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DADAISMO

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DADAISMO


È l’avanguardia più radicale, nasce in tempo di guerra e si scaglia contro questa e tutto ciò che l’ha generata, era a favore dell’anti-arte e le tecniche dadaiste furono poi riprese dalle neoavanguardie; queste tecniche erano:

assemblage: sculture fatte di oggetti già esistenti

performance: coinvolgimento del pubblico

fotomontaggio




sculture di dimensione ambientale: giocano con le dimensioni

La guerra dimostra che il progresso non sempre è positivo, tutto è legato al caso, anche l’arte; sul piano politico-ideologico i dadaisti sono prevalentemente neutrali negli Stati Uniti e anarchici in Germania.

Il movimento dadaista ha i suoi focolai a Zurigo e New York, esso è basato su uno spirito di rivolta contro i valori tradizionali e qualsiasi tipo di azione può essere considerato arte, essi in questo modo hanno cambiato la concezione dell’arte e dell’estetica. I dadaisti volevano rompere in modo radicale il cordone ombelicale che li legava al passato. La guerra come igiene del mondo aveva solo provocato morte e distruzione e la Svizzera neutrale si presentò come un’oasi di pace per chi voleva sfuggire alla guerra. Fra gli esponenti dadaisti troviamo Thzara (che scrisse il manifesto dadaista nel 1918), Janco e Ball che con la comna aveva aperto un locale chiamato Cabaret Voltaire in cui si leggevano poesie, si faceva teatro e si ascoltava musica jazz.

Si pensa che il termine dada sia stato dato al movimento aprendo a casa il dizionario, oppure che derivi dal termine russo Da che significa Si, per Thzara però il termine è una parola che vuol dire tutto o nulla.

Ogni credenza etica, politica ed estetica può essere discutibile, i dadaisti fondano un nuovo modo di fare arte, basato sul dubbio e sulla rottura con il passato, l’opera d’arte non è mai bella in se stessa o per decreto, non è una cosa oggettiva.

Le manifestazioni dadaiste erano più o meno come quelle futuriste, anch’essi volevano scioccare il pubblico, dare fastidio ai benpensanti, scandalizzare, hanno i loro stessi toni esaltati, lo stesso rifiuto del passato, ma era loro estranea la fiducia nella storia e nella guerra.

Hans Arp fu l’esponente più attivo del gruppo, era entusiasta del caso, faceva cadere pezzi di carta sulla tela a caso e poi li incollava così com’erano caduti, non vi era alcun ragionamento sotto, il significato veniva dato in un momento successivo e spesso non veniva neanche messo il titolo. Gli oggetti che si usano per fare l’opera d’arte non hanno un significato simbolico o sentimentale, inizialmente Arp fa sculture a strati con pezzi di legno per poi passare alla scultura priva di spigoli che ricorda il mondo cellulare.

Per loro ciò che conta è avere l’idea (saper scegliere, non saper fare!), la creatività deve essere libera da qualsiasi tipo di vincolo etico o politico.

A New York il luogo di ritrovo dei dadaisti era il 291 ovvero la galleria d’arte di Stieglitz che era frequentata da Man Ray (russo-ebraico), Duchamp (francese) e Picabia (franco-snolo). Si data l’emergere dello spirito dada in America nel 1915 ma nel 1913 era già stata organizzata la prima rassegna informativa d’arte (Armory Show) che presentò le avanguardie agli americani.

Man Ray, il cui vero nome è Manuel Radinskj, si dedicò a design e fotografia ma dopo l’incontro con Duchamp all’Armory Show inizia a dedicarsi alla pittura. Si parla di oggetti d’affezione: oggetti che vengono rielaborati, poi fotografati e infine gli si dà un titolo con un gioco di parole. Man Ray, per esempio, prese una baguette e la dipinse di blu, dandole poi il titolo “Pan bleu” che suonava come “parbleau”, o incollò dei chiodi su un ferro da stiro intitolandolo “Cadeau” o incollò la foto di un occhio su un metronomo che rappresentava il tempo e Dio e lo intitolò “Oggetto da distruggere”. Man Ray prendeva oggetti che non avevano nulla a che fare l’uno con l’altro e li decontestualizzava mettendoli in un contesto estraneo ad entrambi. Man Ray fa anche uso dei radiogrammi ovvero metteva degli oggetti sopra la carta sensibile alla luce così che delle porzioni di immagini non venivano impresse. Oppure faceva delle fotografie per poi ritoccarle a mano a seconda di cosa gli facevano venire in mente, come “Violon d’arc” (nudo di spalle su cui disegna un violoncello).

L’influenza di Duchamp fu pari a quella di Ricasso, fa un lavoro provocatorio ma allo stesso tempo complesso, era un grande viaggiatore e le sue affermazioni taglienti facevano pendere tutti dalle sue labbra. Per fare qualcosa di nuovo bisogna rompere in modo radicale con il passato, Duchamp si dedicò a dipinti, oggetti, fotografie e dischi in movimento. I titoli delle sue opere erano particolari e si basavano sul doppio senso o sui giochi linguistici; inizialmente dipinse alla maniera cubista per esempio “Nudo che scende le scale” è rivoluzionario, anche se basato su principi cubisti, perché priva il corpo dell’aura sacrale data dall’immobilità e il nudo diventa un segno irriverente come se fosse veramente una donna nuda che cammina per la strada. Duchamp si rende conto dei limiti delle vecchie tecniche quindi ne sperimenta di nuove; inviò a una mostra di artisti liberi, in cui lui era uno dei giudici, un orinatoio messo al contrario e firmato con uno pseudonimo, l’opera non venne accettata dai colleghi ma lui gli fece notare che anche un orinatoio se firmato diventa un’opera d’arte perché ciò che conta è l’idea e la decontestualizzazione, in questo caso si parla di readymade ovvero fare arte con oggetti già esistenti ma dando loro un altro significato.



Significati esperienza orinatoio:

decretare quanto poco importasse la realizzazione tecnica rispetto all’idea;

portare accento sull’importanza degli oggetti industriali;

importanza firma;

importanza contesto espositivo (anche se un’opera è brutta viene accettata se è in una galleria).

Un’altra opera importante è “Ruota di bicicletta” che viene posta su uno sgabello che ricorda i rialzi delle statue antiche, tutti guardano la ruota perché si trova sopra lo sgabello che viene considerato solo come una base.

Significati della ruota:

siamo significati da opere che non hanno senso ma se sono firmate nessuno le guarda semplicemente per ciò che sono perché assumono una certa dignità;

l’oggetto decontestualizzato assume un significato nuovo e la gente lo guarda con occhi nuovi attribuendogli nuovi significati;

lo spettatore viene coinvolto e ragiona sull’opera.

Il valore artistico viene dato da chi sceglie di decontestualizzare l’oggetto e metterlo in un museo; il pubblico deve essere attivo, non è importante il significato in sé ma il fatto che l’opera fa scattare qualcosa nella mente dell’osservatore che viene quindi spinto a ragionare e coinvolto.








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