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IL SECONDO STILE DELLA PITTURA POMPEIANA

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IL SECONDO STILE DELLA PITTURA POMPEIANA


Successivamente al primo, in un aspetto di quel che è noto come il 'secondo stile', (una fase che approssimativamente ricoprì gli ultimi tre quarti del I secolo a.C.) il tema architettonico della divisione in verticale dell’opera prese completamente il sopravvento. Una serie meravigliosa di dipinti provenienti da una sala della Villa di Publio Fannio Sinistor, che era una delle numerose abitazioni di camna esistenti nei dintorni di Boscoreale, costituisce l'apogeo dell'evoluzione della tecnica. I riquadri, che ora sono visibili nel Metropolitan Museum of Art di New York, sono altrettanti capolavori divisi l'uno dall'altro da snelle colonne che conferivano alla sala l'aspetto di un chiostro, da cui si godeva la vista di uno scenario ardito e vivace di strade, di case e di atrii colonnati.

Non v'è dubbio che le pitture non siano altro che imitazioni di scenari teatrali relativi a rappresentazioni drammatiche di un tipo al quale fa riferimento anche Vitruvio. Eventuali confronti con la Campania possono soltanto essere immaginati, ma è sintomatico il fatto che Neapolis fosse un importante centro di arte teatrale. Per quel che riguarda Roma, Plinio il Vecchio racconta di uno scenario teatrale che con tutta probabilità non doveva essere diverso dalle pitture murali in questione. Realizzato da Appio Claudio Pulcro nel 99 a.C., si diceva che contenesse vedute di tetti di case così realistiche che perfino gli uccelli tentavano di posarvisi sopra. I Greci ed i Romani si dilettavano di trompe l'oeil e amavano storielle di questo genere.



Spesso il paesaggista pompeiano andava più vicino al soggetto e scendeva a dipingere i particolari dei giardini tanto prediletti dai suoi clienti. Anche in questo caso, come gia succedeva per i pittori di soggetti architettonici, sembrava che egli volesse imitare gli scenari teatrali i più celebri esempi di tale genere di lavoro che siano pervenuti fino a noi risalgono al periodo tra il 40 ed il 25 a.C. e sono i verdeggianti studi di argomento silvestre provenienti dalla Villa di Livia a Primaporta e ora conservati nel Museo Nazionale di Roma. Ma anche a Pompei gli esemplari dello stesso tipo abbondano, variando dalle scene tranquille scoperte nel 1954 nella Casa del Frutteto, e` che presagiscono gli arazzi francesi e fiamminghi conosciuti col nome di verdures, fino alle esuberanti visioni di belve esotiche. In particolare, i giardini delle case, in ossequio al principio che le pitture dovevano per quanto possibile corrispondere allo scopo cui erano destinate le stanze o le corti, avevano le pareti ricoperte con scenari in cui si vedevano fiori, cespugli e animali formanti quasi un'appendice degli stessi giardini che così si voleva far apparire più grandi. L'idea di dipingere soggetti naturali è stata ben sfruttata, ottenendo risultati affascinanti che conferivano sensazione di freschezza; essa, però, non era affatto una novità dal momento che le ghirlande di fiori e di frutti, dipinte o scolpite, erano ben note a Pergamo già nel II secolo a.C., allorché l'arte di quel regno era nel pieno vigore del suo rigoglio. Inoltre, un pittore greco di nome Demetrio, lio di Seleuco, il quale era stato a Roma nel 164 a.C., venne specificamente chiamato 'paesaggista' (topographos) e fu il primo uomo di nostra conoscenza ad essere così definito. Come tema letterario, il paesaggio era già stato fatto venire di moda negli anni dal 270 al 260 a.C. circa dalle poesie idilliche di Teocrito di Siracusa, il poeta pastorale della civiltà urbana che scriveva per i cittadini di Coo e di Alessandria mescolando sottilmente sofisticazione e semplicità, spiritoso realismo e convenzionalità tradizionale.

Fra il fogliame dei quadri saltellano gli uccelli. Si vedono gli aironi fra i melograni, e nella Casa di Fabio Amandione v'è un gruppo di tre volatili appollaiati sul bordo di un'alta vaschetta marmorea destinata al loro bagno. Tali dipinti riproducevano gli uccelli che i giardini effettivamente contenevano nelle loro uccelliere, e gli artisti che prediligevano il tema dovevano assomigliare a uno dei personaggi del romanzo di Petronio, cioè a quel ragazzo che si interessava di due sole cose- degli uccelli e della pittura.



Era di moda dipingere pure animali morti, tra cui uccelli e pesci che compaiono, insieme con ortaggi e frutti vari, in una serie straordinaria di nature morte: soggetto che divenne, e poi tornò nuovamente ad essere, un tema favorito dei pittori di Pompei. Allora v'era l'usanza di inviare agli amici doni costituiti da generi da mangiare crudi, il che spiega il ripetersi di tanti quadri del genere.

Il trattamento del tema, in cui vengono abilmente combinati realismo e impressionismo, probabilmente doveva qualcosa a un celebre pittore greco fiorito verso il III Secolo a.C., di nome Pireico, il quale si era specializzato nel riprodurre soggetti del tutto comuni, come botteghe da barbiere, banchetti da ciabattino, asini e cibi, e, a un livello leggermente più rozzo, le svariate insegne dei negozi di Pompei possono in maniera analoga essere indirettamente addebitate alla sua opera. Ma a Pompei alcuni pittori del I secolo d.C. raggiunsero eccellenti risultati nelle vaste composizioni di ure umane. Già si e accennato alle grandi pitture di soggetto religioso che ricoprivano tre pareti di una stanza della Villa dei Misteri. Aventi per soggetto i misteri dell'iniziazione bacchica, esse si rifacevano in larga misura a modelli perduti originari di Pergamo. Ma il copista, se è questa la parola che si deve usare, era anche un artista di prim'ordine che è riuscito a conferire alle sue ure fantastiche e misteriose un alone straordinario di dignità divina, di violento movimento, di terrore, di magia, di esaltazione.

Nel IV secolo a.C. lo scultore Prassitele era riuscito a dare una realtà visiva all'essenza di un mondo ideale, creando delle ure che compendiavano in sé la diversità della natura divina; ed il maestro della Villa dei Misteri, pur lavorando con una materia difficile quale può essere l'intonaco di un muro, si rivelò un degno seguace del greco. La complessa composizione con cui egli decorò le pareti della casa lascia col fiato sospeso ed è stata giustamente definita come la più grande testimonianza esistente della pittura antica. Se essa risalga al tempo di Cesare (metà del primo secolo a.C.), o alla prima parte del regno di Augusto (31 a.C.-l4 d.C.) non è stato possibile stabilirlo.







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