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SALVATORE QUASIMODO



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SALVATORE QUASIMODO

La vita


Nasce a Modica in provincia di Ragusa il 20 agosto, da Gaetano e Clotilde Ragusa. Trascorre i primi anni fra Roccalumera, Gela, Acquaviva, Trabia.


Gaetano Quasimodo, il padre, dipendente delle FF. SS., viene trasferito alla stazione di Messina, con tutta la famiglia, poco dopo il terremoto del 28 dicembre che distrusse Messina e Reggio Calabria. ½ giunse due giorni dopo il terremoto che aveva devastato l’intera città: le macerie delle case crollate, i mucchi di cadaveri, la disperazione dei superstiti furono uno spettacolo che rimase indelebile nel suo animo, come egli stesse ricorda nella poesia Al padre. È questa la prima impressione di una Sicilia tormentata da un destino selvaggio di dolore ed è un’immagine che non dimenticherà più.

Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei cari merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele disseccate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.



Fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio de ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
della fucileria degli sbarchi, un conto
di numerosi bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.


Si iscrive al Politecnico di Roma e si stabilisce in quella città. Nel 1921 è studente universitario in ingegneria: ma solo per alcuni anni perché, non avendo superato gli esami del biennio e dopo aver inutilmente tentato anche il corso di fisica, fu costretto a rinunziare e a lavorare per vivere, lontano com’era dalla famiglia e senza aiuti finanziari. Lavorò presso uno studio di un ingegnere, facendo il disegnatore tecnico, e trovò anche un impiego presso la Rinascente. Gli anni romani furono senza poesia, ma furono anni di formazione culturale e umana: le nostalgie della terra natale e della infanzia; le insoddisfazioni di un lavoro senza vocazione, i primi contatti con le lingue classiche, più proficue e approfondite letture di testi letterati e filosofici.


Dopo aver fatto vari lavori negli anni precedenti, viene assunto quale 'geometra straordinario' dal Ministero dei Lavori Pubblici e assegnato al Genio Civile di Reggio Calabria. Prende servizio il 10 giugno. La nuova esperienza non gli risulta meno amara. A Reggio Calabria riprese l’attività poetica e riallacciò i contatti con i vecchi amici. Ne nacquero gite, letture, discussioni; proprio in quei mesi e attraverso quei contatti maturò e si affinò il suo gusto ermetico e prese via via consistenza la raccolta Acque e terre.

Dalle gite nacque ad esempio la stupenda Vento a metà della domenica:

Triolari, mite so
fra larghi colli pensile sull’acqua
dell’isola dolce del dio,
oggi m’assoli
e ti china in cuore.

e la brigata che lieve m’accomna
s’allontana nell’aria,
grava di fiori e amore


Durante un soggiorno a Firenze Elio Vittorini, che era suo cognato, lo presenta ad Eugenio Montale e ad Alessandro Bonsanti, il quale gli pubblica le prime poesie su 'Solaria'.


Escono, sul numero di marzo della rivista 'Solaria', tre sue poesie e poco dopo, per l’edizione della medesima rivista, Acque e terre, la prima raccolta di poesie.


Trasferito al Genio Civile di Imperia, comincia a collaborare a 'Circoli', rivista degli amici liguri.


Pubblica Oboe sommerso. Gli viene assegnato il premio dell’Antico Fattore, a Firenze, per Odore di eucalyptus e altre poesie.


Dopo una breve parentesi in Sardegna, ottiene il trasferimento al Genio Civile di Milano; ma è presto distaccato in Valtellina. Iniziano le amicizie milanesi, con scrittori, critici, pittori, scultori, musicisti, ecc.


Pubblica, con la prefazione di Sergio Solmi, Erato e Apòllion.


Lascia, dopo 12 anni, il Genio Civile, e comincia a lavorare come segretario di Cesare Zavattini, in un’attività editoriale. Per le Edizioni Primi Piani esce il volume antologico Poesie con la prefazione di Oreste Macrì. Collabora a 'Letteratura'.


Esce, per le edizioni di 'Corrente' la famosa traduzione dei Lirici greci con prefazione di Luciano Anceschi.


Ottiene 'per chiara fama' la cattedra di Letteratura Italiana presso il Conservatorio di musica G. Verdi di Milano, dove insegnerà fino alla morte.


Pubblica nello 'Specchio' di Mondadori Ed è subito sera.


Si iscrive al PCI. Collabora al quotidiano 'Milano–Sera'. Escono le traduzioni: Il Vangelo secondo Giovanni; Catulli Veronensis Carmina; Dall’Odissea.


Pubblica nei 'Quaderni di Costume' Con il piede straniero sopra il cuore, nucleo principale di Giorno dopo giorno che uscirà l’anno dopo.


Pubblica La vita non è sogno


Gli viene assegnato il premio San Babila.


Riceve, col poeta inglese Dylan Thomas, il premio Etna–Taormina.


Pubblica presso Mondadori Il falso e vero verde.


Esce La terra impareggiabile, libro per il quale gli viene assegnato il premio Viareggio. Compie un viaggio in URSS, nel corso del quale il poeta viene colpito da infarto: la degenza all’ospedale Botkin, di Mosca, si protrarrà fino alla primavera del 1959.


Gli viene assegnato il premio Nobel per la letteratura: lo riceverà dalle mani del re di Sa il 10 dicembre./td>


Esce la raccolta degli scritti critici, letterari, ecc. Il poeta e il politico e altri saggi. L’Università di Messina gli conferisce la laurea Honoris Causa.


Esce Dare e avere, ultima raccolta poetica.




L’Università di Oxford gli conferisce la laurea Honoris Causa.


Muore a Napoli, dove è stato trasportato con mezzi di fortuna da Amalfi, nel pomeriggio del 14 giugno.

Le Opere

Ed è subito sera

è un’antologia le cui sezioni Acque e terre; Oboe sommerso; Erato e Apòllion; Nuove poesie rispecchiano tappe che hanno lasciato segni rilevanti. Nell’edizione originaria i testi erano in un ordine inverso, dalla sezione più recente (Nuove poesie) alla più antica (Acque e terre).

In Acque e terre il poeta desidera eliminare i riferimenti ad una realtà che non sia quella intima, di esperienze esistenziali uniche, di illuminazioni private irripetibili sostenute dal clima ermetico. Il contenuto di questa poesia è l’esperienza psicologica dell’immaginazione, il senso musicale risvegliato da ritmi verbali stretti e dissonanti nella libertà totale del verso.

Così in Dolore di cose che ignoro l’endecasillabo iniziale, a minore, è seguito da novenari con un ictus fisso sulla ottava sillaba di ogni verso; le due terzine sono separate da un verso isolato che è anche il tema centrale del componimento. Il novenario non assume l’andamento cantilenante che gli dovrebbe derivare dalla posizione fissa degli accenti tonici sulla seconda, quinta e ottava sillaba, in virtù di una costruzione sintattica in cui il soggetto, delle proposizioni principali così come delle secondarie è collocato sempre al termine della frase, separato dall’attributo o dal predicato verbale, che invece sono al principio. Di un sicuro effetto sono anche le opposizioni del primo verso, del terzo e del quinto: bianche–nere, acque–terre, nasce–morte.

Fitta di bianche e di nere radici
di lievito odora e lombrichi,
tagliata dall’acque la terra.

Dolore di cose che ignoro

mi nasce: non basta una morte
se ecco più volte mi pesa
Con l’erba, sul cuore, una zolla

Una volta eliminati i dati esterni, narrativi o descrittivi e realistici, emerge un linguaggio prodotto dall’immaginazione solitaria e che diventa autonomo: la lirica che ne deriva è solo apparentemente immediata, in realtà è molto meditata, e la sinteticità delle impressioni provocate nel lettore è determinata dalla ricerca di effetti e di precisione assoluta. Il poeta parla sempre di sé, si pone al centro del mondo:

Ognuno sta solo sul cuor della terra
Trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Oboe sommerso

È la poesia che dà il titolo al secondo libro, pubblicato nel 1932; con quest’opera si entra in pieno clima ermetico. Essa si distingue da Acque e terre per l’assolutezza degli schemi poetici: metafore, immagini, analogie, sono costruite mediante la semplificazione delle strutture lessicali e sintattiche, cioè con l’eliminazione di articoli e isolando la parola nel periodo, eliminando le proposizioni subordinate, scalzando verbi e legamenti sintattici, favorendo forme ambigue di rapporto fra oggetto e soggetto.

Versi, come quelli che seguono, brevi e brevissimi, sono costruiti per favorire le 'illuminazioni', ossia veloci impressioni, folgoranti intuizioni di un attimo.

In me un albero oscilla
da assonnata riva,
alata aria
amare fronde esala.

(L’eucalyptus)

Sorgiva: luce riemersa:
foglie bruciano rosee

(Nascita del canto)

Erato e Apòllion

Qui vengono ripresi con maggiore precisione i temi e le forme mature di Oboe sommerso. La differenza sta nella consapevolezza delle sue qualità espressive grazie anche ai riconoscimenti della critica ottenuti dal poeta. Ne è un esempio la lettera del 26 luglio 1936 che indirizza a Maria Cumani:

Il mio impegno dinanzi all’arte è altissimo e non posso concedere nulla: né una sillaba né un ritmo che aiuti l’analisi.

La poesia dunque è linguaggio e ritmo, e va compresa nella sua globalità essenziale: il poeta non si cura di chi cerca la comprensione letterale della lirica o che vuole trovarne i significati esclusivamente nei temi, che in questa raccolta sono i miti dell’infanzia perduta, di epoche d’oro sse, le isole e le patrie, il naufrago, l’inferno di esistere, la ricerca senza oggetto, la morte, la vita.

Nuove Poesie

Appartengono agli anni fra il 1936 e il 1942. Comincia con quest’opera un nuovo ciclo: accanto all’antica poetica e una realtà fatta di cose concrete, strade, campi, fiumi e città. ½ sono spiragli, brani significativi, incontri cittadini, dediche a persone fisiche e care della propria vita, fiumi e luoghi geografici identificati dai nomi.

Così, nei versi di Ride la gazza, nera sugli aranci c’è una ricostruzione del periodo attraverso l’uso delle subordinate, la parola non è più assoluta nella frase, prevale l’endecasillabo sul verso breve, l’accentazione è regolare e fortemente pausata.

già l’airone s’avanza verso l’acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci

(Ride la gazza, nera sugli aranci)

Lirici greci

Il desiderio d’una lettura diretta dei testi di alcuni poeti dell’antichità mi spinse, un giorno, a tradurre le ine più amate dei poeti della Grecia. Il greco ritornava ad essere ancora un’avventura, un destino a cui i poeti non possono sottrarsi. Le parole dei cantori che abitarono le isole di fronte alla mia terra ritornarono lentamente nella mia voce, come contenuti eterni, dimenticati dai filologi per amore di un’esattezza che non è mai poetica e qualche volta neppure linguistica'



Questa opera di 'traduzione' fornisce al poeta nuovi strumenti per indirizzare la propria creatività, adattando il canto greco al suo tempo e al suo modo di fare poesia.

Giorno dopo giorno

Esce nel 1947 quando sul mondo, sulle folle umane, sulla letteratura, è passata la guerra e ogni scrittore e poeta ne porta i segni: la poesia passa dalle «macerie del cuore» alle macerie delle città, ai brandelli dell’uomo lacerato, torturato, offeso, ucciso.

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze

(Alle fronde dei salici)

Il poeta si ribella alla follia generale e mentre pietosamente cerca di ricomporre le membra disperse dell’uomo del suo tempo, tende già col pensiero al futuro uomo di una vera società civile. Lo spazio del linguaggio muta, il verso accentua una sua gravità fonica, il predominante endecasillabo si allunga spesso a dodici, tredici e più sillabe, parole dell’uso creano il tragico quotidiano. Adesso è il tempo di «concedere tutto: ogni sillaba e ogni ritmo che aiuti l’analisi», perché il poeta vuole essere certo che il lettore, l’uomo, comprenda la vastità della tragedia.

S’è udito l’ultimo rombo
Sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

(Milano, agosto 1943)

La vita non è sogno

Sono appena nove poesie, composte fra il 1946 e il 1948. È poesia civile che fa leva sull’etica o meglio sul moralismo acceso, ardente e tesa nei sentimenti e nei risentimenti, sempre giocata su toni alti:

Più i giorni s’allontanano dispersi
e più ritornano nel cuore dei poeti

(Il mio paese è l’Italia)

Ritornano gli interrogativi e l’impossibilità di dare risposte che non siano nuove domande:

Ancora la verità è lontana.
E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
e tu dalle mani grosse di sangue,
come risponderò a quelli che domandano?

(Colore di pioggia e di ferro)

Il falso e vero verde

Esce nel 1956; si tratta di una raccolta di 14 poesie divise in quattro gruppi: Il falso e vero verde, Dalla Sicilia, Quando caddero gli alberi e le mura, Epigrammi. Qui Quasimodo è fra i primi a dubitare della credibilità e della positività per l’uomo di una società capitalistica, divisa fra la miseria e il sottosviluppo e le apparenze dorate e lo spreco mentre è ancora vivo il ricordo della guerra. Al poeta e alla poesia è affidata la pesante responsabilità «di cambiare il mondo».

La posizione del poeta non può essere passiva nella società: egli 'modifica' il mondo. Le sue immagini forti, quelle create, battono sul cuore dell’uomo più della filosofia e della storia. La poesia si trasforma in etica, proprio per la sua resa di bellezza: la sua responsabilità è in diretto rapporto con la sua perfezione un poeta è tale quando non rinuncia alla sua presenza in una data terra, in un tempo esatto, definito politicamente.
(Discorso sulla poesia)

Da quell’inferno aperto da una scritta
bianca: 'Il lavoro vi renderà liberi!'
uscì continuo il fumo
di migliaia di donne spinte fuori
all’alba dai canili contro il muro
del tiro a segno o soffocate urlando
misericordia all’acqua con la bocca
di scheletro sotto le docce a gas.

(Auschwitz)

La terra impareggiabile

Comprende poesie scritte tra il 1955 e il 1958, divise tra: Visibile, invisibile, Ancora dell’inferno, Dalla Grecia, Domande e risposte. Il tema è quello della deprecazione del nuovo costume sociale, iniettato come un veleno dalla «civiltà dell’atomo» (la civiltà neocapitalistica e tecnologica) in un tessuto sociale e popolare senza difesa.

In questa città c’è pure la macchina
che stritola i sogni: con un gettone
vivo, un piccolo disco di dolore
sei subito là

(In questa città)

La polemica diventa amara poiché il poeta constata che non è possibile modificare la realtà con la sola forza della poesia: gli interessi economici prevalenti provocano o accentuano una concorrenziale lotta per la vita, inaccettabile per il poeta. E su tutto incombe la paura della guerra, della bomba atomica.

Non ci direte una notte gridando
dai megafoni, una notte
di zagare, di nascite, d’amori
appena cominciati, che l’idrogeno
in nome del diritto brucia
la terra

(Ancora dell’inferno)

Dare e avere

Pubblicata nel 1966, la raccolta comprende 22 poesie. Presenta zone di serenità, tregue di animo in pace con se stesso che subentrano ai clamori del dopoguerra, ai gridi umani insofferenti, all’ira e all’impeto delle passioni; predomina l’opposizione vita–morte; il movimento è circolare: da una situazione di ospedale (il Botkin, a Mosca, dove Quasimodo era stato ricoverato per un infarto) per concludersi in una analoga situazione di ospedale (quello di Sesto San Giovanni, a Milano, nel 1965).

sono io che posso morire da un minuto all’altro;
[]
Forse se non ricordo amore, pietà, la terra
Che sgretola la natura inseparabile, il livido
Suono della solitudine, posso cadere dalla vita.

(Varvàra Alexandrovna)

Uguale a sé la morte:
una porta si apre, si ode un piano
sul video nella corsia a tende
di narcotici. Entra nella mente
un dialogo con l’al di là,
di sillabe a spirale che avvolgono
Requiem su curve d’ombra;
un sì o un forse involontario.

(Una notte di settembre)








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