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COMEANA

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COMEANA




Un viatore antico poteva giungere al sito dell’odierna Comena, intorno alla metà del VII sec. a.C., cioè nel periodo Orientalizzante medio , superando l’ampia pianura ricca di acque che separa le progini della dorsale appenninica e del Monte Giovi della catena del Montalbano, sia venendo da nord-est. Area attualmente occupata da Fiesole, Sesto Fiorentino, Quinto, Settimello e Calenzano), sia venendo da nord e dal corso del Bisenzio (area di Prato i di Montemurlo), sia, infine venendo da ovet-nord ovest, seguendo un itinerario segnato dal corso dell’Ombrone al piede del Montalbano. La piana con i suoi fertili terreni, coperti da ricca vegetazione, solcata da consistenti corsi d’acqua, paludosa in parte, costituiva una grande fonte di mezzi di sostentamento, offrendo un’ampia opportunità di caccia, di pesca e di ottimi pascoli, nonché estesi spazi adatti ad ogni coltura. Il passaggio più agevole verso la costa tirrenica, ed i “commerci” oltremarini, era qui costituito dal superamento, attraverso la zona dell’attuale Comena ed il non proibitivo valico di Artimino.

L’antica via per Comeana, seguendo la riva destra dell’ombrone, era probabilmente il limite di grandi fattorie, i cui proprietari si “presentavano” al nostro viatore con i tumuli funerari destinati ad essi e alle loro famiglie (gentes) ed innalzati su mammelloni di terreno eminenti lungo la via: il tumulo, infatti, aveva, oltre alla funzione di sottrarre “all’etere maligno ed alle fere” i resti dei defunti, anche quella di esibire quale cospicuo segno e simbolo della proprietà della terra da parte dei nuclei familiari egemoni, ciascuno guidato da un “principe” (princeps), che vantava sulla comunità autorità, basata sull’attività guerresca.



Il tumulo era segno, oltre che della disponibilità terriera, anche della disponibilità di materie prime, come la pietra di buona qualità, adatta a funzioni e lavorazioni specializzate, quale è nel nostro caso la pietra serena, che viene estratta dalle cave, “coltivate” con tecnologie adeguate; ma era anche segno di disponibilità di mano d’opera (si pensi che per costruire un grande tumulo occorrevano alcune migliaia di giornate lavorative). Il tumulo, inoltre, con la tomba a camera che conteneva, dimostrava la disponibilità di architetti capaci di progettare e costruire strutture belle e solide, in grado di soddisfare le esigenze del committente. Di questi tumuli, vere sentinelle sul corso dell’Ombrone, due sono giunti fino a noi.


LA NECROPOLI DI COMEANA


Il Tumulo dei Boschetti domina l’ultima curva della strada d’accesso al paese di Comeana ed incombe sull’attuale cimitero. E’ stato fortemente sbassato da lavori agricoli: il tumulo, di cui si sono conservati i resti del tamburo e di altre strutture esterne, sembra abbia perduto, nel corso dei secoli, almeno 4,5 metri dell’altezza originaria, compresa la parte superiore delle strutture in pietra.

Le strutture superstiti, sono costruite quasi totalmente in pietra serena, di vario spessore e determinato dalla funzione; queste strutture, con orientamento da nord-est a sud-ovest si conservano con un’altezza massima di 1,25m sul piano pavimentale della cella.

Percorso un breve dromos in discesa (quasi completamente distrutto dai lavori agricoli), si incontrava una grande sottile lastra di pietra serena, che sbarrava l’accesso al vestibolo, un piccolo vano rettangolare largo m 1,41, lungo m1,26, le cui pareti laterali sono costituite in gran parte da due lastroni verticali larghi m 0,95, che si dipartono dalla struttura della cella (tipo ante). La parte fra queste “ante” è pavimentata con lastrone regolare, quasi soglia dell’ingresso alla cella funeraria. La chiusura di questa era costituita da un lastrone largo quanto il vestibolo. La cella è un vano rettangolare, con la parete d’ingresso costituito da due lastroni ortostatici a delimitare la porta, mentre le altre pareti furono realizzate mediante lastroni di cospicua ampiezza (manca la misura dell’altezza, che possiamo supporre, in base al confronto con la cella del tumulo C del Prato di Rosello, superasse i 2 metri); la lunghezza varia. I lastroni sono accuratamente connessi ad incastro in modo da appoggiarsi per contrasto, in modo da reggere, la relativa, pressione della terra costitutiva del corpo del tumulo. La cella è accuratamente pavimentata con lastre di forma irregolare, tagliate in modo che i loro margini combacino quasi perfettamente; alla parete di fondo appoggia una piccola teca quadrangolare, destinata forse a contenere la deposizione di un incinerato o il suo corredo realizzate mediante sottili lastre disposte verticalmente, la cui altezza doveva essere limitata. Poiché il tumulo venne realizzato innalzando progressivamente la struttura di terra fortemente argillosa attorno alle pareti ortastatiche, compattando questa terra a mano a mano, essa costituiva un vero e proprio cemento, stabile ed esente da infiltrazioni di acque piovane, poiché sopra la copertura della cella era certamente presente un manto impermeabile di ottima argilla. Della copertura non si può dire molto: è ipotizzabile che fosse realizzata a doppio spiovente, con due lastroni di pietra serena ben connessi a contrasto (esempi di tale tipo di copertura sono noti specialmente, per quest’epoca, nell’area di Castelnuovo Berardenga, dove veniva esaltata la disponibilità di grandi lastroni di travertino). Non si può, però, escludere la possibilità di un soffitto piano, mentre è da escludere che vi sia stata una copertura a filari di lastre progressivamente aggettanti. Il fatto che le tre pareti monolitiche siano state rinvenute spezzate verticalmente a circa metà della lunghezza, e inoltre alquanto inclinate verso l’interno fa pensare che tale danno risalga ad un tempo nettamente posteriore all’antica violazione, successivo al parziale smantellamento del tumulo e degli strati protettivi di argilla: tale smantellamento non impedì più le infiltrazioni verticali d’acqua, responsabili della pressione esterna contro le pareti. Ma altri elementi inducono ad ipotizzare che i rischi impliciti nella struttura monolitica delle pareti siano stati valutati già nella generazione successiva, cioè nella seconda metà del VII sec.



Poco oltre il tumulo dei Boschetti, nella nostra via si immette da sinistra quella che proviene dall’attuale Signa. In prossimità di questo trivio, in antico forse collocato più ad est, fu eretto, intorno alla metà del VII sec. a.C:, un tumulo che oggi domina la via con la sua mole imponente, esaltata da un manto di querce.

Il Tumulo di Montefortini è una collinetta artificiale, innalzata sul suolo alluvionale; l’altezza attuale, inferiore forse di 3 metri a quella antica, è di circa 12 metri; il diametro primitivo di circa 60 metri fu modificato nel corso del VII secolo; con un allungamento che portò ad una conformazione ellittica.

Percorrendo la strada poderale che fiancheggia il lato orientale del tumulo e che probabilmente ricalca la via antica, è possibile vedere qualche breve tratto del tamburo, risalente alla prima fase (metà del VII sec. a.C) del tumulo e più o meno profondamente interrato dagli antichi lavori di ampliamento relativi alla seconda fase (ultimo quarto del VII sec. a.C.) : tale ampliamento, più accentuato nella parte sud- ovest, comportò un netto rialzamento di essa e implicò la fine dell’uso del tamburo, che fu coperto di terra e in parte anche smantellato, con immediato reimpiego delle lastre di arenaria della cornice. Questo tamburo fu costruto probabilmente per cingere e delimitare la base della collinetta.

Il tamburo è costruito con elementi di arenaria particolarmente ben lavorabile, assai compatta e agrana fine, di colore giallastro localmente denominata “scoperchiatura”. Questo materiale è usato nel tamburo prevalentemente in due tipologie, ambedue ben definite nella parte destinata alla vista e nelle commettiture. Gli ortostati sono infissi nel terreno in modo da costituire un paramento perfettamente liscio con sommità omogenea: su questa linea orizzontale e continua si impostano tre filari di lastre, costituenti una cornice in cui il gradino inferiore aggetta con evidente funzione di gronda (suggrunda), dalla struttura ortostatica, il secondo è allineato sulla verticale di essa, il superiore, arretrato, funge da contrappeso e costitusce il raccordo con la struttura di terra argillosa del tumulo. Tali elementi sono “cementati” accuratamente tra loro mediiante argilla biancastra finissima. Il tamburo ha un andamento continuo, che segue la linea di base del tumulo di prima fase: non si tratta di una curva costante, ma vi sono anche tratti rettilinei; quest’andamento si interrompe nel settore nord-ovest del tumulo, qui dal tamburo sporge ortogonalmente una struttura rettilinea ad esso omogenea e concatenata, in relazione alla quale la consueta cornice delimita un’area pavimentata con ampie lastre di scarsa coesione. Questa struttura sporgente dal tamburo, è detta “altare-terrazza”.

Il margine nord-ovest dell’altare-terrazza, che ne fungeva da sfondo verso il corpo del tumulo era costituito da una pseudo-gradinata. E’ oggi possibile, sulla base di nuovi scavi mirati (Tumuli della necropoli di Prato Rosello, Tumulo del Sodo II a Cortona), nonché di ricerche afferenti al complesso tema, attribuire all’altare-terrazza la funzione di luogo destinato all’esposizione (prothesis) del defunto e del corredo funebre, durante i giorni necessari alle cerimonie funebri. Il non casuale rinvenimento nel tumulo di una tomba precedente (la tomba a tholos), che ha restituito cospicui elementi di almeno un corredo funebre, consente di collegare ragionevolmente il tamburo e l’altare-terrazza a quella tomba, con una datazione intorno alla metà del VII sec. a.C.

Nell’ultimo venticinquennio del VII sec. .C. fu inserita una tomba a cella rettangolare, rispettando le strutture strettamente pertinenti alla crollata tomba a tholos, nella parte Nord-Ovest del tumulo, all’uopo sensibilmente allungato ed aumentato di altezza. La costruzione si compone di tre elementi: un corridoio di accesso a cielo aperto, un vestibolo quadrangolare coperto, una camera sepolcrale. Il dromos ha dimensioni inusitate (lunghezza m 13 circa, larghezza m 2,50-2,80), conserva le sue strutture per tutta l’altezza, che parte da zero e cresce progressivamente verso il vestibolo, fino a superare i tre metri e mezzo. Mentre la parte inferiore delle due pareti è costruita, come tutto il resto della tomba, con lastre di diverse varietà di arenaria disposte in filari orizzontali irregolari, nella parte superiore è presente quasi esclusivamente calcare, reperibile nei campi circostanti, usato in blocchi grossolanamente sbozzati solo sulla faccia a vista. E’ stata documentata la presenza di una specie d’intonaco in terra argillosa, trovato in buono stato di conservazione, ma destinato a soccombere agli agenti eolici. Forse era destinato a mascherare l’uso di varie qualità di pietre. Nella parete che separa il dromos dal vestibolo si apre un portale trilitico: le strutture che sovrastano l’architrave furono distrutte da antichi violatori; l’architrave monolitico si presenta spezzato in due, probabilmente in seguito allo squilibrio dei carichi sovrastanti, provocati dai violatori. Le ante del portale sono parzialmente frammentate e fessurate per lo stesso motivo.La porta del vestibolo era in origine sigillata con il lastrone. Il corto vestibolo è coperto con un tetto di lastroni progressivamente aggettanti. Queto tipo di copertura se adottatto per ambienti a pareti rettilinee (esso costituisce una semplificazione della copertura a tholos, a falsa cupola), consente di realizzare una maggiore solidità rispetto alle coperture a tetto piano (queste affidano la responsabilità statica ad un lastrone), ma è realizzabile praticamente solo in ambienti di larghezza limitata. Esso, pur rinunciando ad uno dei vantaggi offerti dalla tholos (lo sfruttamento della irresistibilità del cerchio ottenuto con lastre, che ha un comportamento, in piano, abile a quello dell’arco verticale), ne sfrutta il vantaggio più evidente: poiché il baricentro di ciascun lastrone ricade all’interno del sottostante elemento, il peso finale della copertura viene a gravare prevalentemente sulle pareti laterali; l’antico costrutture si è però preoccuoato di usare lastroni tanto lunghi da giungere ad attestarsi alle pareti frontali del vestibolo. La stabilità di queste strutture aumenta notevolmente quando la terra argillosa del tumulo, venendo a gravare sui filari di lastroni, non solo istituisce su di essi un poderoso contrappeso, ma impone a tutta la struttura coesione ed elasticità. Il tetto del vestibolo raggiunge i tre metri d’altezza. Maggiore di quasi un metro è l’altezza massima che raggiunge, nell’elemento conclusivo, la copertura della cella, anch’essa realizzata con lastroni aggettanti: anche in questo caso l’antico costruttore usò molti artifici che non è qui il caso di analizzare, ma in primis quello di adoperare per quanto possibile lastroni così lunghi da inserirsi con le esrtemità nella muratura delle due opposte pareti d’ingresso e di fondo. Anche il portale di accesso alla cella è una monumentale struttura trilitica. La cella rettangolare presenta la peculiarità di una mensola ricorrente, che sporge dalle due pareti lateralie da quella di fondo, in corrispondenza dell’inizio degli aggetti, sottolineando la distinzione fra la parete verticale e la struttura di copertura. Questa peculiarità aveva causato la primitiva denominazione (tomba della mensola ricorrente), che si è dovuto abbandonare quando, scoperta la adiacente anteriore tomba a tholos, si ritrovò anche qui lo stesso elemento architettonico: la presenza di tale eccezionale tipo di mensola nelle due tombe si aggiunge ai molti elementi indicanti la persistenza nella proprietà del tumulo della medesima gens, che potrebbe aver commesso ambedue le strutture allo stesso architetto. Le tombe sono databili fra l’ultimo venticinquennio del VII secolo e la prima generazione del secolo successivo.









Confronta F. NICOSIA, La necropoli monumentale di Comeana, in M.C. BETTINI, F. NICOSIA, G.POGGESI, Il parco archeologico di Carmignano, Firenze 1997, pp. 49-50.


Confronta F. NICOSIA, La necropoli monumentale di Comeana, in M.C. BETTINI, F. NICOSIA, G.POGGESI, Il parco archeologico di Carmignano, Firenze 1997, pp 49-65.







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