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Il “Miracolo dello schiavo” di Jacopo Tintoretto e il “Martirio di San Matteo” di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio

Il “Miracolo dello schiavo” di Jacopo Tintoretto e il “Martirio di San Matteo” di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio
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Il “Miracolo dello schiavo” di Jacopo Tintoretto e il “Martirio di San Matteo” di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.




Analizzando subito le due opere si può affermare che entrambe sono caratterizzate da una intensa nota di spettacolarità e di teatralità; infatti sia il Tintoretto sia il Caravaggio scelgono di aprire la scena ponendo lo spettatore quasi davanti ad un palcoscenico, sul quale ha luogo l’intero avvenimento.

Le differenze maggiori comunque si notano nel diverso dispiegarsi e diffondersi della luce.

Nel Miracolo dello schiavo è presente un fondale bianco, luminosissimo, e la luce che proviene dal santo, dunque dall’alto, è come un’esplosione in pieno giorno; è proprio questa intensificazione subitanea di luce e colore che dà il senso del miracolo.



Nel Martirio di San Matteo la luce ha la funzione rivelatrice di ciò che sta accadendo e rivela i tre momenti della vicenda: dapprima San Matteo colpito dal carnefice, la fuga degli astanti ed infine l’angelo che piomba dal cielo.

La folla in delirio individua una serie di linee curve un vero e proprio turbine centrifugo, al quale gli effetti contrastanti di luce ed ombra tolgono ogni monotonia. Dunque la funzione della luce, con i suoi giochi di luce ed ombra, di chiaro-scuro, è qui quella di sottolineare e di marcare maggiormente quel senso di drammaticità che permea l’opera.

Se nel Miracolo la luce è abbagliante e pervade tutto il dipinto, nel Martirio essa, più simile ad un bagliore ultraterreno, è dorata su un fondo bituminoso.

Risulta immediato il paragone tra le due opere se si pensa alla differenza che intercorre tra esse per quanto riguarda la disposizione cronologica dei diversi momenti.

Il Caravaggio stringe ulteriormente, rispetto al Tintoretto, i tempi dell’azione. Se nell’opera di quest’ultimo gli astanti commentano sorpresi l’accaduto e il santo arriva dal cielo a salvare il servo, a risolvere il dramma, in Caravaggio i personaggi si affollano, si accalcano sgomenti, il carnefice colpisce San Matteo e l’angelo scende, tutto quasi nello stesso istante.

Se si osserva il gesto dell’angelo verso San Matteo, fa notare anche Argan, è chiaro come il momento stesso della morte è contemporaneamente quello della gloria, nell’attimo in cui la mano del santo, protesa in atto di difesa, si tende a cogliere la palma dalla mano dell’angelo.

Una delle prime differenze che vengono colte, anche se superficiale, è quella che riguarda l’ambientazione: se in un dipinto la scena si svolge in un luogo aperto, nell’altro essa si sviluppa in un luogo chiuso.

Se il punto centrale della composizione per il Tintoretto è la ura dell’uomo che mostra gli strumenti di tortura, miracolosamente spezzati, per ilCaravaggio vale la stessa simmetria: infatti non sono il santo o l’angelo ad essere in posizione centrale, ma il carnefice.

Nell’opera del Tintoretto l’uomo che ancora incredulo mostra il miracolo è, in qualche modo, il segno della potenza divina del santo, e del miracolo stesso, mentre nell’opera del Caravaggio il carnefice è il momento centrale di tutta l’azione, l’elemento scatenante l’intero avvenimento. E’ infatti la prima ura, investita completamente dalla luce, da cui lo spettatore è colpito.



Sempre per ciò che riguarda la funzione della folla, se nell’opera del Caravaggio essa contribuisce a creare quel senso di drammaticità e di ansia, grazie anche al chiaro-scuro, nell’opera del Tintoretto invece, straripando sia lateralmente sia frontalmente, ha il compito di collegare il dipinto allo spazio esterno, trasmettendo il proprio moto allo spettatore.

Analizzando i due deus ex machina, il santo nel dipinto del Tintoretto e l’angelo in quello del Caravaggio, si nota una certa somiglianza. Entrambi assumono infatti un a posizione dinamica, e vengono colti nel loro movimento.

Addirittura il santo ci è presentato di traverso, quasi a testa in giù. L’angelo invece è rafurato teso a porgere la palma a San Matteo, e questo  suo sforzo è presentato in modo estremamente naturale, non ricorda affatto le posizioni forzate del Manierismo.


Personalmente l’opera del Caravaggio mi ha trasmesso emozioni più intense, rispetto a quelle provate davanti all’opera del Tintoretto. Trovo sia, nonostante le numerose somiglianze tra i due dipinti, molto più efficace quel turbine, quel movimento centrifugo che caratterizza la prima opera, dominando l’intera scena.

Gli scorci appaiono di un vigore superbo: vi sono un fanciullo indimenticabile con la bocca aperta in un urlo muto, ad esprimere tutto l’orrore della scena, un uomo nudo di spalle in basso a destra e un gruppo di cavalieri.

La nota più intensa del dipinto del Caravaggio è la sensazione della confusione, il richiamo al rumore; sembra infatti di udire quasi il cozzare delle armi, il rumore dei passi che fuggono e del corpo del santo che stramazza a terra. Quindi una sorta di coinvolgimento anche degli altri sensi:non solo la vista, ma anche l’udito.



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