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IL NEORELAISMO

IL NEORELAISMO
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 IL NEORELAISMO

Al di là del cinema di chiara marca fascista, fin dagli anni del muto si era registrato un crescente interesse per l'ambiente piccolo borghese e per l'approccio realista.                                                  Negli anni Trenta i più attenti sostenitori di questa direttrice ruppero definitivamente con il cinema dei telefoni bianchi, con i kolossal storici e con i film di proanda, creando cosi un nuovo movimento: il neorealismo. L'atmosfera neorealista si completò durante la guerra. In quel clima di totale distruzione, con i teatri di posa inagibili e le comnie disperse, con la penuria di mezzi tecnici, di costumi, di scenari, i cineasti italiani misero all'opera il secolare metodo di arrangiarsi, che tradotto in citazioni sonanti voleva dire riprendere teorie dell'avanguardia impressionista e futurista. Lo stile neorealista scaturì pertanto da una teoria cinematografica quanto alle precarie condizioni di lavoro, e fu caratterizzato dalla povertà in tutti i sensi: povertà nella qualità tecnica dei film (niente travestimenti storici, niente scenografie, ma personaggi con i panni umili di tutti i giorni, riprese all'aperto) e nella gente trattata (il proletariato, i contadini, i disoccupati, i baraccati); questi ultimi non tanto perché rappresentassero il ceto contemporaneo più interessante quanto perché gli attori stessi, ridotti spesso sul lastrico, vi appartenevano. Quando la caduta del regime fascista ebbe allentato del tutto le maglie della censura, personaggi come de Sica, Zavattini, Rossellini considerato il fondatore del filone neorealista) Visconti, Zampa, de Santis, Magnani, emersero dal sottobosco imponendo il nuovo stile a tutto il mondo. Un cinema di macchiette tragicomiche, di ambienti sordidi, di miseria cupa. La rottura con il cinema degli anni Trenta fu favorita dal generale clima di rinnovamento che aveva preso impulso dal movimento resistenziale; la rapida diffusione fu fomentata dalla ricostruzione. Ma il boom economico cambiò anche la faccia dell'Italia populista, rendendo anacronistico il Neorealismo, non più sostenuto dall'ambiente, dal clima, dall'atmosfera che l'avevano generato. L'unico elemento teorico comune a tutti era una generica spinta morale verso ideali antifascisti, egualitari e libertari, cristiani e comunisti. Le circostanze imposero il carattere popolare, con il corredo dialettale e quotidiano e il taglio cronachistico. Ma il Neorealismo nacque dal cinema italiano degli anni Trenta,quello del regime e dei telefoni bianchi,ne conservò lo stile retorico e il sentimento. Equivoco e non ideologico, il Neorealismo ebbe senso finchè i suoi protagonisti ne furono anche (indiretti) soggetti. La crisi del Neorealismo sfocerà nel bozzettismo e nel urativismo, o, nel caso migliore, nel cinema di denuncia. A livello mondiale il Neorealismo è una pietra miliare del movimento di opposizione a Hollywood: la realtà del dopoguerra italiano è l'esatto opposto del sogno rooseveltiano (il reale contro l'immaginario). Più precisamente l'epica americana viene umanizzata (metropoli/baraccopoli, autostrada/vicolo, prateria/prato, cavallo/asino, slang/dialetto) e la sua struttura portante, la trama, disinnescata. Con il Neorealismo emersero numerosi personaggi che hanno segnato la storia del cinema italiano: Fra gli attori Anna Magnani, Aldo Fabrizi e Vittorio de Sica; fra gli sceneggiatori Cesare Zavattini, Vitaliano Brancati e Mario Soldati; ma il Neorealismo nella sua ultima fase lanciò anche la nuova generazione di dive italiane: Silvana Mangano, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Claudia Cardinale e Virna Lisi.



Un importantissimo sceneggiatore e regista del periodo neorealista fu Fellini:

FEDERICO FELLINI:

Nasce a Rimini il 20 Gennaio 1920, da una famiglia di origine piccolo-borghese. Già da piccolo dimostra un' attitudine nell'inventare storie e creare personaggi. Il disegno è un altro modo per dare forma alle sue fantasie, alimentate da una curiosità irrefrenabile.
Dopo aver compiuto i primi studi nella sua citta Nel 1939 si trasferisce a Roma e si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, ma non terminerà gli studi. Comincia a collaborare con il Marc'Aurelio(la collaborazione duro sino al 1942), bisettimanale umoristico e satirico-politico di grande successo dell'editore Rizzoli, pubblicando racconti a puntate, rubriche in serie, quali Ma tu mi stai a sentire?, Luci della città, Seconda Liceo, Primo Amore. Fin dai primi tempi del soggiorno romano, frequenta il mondo dell'avanspettacolo e della radio.
Inizia a lavorare come 'gagman', scrivendo le battute di alcuni film interpretati da Erminio Macario, tra i quali: Lo vedi come seilo vedi come sei?! (1939), Non me lo dire (1940), Il pirata sono io (1940), diretto da Mario Mattoli.
Attraverso l'amico Ruggero Maccari, conosce il comico Aldo Fabrizi per il quale inizia a comporre sketch radiofonici e testi per spettacoli di varietà e film. Alla radio incontra, nel 1943, Giulietta Masina che sta interpretando il personaggio di Pallina, ideato dallo stesso Fellini, nella commedia Le avventure di Cico e Pallina. Nell'Ottobre dello stesso anno si sposano.
Negli anni della guerra collabora alla sceneggiatura di una serie di film fra i quali: Avanti c'è posto (1942), protagonista Aldo Fabrizi, Campo de' fiori (1943), entrambi di Mario Bonnard e Chi l'ha visto? (1943), diretto da Goffredo Alessandrini. Nel 1945 firma la sceneggiatura di Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, con il quale collaborerà anche alla sceneggiatura e alla realizzazione di Paisà (1946).
Sempre in collaborazione con Lattuada, esordisce alla regia all'inizio degli anni '50 con Luci del varietà(1950), in cui rivela già l'ispirazione autobiografica e l'interesse per certi ambienti come quello dell'avanspettacolo.
Nel 1952 dirige il suo primo film da solo: Lo sceicco bianco, da un soggetto di Michelangelo Antonioni, protagonista Alberto Sordi. Per la prima volta affonda il suo sguardo ironico e partecipe all'interno del mondo piccolo-borghese e dei suoi sogni.
Con I Vitelloni (1953) viene conosciuto anche all'estero e vince il suo primo premio: Leone d'Argento alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1954 gira La strada, uno dei suoi film più teneri e poetici e riceve il primo Oscar.
Il secondo Oscar arriva nel 1957 con Le notti di Cabiria, grande successo internazionale nella cui stesura partecipa anche Pier Paolo Pasolini.
Nel 1960 gira La dolce vita, nel quale si acuisce l'interesse per un cinema non delegato alle tradizionali strutture narrative. Alla sua uscita il film creò scandalo ma riuscì ad aggiudicarsi la Palma d'oro al Festival di Cannes. Questo film fu anche l'occasione d'incontro con Marcello Mastroianni.
Nel 1963 esce il film autobiografico 8 e mezzo (il numero dei film girati, fino ad allora, dal regista), vincitore dell'Oscar per il miglior film straniero e per i costumi.
Il 1973 è l'anno di un altro grande successo di Fellini: Amarcord, per il quale vince il quarto Oscar (nel 1974).
Nel 1993, dalle mani di Sophia Loren, riceve l'Oscar alla carriera a Los Angeles,.
Il 3 agosto 1993 viene colpito da un attacco cerebrale al Grand-Hotel di Rimini. Muore il 31 ottore



LA DOLCE VITA:

Un titolo che è diventato un modo di dire, alcune scene (come la celeberrima in cui Anita Ekberg fa il bagno nella fontana di Trevi) che sono diventate il simbolo di un’epoca, un amatissimo cult-movie che all’epoca scatenò violentissime polemiche e voglie censorie da parte di tutto il mondo cattolico italiano, ma fu premiato con la Palma d’Oro al Festival di Cannes e diffuse in tutto il mondo neologismi come “paparazzo” (riferito ai fotografi sulle tracce dei divi). Al di là degli aspetti più esteriori, che riguardano la storia del costume più che quella del cinema, un capolavoro che, a distanza di anni, non ha perso nulla del suo fascino. Personaggio centrale è il giornalista Marcello Rubini, testimone e complice di un mondo caotico e volgare, cinico, privo di valori e soprattutto minato da un’insopportabile “noia di vivere”. Il film si apre con l’immagine di un Cristo di gesso trasportato in elicottero nel cielo di Roma e si chiude a Fregene, davanti al mare, dove i pescatori hanno portato a riva un pesce mostruoso e dove una ragazza, giovane e dagli occhi innocenti (simbolo di quella grazia che gli uomini persi nei loro piccoli e grandi fallimenti non sanno più vedere), tenta invano di parlare con il protagonista, che non la riconosce e non riesce a sentire le sue parole. In mezzo, tanti episodi a volte tragici e a volte grotteschi: i paparazzi di Via Veneto e le cittadine di provincia dove accadono “miracoli”, le orge notturne nelle ville dei nuovi ricchi e le serate intellettuali che si concludono in drammatici suicidi. L’intento è di mettere in scena la disperata impotenza di una civiltà ormai allo sbando e di tanti individui incapaci di vivere sentimenti autentici. La scelta stilistica è però diametralmente opposta. Invece di raffreddare lo sguardo, Fellini lo colora di ironia e di sarcasmo. Il regista riminese accumula fatti, azioni e movimenti in un carosello sfrenato che compone un affresco composito, colorito, a tratti disordinato ma sempre appassionante.







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