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ESPRESSIONISMO - Edvard Munch, L’Urlo, Pubertà

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espressionismo





L’espressionismo è la corrente culturale che, sorta in Germania all’inizio del 900 come reazione all’impressionismo e al naturalismo e affermatosi in origine nel campo delle arti urative, si estese poi alla letteratura, alla musica e al cinema, proponendo una rivoluzione del linguaggio che contrapponeva all’oggettività dell’impressione la soggettività dell’espressione. L’Espressionismo interessò tutte le arti ed ebbe come campi privilegiati la pittura e il teatro, anche se lasciò creazioni di alto livello anche alla lirica e ai poeti . La critica ha riconosciuto da tempo la difficoltà di dare una definizione esauriente di questo movimento, a causa delle molteplicità dei suoi aspetti ed anche quella di fissarne i limiti cronologici (sette anni prima e sette anni dopo la prima guerra mondiale). Certo è che l’Espressionismo ebbe vita breve ed intensa, ma difficilissima, tragicamente difficile. Molti dei poeti ed anche dei pittori dell’espressionismo perirono giovanissimi nella prima guerra, altri assassinati dalla reazione nazista. Fra le tante definizioni che se ne possono dare, ricordiamo quella dello scrittore tedesco Kasimir Edschmid, che vi dedicò un saggio intitolato 'Sull’impressionismo in lettura' e quella del latinista Antonio la Penna che ha individuato tre poesie espressioniste in Orazio.                      



La prima definizione 'L’espressionista guarda, l’espressionista vede' ci consente di avere un’idea per contrapposizione: a differenza dell’impresisonista, la cui anima si localizza nell’occhio, l’espressionista vede senza doversi servire degli occhi, vede a prescindere da ciò che gli occhi e gli altri sensi gli possono offrire, perché vede prescindendo dalla realtà esteriore perché dotato di una propria visione interna. Egli è artista in quanto veggente. La seconda definizione (che vede nell’espressionismo la 'esasperazione violenta dell’espressione') ne coglie certamente una caratteristica peculiare, ma nello stesso tempo lo presenta non come categoria storica, bensì come categoria psicologico-formale, in pratica come atteggiamento dello spirito che può presentarsi in epoche diverse. L’identità dell’espressionismo è probabilmente da ravvisare in una contraddizione insanabile fra opposte tendenze che affondano le proprie radici nella situazione della Germania in cui convivono arretratezza sociale e politica e impetuoso sviluppo capitalistico. Spirito comunitario e individualismo esasperato, fede nella ragione umana e aperture irrazionalistiche verso la trascendenza, supremazia dell’intelletto sul sentimento ed esaltazione dell’emotività e dell’istinto si intrecciano così nell’espressionismo in una convinzione irrisolta che determina la contraddittorietà delle sue posizioni, l’impossibilità di fissare una poetica nuova, un programma teorico preciso.


Edvard Munch






Edvard Munch (1863-l944) è senz’altro il pittore che più di ogni altro anticipa l’espressionismo, soprattutto in ambito tedesco e nord-europeo. Egli nacque in Norvegia e svolse la sua attività soprattutto ad Oslo. In una città che, in realtà, era estranea ai grandi circuiti artistici che, in quegli anni, gravitavano soprattutto su Parigi e sulle altre capitali del centro Europa.


Nella pittura di Munch troviamo anticipati tutti i grandi temi del successivo espressionismo: dall’angoscia esistenziale alla crisi dei valori etici e religiosi, dalla solitudine umana all’incombere della morte, dalla incertezza del futuro alla disumanizzazione di una società borghese e militarista.


Del resto tutta la vita di Munch è stata segnata dal dolore e dalle sofferenze sia per le malattie che per problemi familiari. Iniziò a studiare pittura a diciasette anni, nel 1880. Dopo un soggiorno a Parigi, dove ebbe modo di conoscere la pittura impressionista, nel 1892 espose a Berlino una cinquantina di suoi dipinti. Ma la mostra fu duramente stroncata dalla critica. Egli, tuttavia, divenne molto seguito ed apprezzato dai giovani pittori delle avanguardie. Espose nelle loro mostre, compresa la celebre Secessione di Vienna del 1899. Il sorgere dell’espressionismo rese sempre più comprensibile la sua opera. E al pari degli altri pittori espressionisti fu anche egli perseguitato dal regime nazista che dichiarò la sua opera «arte degenerata». 82 sue opere presenti nei musei tedeschi vennero vendute. Egli morì in piena guerra, nel 1944, presso Oslo, lasciando tutte le sue opere al municipio della città.


Nell’opera di Munch sono rintracciabili molti elementi della cultura nordica di quegli anni, soprattutto letteraria e filosofica: dai drammi di Ibsen e Strindberg, alla filosofia esistenzialista di Kierkegaard e alla psicanalisi di Sigmund Freud. Da tutto ciò egli ricava una visione della vita permeata dall’attesa angosciosa della morte. Nei suoi quadri vi è sempre un elemento di inquietudine che rimanda all’incubo. Ma gli incubi di Munch sono di una persona comune, non di uno spirito esaltato come quello di Van Gogh. E così, nei quadri di Munch il tormento affonda le sue radici in una dimensione psichica molto più profonda e per certi versi più angosciante. Una dimensione di pura disperazione che non ha il conforto di nessuna azione salvifica, neppure il suicidio.

L’Urlo




Edvard Munch, L'urlo, 1885


Questo è senz’altro il quadro più celebre di Munch ed, in assoluto, uno dei più famosi dell’espressionismo nordico. In esso è condensato tutto il rapporto angoscioso che l’artista avverte nei confronti della vita. Lo spunto del quadro lo troviamo descritto nel suo diario:


Camminavo lungo la strada con due amici


quando il sole tramontò




il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue


mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto


sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco


i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura


e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.

Lo spunto è quindi decisamente autobiografico. L’uomo in primo piano che urla è l’artista stesso. Tuttavia, al di là della sua relativa occasionalità, il quadro ha una indubbia capacità di trasmettere sensazioni universali. E ciò soprattutto per il suo crudo stile pittorico.


Il quadro presenta, in primo piano, l’uomo che urla. Lo taglia in diagonale il parapetto del ponte visto in fuga verso sinistra. Sulla destra vi è invece un innaturale paesaggio, desolato e poco accogliente. In alto il cielo è striato di un rosso molto drammatico.


L’uomo è rappresentato in maniera molto visionaria. Ha un aspetto sinuoso e molle. Più che ad un corpo, fa pensare ad uno spirito. La testa è completamente calva come un teschio ricoperto da una pelle mummificata. Gli occhi hanno uno sguardo allucinato e terrorizzato. Il naso è quasi assente, mentre la bocca si apre in uno spasmo innaturale. L’ovale della bocca è il vero centro compositivo del quadro. Da esso le onde sonore del grido mettono in movimento tutto il quadro: agitano sia il corpo dell’uomo sia le onde che definiscono il paesaggio e il cielo.


Restano diritti solo il ponte e le sagome dei due uomini sullo sfondo. Sono sordi ed impassibili all’urlo che proviene dall’anima dell’uomo. Sono gli amici del pittore, incuranti della sua angoscia, a testimonianza della falsità dei rapporti umani.


L’urlo di questo quadro è una intesa esplosione di energia psichica. È tutta l’angoscia che si racchiude in uno spirito tormentato che vuole esplodere in un grido liberatorio. Ma nel quadro non c’è alcun elemento che induca a credere alla liberazione consolatoria. L’urlo rimane solo un grido sordo che non può essere avvertito dagli altri ma rappresenta tutto il dolore che vorrebbe uscire da noi, senza mai riuscirci. E così l’urlo diviene solo un modo per guardare dentro di sé, ritrovandovi angoscia e disperazione















Pubertà




Edvard Munch, Pubertà, 1894




La ura della ragazza nuda, seduta sul bordo del letto, è una delle più famose della produzione di Munch. Non vi è alcun compiacimento sensuale in questo nudo, anzi, l’immagine trasmette, ad uno sguardo più attento, un intenso sentimento di angoscia. Il nudo, in questo caso, è allegoria di condizione indifesa, soprattutto da parte di chi è ancora giovane ed acerbo, nei confronti dei destini della vita. E che ognuno ha un destino che lo aspetta, in questo quadro è simboleggiato dall’ombra che la ragazza proietta sulla parete. Non è un’ombra naturale, ma un grumo nero come un fantasma che si materializza dietro di noi, senza che possiamo evitarlo: è un po’ il simbolo di tutti i dolori che attendono chi vive.







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