideali dei romantici avevano esaurito le loro funzioni. Era ora il momento che i principi di libertà politica e di giustizia sociale venissero applicati e tutelati ugualmente in tutte le classi sociali. C’era la necessità di rinunciare alle grandi visioni storiche e filosofiche e di spostare l’attenzione verso le necessità dell’umanità contemporanea: i bisogni concreti delle masse e le istanze contingenti del vivere quotidiano. 

Fu così che in campo filosofico all’idealismo si sostituì il positivismo di Comte, sostenuto dalle teorie evoluzionistiche di Darwin. Infatti, i positivisti affermavano ottimisticamente che la ricerca della verità debba essere condotta col metodo scientifico-sperimentale e che occorra perciò rifiutare tutte le idee astratte.

Alla filosofia positivista si rifecero sia le correnti realistiche letterarie, sia quelle artistiche.



La prima tendenza realistica in campo letterario ebbe le sue prime manifestazioni in Francia, patria di Comte, dove assunse il nome di naturalismo. Qui, grazie anche all’influsso della corrente deterministica, secondo cui ogni avvenimento, e quindi anche l’uomo è casualmente e necessariamente determinato da quello che lo precede (ed è quindi possibile conoscere l’uomo e la realtà in tutti i suoi aspetti), le opere realiste vennero viste come documenti critici della società che potevano quindi essere utili ai politici e agli economisti per comprendere la società moderna.

Il precursore della tendenza realistica fu Honoré De Balzac, mentre i primi rappresentanti furono Gustave Flaubert e Guy De Maupassant, ma i portavoce più autorevoli furono i fratelli Edmond e Jules De Goncourt ed Emile Zola.

Esemplare è appunto la ura di quest’ultimo, il quale meglio di ogni altro autore realista aveva applicato il principio dell’impersonalità dell’arte, è cioè la tendenza a fotografare la realtà e rappresentare il documento umano oggettivamente. Infatti, ne “Il romanzo sperimentale”, simbolo del naturalismo francese, sottolineava la scientificità del romanzo del quale, lo scrittore-scienziato (con un’analisi esterna fondata su un giudizio oggettivo e scientifico) doveva fare l’”anatomia di ciò che è”.  Sempre riguardo alla sua produzione è poi da ricordare il suo ciclo di 19 romanzi, che doveva servire per una comprensione organica e globale della società e al contempo esorcizzare il frammentarismo della società e del mondo.

Sia Zola che i Fratelli De Goncourt vedevano nel romanzo la rappresentazione, portata attraverso l’analisi e la ricerca psicologica,della storia contemporanea e dell’uomo nell’ambiente in cui vive, come si può dedurre da “Il romanzo sperimentale” e dalla prefazione a “Germinie Lacerteux”, capolavoro dei De Goncourt.

Nonostante questo non attesero ai loro propositi, tant’è vero che gli stessi fratelli De Goncourt che con tanta veemenza si erano propositi di rappresentare tutta la società, si fermarono a rappresentare gli strati più bassi e degradati della società, essendo secondo loro più facili da analizzare, grazie alla loro maggior istintività, scadendo così nel gusto del diverso e del macabro. Fu anche per questo che la loro letteratura, che voleva contrariare le abitudini del pubblico e distaccarsi dalla vuota lettura romantica, in realtà fu apprezzata dai contemporanei.

Anche dal punto di vista delle arti urative la Francia si presentò, attorno agli anni ’40 come culla della variegata corrente realista, la quale ebbe però la sua definitiva consacrazione nel 1855, quando il pittore e teorico Gustave Courbet definì la poetica realistica in un opuscolo scritto in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi e contemporaneamente aprì il “Pavillon du Realisme”. Il realismo ebbe poi il suo momento culminante nel periodo del II impero, caratterizzato fra l’altro dal massimo sviluppo della borghesia.

Concordemente alle idee positiviste, il critico che vedeva nel realismo come un’arte che fosse diretta imitazione del vero e dei rapporti del mondo contemporaneo nella sua complessità naturale e sociale, libera dal dominio dell’Idea (che caratterizzava il movimento classicista) dagli eccessi della fantasia (caratteristici del romanticismo e del barocco). Nonostante questo il realismo alcune premesse del romanticismo, come il valore unificante della storia e l’amore per la natura, e del razionalismo illuminista, come la volontà di cogliere la verità oggettiva della natura e la fede nel ruolo positivo dell’uomo.



Inoltre contenuti positivisti sono presenti anche nel metodo: i realisti adottarono, infatti, strumenti di analisi imparziali ed obiettivi, come per esempio la fotografia, che si può dedurre dal taglio fotografico di numerose opere.

Il realismo nell’arte, ammirato in modo particolare da Zola, era strettamente legato a quello letterario, infatti, non diversi da quelli dei De Goncourt erano i soggetti degli artisti realisti, che parimenti si proponevano come soggetto tutti gli aspetti della vita ma che rappresentarono soprattutto soggetti di bassa estrazione sociale, come contadini intenti al lavoro.

I tre maggiori artisti del realismo francese furono il sopraccitato Gustave Courbet, resosi famoso grazie alle opere più rappresentative del realismo come “Gli spaccapietre” e “Funerale a Ornans”, fu sempre un accanito antiaccademico, tanto che si formò da autodidatta osservando i quadri del Louvre; Honoré Daumier, litografo, pittore e scrittore, che però, con la proclamazione dell’impero, si dedicò definitivamente alla pittura (da ricordarsi fra le sue opere è “il vagone di terza classe”, in cui rappresenta con una vigorosa plasticità ed un forte uso dei chiaro-scuri un vagone affollato in cui emerge non solo il dato oggettivo ma anche la tecipazione dell’autore al dato emotivo); e infine Jean-François Millet, che apparteneva alla scuola di Barbizon, paese presso parigini, i cui quadri, “popolati” da ure di lavoratori, anticipavano i modi del plen air impressionista (reso tra l’altro possibile dalle conquiste dell’industria chimica), fra questi è da ricordare la famosa tela de “Le spigolatrici”.

Altre forme di realismo si diffusero poi anche nel resto dell’Europa, in Inghilterra, per esempio, già dagli anni 30 erano presenti delle manifestazioni che seguivano l’esempio di Constable, fra l’altro ispiratore anche di Millet, anche se queste erano caratterizzate da un moralismo sfrontato (nonostante tutto anche i realisti e i naturalisti francesi in varie occasioni, andando contro i loro intenti, scadettero in varie occasioni in forme di moralismo, primi fra tutti i fratelli De Goncourt).

Moralismo, che, fra l’altro, si rincontrava anche in ambito letterario nei romanzi sociali di Charles Dickens. Altri autorevoli autori realisti furono poi i due russi: Fëdor Michajlovic Dostoévskij, il quale aveva a lungo indagato sugli aspetti demoniaci dell’uomo e Lev Nikolaevic Tolstoj, che, con i suoi romanzi, contribuì alla trasformazione della vita sociale, affrontando problemi come il diritto di proprietà e l’opposizione al potere.

L’Italia sebbene priva di una reale tendenza artistica nel campo delle arti urative, se si eccettua l’esempio della scuola di Posillipo, vide sorgere un acceso dibattito riguardo al realismo in ambito letterario, a cui ci riferiva parlando di verismo, che interessò i campi della filosofia, del teatro e soprattutto della narrativa.



Anche i veristi, come aveva affermato Spinazzola, si richiamarono al positivismo, condividendone la volontà di definire una fisiologia del comportamento umano, considerato nelle costanti strutturali della sua natura, ma a differenza dei francesi, i quali imprimevano al loro criticismo una spinta dinamica, i veristi lo assumevano in una prospettiva statica, delegandoli solo il compito di sfatare le illusioni in nome di un pessimistico fatalismo (che si era sostituito negli autori italiani al determinismo francese).

Riguardo alla nuova corrente letteraria, interessanti erano le due posizioni dei due più autorevoli critici del tempo: il classicista De Sanctis e il primo autore e teorico verista, Luigi Capuana. Entrambi sottolinearono, anche se in modo differente, come la letteratura non poteva essere caratterizzata da quella che Zola chiamava l’impersonalità dell’arte, ma che era sempre e comunque una visione soggettiva della realtà, anche nel tentativo di leggerla nel modo più oggettivo possibile.

E quindi, se il primo vedeva il naturalismo come uno strumento utile per portare l’arte italiana ad un recupero del senso reale del concreto, anche se con dei correttivi, in quanto lui, come gli altri artisti italiani, non credeva nel determinismo, che rendeva possibile, secondo i francesi, l’equazione arte e scienza.

De Sanctis influenzò anche in modo diretto la letteratura italiana propugnando alcuni caratteri salienti del verismo come il regionalismo, ovvero la tendenza nei vari autori a descrivere la propria regione nel suo paesaggio, nel suo folklore e nelle sue problematiche sociali (soprattutto delle regioni meridionali), e l’uso di un linguaggio nazionale ma permeato da frequenti espressioni dialettali (in modo da avvicinare la letteratura alla vita).  Non molto differenti furono le posizioni di Capuana espresse nella recensione de “I Malavoglia”, capolavoro del più grande artista verista, Giovanni Verga, il quale a sua volta vedeva appunto il naturalismo come valido metodo per creare un’arte più oggettiva possibile.

Fu poi Verga a mettere in atto le idee di questi due critici, a partire dalla sua seconda produzione verista, e cioè dal 1874, con la stesura della sua prima novella verista: “Nedda”.Verga, infatti, come artista era stato in precedenza uno dei tardo-romantici sentimentali, ma vendendo a contatto con prima l’ambiente culturale fiorentino, poi milanese si dedicò ad una strenua ricerca del vero.

In Italia il realismo ebbe una notevole fortuna anche nel campo teatrale, per il quale si resero noti Pietro Mascagni, con la sua “Cavalleria rusticana” ripresa direttamente da una delle novelle di Verga e Giacomo Puccini, il quale, anche se non con esiti propriamente realistici, visto il suo abbandono alla patetismo ebbe molta fortuna con la “Bohème”, ripresa dal romanzo “Scènes de la vie de Bohème” di un arista realista di minor calibro, Henri Murger.







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