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Il culto di San Domenico Abate a Cocullo

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Il culto di San Domenico Abate

a Cocullo











Presentazione


La Valle del Sagittario è l’area più ricca di memorie domenicane: le feste, i riti, le tradizioni, legate al San Domenico, non hanno eguali in nessun altro luogo.

Partendo dalla storia del Santo, si nota che il vero protagonista è il suo popolo di devoti, con le sue credenze, i suoi riti e le sue tradizioni.

In questo elaborato si terrà conto dei riti cultuali di Cocullo, dal momento che qui il popolo di pellegrini esprime al meglio la sua devozione nei riguardi di un Santo dai tanti miracoli. Ciò nonostante, non mancheranno riferimenti ad altri luoghi di culto legati a San Domenico Abate.


La località


Cocullo è un comune della provincia de L’Aquila, nella Marsica, distante 85 km dal capoluogo di regione. La superficie è di 31,72 km2 e conta 450 abitanti circa.

Non si registrano notevoli fenomeni demografici nel corso del Novecento in questo Comune. Gli informatori, infatti, spiegano che in genere chi nasce a Cocullo tende a restare legato al suo paese e che, se trova lavoro fuori, preferisce viaggiare ogni giorno piuttosto che “abbandonare” la casa natia. Al tempo stesso, Cocullo è ricca di case, nuove o vecchi edifici ristrutturati, che sono abitati in brevi periodi dell'anno da quei pochi che si sono trasferiti altrove o da villeggianti estivi appassionati di montagna ed amanti della natura e dei prodotti genuini che Cocullo può ancora offrire. L’attività economica del paese, infatti,  è prevalentemente legata alla produzione di cereali, ortaggi e frutta ed all’allevamento ovino e bovino, ed è anche grazie a queste attività che i cocullesi riescono per lo più a trovare di che vivere nel loro paese.

Cocullo ha però subito delle trasformazioni notevoli a livello di infrastrutture. Basti pensare che tale località è raggiungibile attraverso la SS 5, uscita sull’autostrada A 24 al casello di Cocullo, e che esiste uno scalo ferroviario proprio. Cocullo è uno dei pochi paesi abruzzesi (e, forse, nazionali) meglio collegati a livello di mezzi di trasporto. È raro che un centro abitato da 450 persone scarse possegga uno scalo ferroviario ed un collegamento autostradale, a meno che non si tratti di una particolare località che, nel periodo invernale, vive grazie ad impianti sciistici o cose del genere. Ma è anche vero che è raro che un centro abitato così piccolo possegga un rito così ricco di tradizioni e così famoso.

Il fatto che esistano buoni collegamenti ferroviari ed autostradali è indicativo della notorietà del culto domenicano anche al di fuori dello stesso paese.

Si hanno poche notizie storiche su Cocullo. Anticamente si parlava di Oppidum Cuculi e questo nome deriva dalla sua posizione a cucullus, cioè a forma di copricapo appuntito. Infatti, il paese, con le sue case che degradano verso la Valle del Sagittario, assume la forma di un cappuccio.


Il luogo di culto


Cocullo è il centro più noto del culto di San Domenico. La sua notorietà è dovuta in gran parte al rito dell’offerta delle serpi che annualmente viene fatta al Santo nel giorno della sua festa, e di cui parleremo in seguito. I devoti lo venerano in una bella chiesa situata nel centro abitato, edificata tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, su una preesistente chiesetta, già dedicata al Santo.

Del Santo Protettore si conserva la reliquia del “Dente”[1] e un ferro equino , che, secondo la tradizione leggendaria, apparteneva alla sua mula.

Tra gli oggetti di culto abbiamo una statua lignea del Santo (avente nella mano destra il pastorale e nella sinistra un ferro equino, posta su un altare monumentale), la campanella[3] e la terra di San Domenico.


Aspetti mitico-leggendari


Esistono diverse teorie che cercano di spiegare il culto di San Domenico. L’aspetto più studiato e discusso del culto è l’offerta delle serpi. A riguardo sono state elaborate diverse teorie. Tra queste quella che ha trovato più credito è quella elaborata, tra gli altri, dal Pansa e che prende il nome di “ascendenza marsa”. Essa fa riferimento all’antico popolo dei Marsi, storicamente noto per la capacità di saper maneggiare le serpi e di conoscere l’arte medica per guarire dai loro morsi. Delle loro capacità cantò per primo Virgilio nell’Eneide, celebrando la fama del sacerdote Umbrone, che da re Archippe, re dei Marsi, fu mandato contro Enea:

Quin et marrubia venit de gente sacerdos

fronde super galeam, et felici comptus oliva

Archippi regis missu, forissimus Umbro:

vipereo generi et graviter spirantibus Hydris

spargere qui somnos cantuque manuque solebat

mulcebatque iras, et morsus arte levabat[5]

Insieme ai Marsi furono note anche le maghe peligne che guarivano dai morsi velenosi. Secondo la tradizione mitica, i Marsi appresero questa loro maestria dalla dea Angizia, una delle sorelle di Circe, che aveva culto divino a Luco dei Marsi in un tempietto circondato da un bosco, vicino al lago Fucino, di cui è attestata l’esistenza dalla grande quantità di reperti. Con l’avvento del Cristianesimo, che aveva tolto ogni veridicità alla dea Angizia, i “serpari” marsi e peligni, che prestavano la loro professione per i rituali legati alla dea e per guarire le persone dal morso dei serpenti velenosi (erano una sorta di medici ante litteram), avevano bisogno di un nuovo protettorato per poter seguitare a svolgere il loro lavoro, e San Domenico, che aveva trasformato i pesci in serpenti[6], fu invocato come protettore. Nella festa a lui dedicata, le serpi hanno il valore di un’offerta simbolica e professionale, per ribadire il patronato del Santo.

Dal punto di vista Cristiano, la prima testimonianza, che si possiede di questo culto, si ha nel 1589 nella relazione di Monsignor Caruso in visita a Cocullo. Solo alcuni anni dopo, nel 1597, è di Monsignor Del Pezzo il riferimento alla reliquia del “Dente”. Del suo patronato contro la rabbia si ha notizia solo nel 1629 nella relazione di Monsignor Cavalieri, mentre del suo potere contro le serpi si ha notizia nella Vita di San Domenico da Foligno, scritta da Iacobili nel 1645[7]. La tradizione popolare, poi, afferma che il luogo di culto fu fondato dallo stesso San Domenico durante il suo viaggio in Abruzzo.

Col passare degli anni le notizie si fanno più precise e vengono arricchite da eventi leggendari e miracolosi. Oltre al miracolo della mula, si narra anche il miracolo del lupo famelico[8], che il Santo riuscì a rabbonire grazie al suono di un flauto ottenuto da un osso di cervo. Altro evento miracoloso è quello di Ariccia, vicino Roma (di cui ci parla il Profeta), dove un uomo, morso da un serpente, fu salvato grazie a dell’acqua in cui era stata mescolata un po’ di ciambella benedetta, della quale parleremo in seguito. Tra gli altri, va ricordato anche l’evento straordinario verificatosi a Penne, i cui campi erano invasi dai topi. Gli abitanti di Penne si recarono a chiedere grazia al Santo durante il giorno della sua festa e il curato diede loro della Terra benedetta. Questi la sparsero sui campi e furono così liberati dai topi.

Di miracoli ed eventi straordinari ce ne sono tanti, ma a questo punto occorre chiedersi: chi era San Domenico?



San Domenico nacque a Foligno, in Umbria, nel 951, e morì a Sora, in provincia di Frosinone, nel 1031. Ancora fanciullo i suoi genitori lo affidarono per i primi studi ai monaci benedettini. All’età di ventitré anni, nel 974, venne consacrato sacerdote. Da questo momento in poi hanno inizio i suoi numerosi viaggi, durante i quali fondava monasteri e nuove chiese con l’intento di creare luoghi in cui gli uomini potessero trovare il conforto della parola di Dio. Fu durante queste peregrinazioni che visitò i luoghi della Valle del Sagittario e fondò, secondo la tradizione, la chiesa di San Domenico a Cocullo.

Il Santo, colto da un tumore maligno ad una guancia, morì in 22 gennaio del 1031, alla veneranda età di ottanta anni.

Purtroppo non sappiamo come fosse fisicamente San Domenico, dal momento che le fonti coeve non descrivono i suoi lineamenti corporei. La rappresentazione iconografica segue esclusivamente l’ispirazione artistica ed è per questo motivo che è diversa da luogo a luogo.

In alcuni affreschi presenti all’eremo di Prato Cardoso a Villalago, il Santo ha una corporatura alta e snella ed emana grande forza fisica. Probabilmente è così che doveva essere quest’uomo che fondava conventi, si spostava continuamente e morì ad ottanta anni (una bella età se si tiene conto dell’epoca in cui visse).[9]



Il culto


Gli informatori locali mi spiegano che Cocullo, nel corso dell’anno, dedica al suo Santo tre feste.

La prima è quella del 22 gennaio, giorno della morte di San Domenico. È una festa prettamente liturgica, durante la quale si usa far bollire i chicchi di grano (detti zeffeletieglie) a ricordo del miracolo della farina moltiplicata[10].

La terza festa cade il 22 agosto: è un giorno di preghiera, ma anche di divertimento, con la banda e manifestazioni popolari. Questa dura due giorni, dato che il giorno precedente si va in comitiva a fare la scamnata al Vado di Capo Forcella, dove in un’impronta su di un masso si vuole vedere rafurata la gamba di San Domenico, dal ginocchio al piede. La tradizione vuole che il Santo, nel lasciare definitivamente la Valle del Sagittario, si sia inginocchiato lì per benedire Cocullo, prima che il paese sisse dalla sua visuale.

Ma è la seconda festa quella più famosa e ricca di elementi rituali. Lo svolgimento cronologico dei rituali è davvero molto ricco e complesso ed è necessario l’aiuto degli informatori per una buona ricostruzione delle fasi.

Nei giorni che precedono la festa, che cade ogni primo giovedì di maggio e che dura un giorno, i serpari[11] di Cocullo sono impegnati nella ricerca dei serpenti da esporre sulla statua del Santo durante la processione.

La festa ha inizio con la “festicciola”, dedicata alla Madonna, con la processione, la banda e i fuochi artificiali. Nel frattempo cominciano ad arrivare i pellegrini e l’ultimo tratto di strada che porta al paese si riempie di bancarelle.

L’indomani, il giovedì, la grande festa inizia con alcuni colpi di sparo, che annunciano l’inizio della festa a tutta la Valle. Verso le nove c’è l’arrivo dei pellegrini di Atina (in provincia di Frosinone), accolti dai rappresentanti del comitato che organizza la festa di San Domenico.. Questi, fino agli anni Cinquanta, venivano a piedi, impiegando tre giorni per l’andata e altrettanti per il ritorno. All’ingresso del paese, prima di entrare nell’area sacrale, si toglievano le scarpe ed avanzavano a piedi nudi. Oggi arrivano in pullman, ma rispettano sempre itinerari e rituali fissati nella tradizione[12].

Nel santuario c’è un brusio fitto di preghiere. Donne e uomini di ogni età si piegano per arrivare all’altare dove è esposta la statua di San Domenico fra numerose candele accese. Quindi si fa la fila per suonare la campanella, che per un po’ suona ininterrottamente. Oggi non tutti, però, posano la loro bocca su quella corda, preferendo tirarla con la mano.

All’ingresso della chiesa c’è un contenitore con la Terra di San Domenico ed anche qui occorre fare la fila per prenderne un po’ da portare a casa.

Cocullo, intanto, ribolle di devoti, curiosi, fotografi, cineoperatori, studiosi, studenti di ogni ordine e grado.

Intorno alle undici, accomnati dalla banda, una processione di ragazze in costume, con le autorità cittadine e il gonfalone comunale, sfila per recarsi al Santuario. Le ragazze portano sul capo un canestro con i ciambellati, grosse ciambelle fatte con pasta dolce, che poi vengono donati ai portatori della statua di San Domenico. Sono ciambelle benedette che curano il mal di denti e dal morso di serpi e cani rabbiosi.

La messa è solenne e la chiesa trabocca di devoti. Con l’avvicinarsi dell’uscita della statua del Santo, i serpari si radunano sul sagrato con i loro fasci di rettili. La gente si accalca vicino alla chiesa. Terminata la Messa, ci si dispone per la processione. Un pesante ed alto stendardo si pone davanti a tutti; segue la banda, i devoti disposti in due file, le ragazze con gli abiti tradizionali ed i canestri con in ciambellati e i rappresentanti del clero. Il simulacro di San Domenico, appena fuori, viene posto sul sagrato per ricevere l’offerta delle serpi. I serpari si avvicinano e gli mettono addosso i loro doni. I rettili, come per incanto, gli si attorcigliano sulle braccia, sul pastorale, sul collo. Sono tantissimi ed ognuno pare che sappia dove collocarsi. I presenti, soprattutto i vecchi del paese, seguono ogni mossa con trepidazione, perché le serpi non devono arrotolarsi al viso, in quanto sarebbe di cattivo auspicio. La statua, con il suo carico di offerte, svetta su tutti e viene sollevata dai portatori. Dietro si dispongono i serpari, con altre serpi tra le mani, il Sindaco e il gonfalone comunale.

La processione, al suono festoso delle campane e della banda, incomincia a muoversi attraverso tutto il paese. La gente fa largo al passaggio della statua con il suo carico di serpi e tutto intorno è un trepidare di voci, canti e flash di fotografi. Arrivati alla parte più alta del paese, la processione si ferma e la statua viene appoggiata su di un tavolo per assistere allo sparo, che dura circa venti minuti (orgia acustica). Poi si riprende il cammino per tornare in chiesa. Sul sagrato i serpari tolgono le serpi dalla statua. Esse non vengono più uccise o vendute ai turisti come un tempo, ma lasciate libere lì dove sono state catturate (la decisione è stata presa per ripopolare le camne che, per lungo tempo, sono state quasi prive di serpenti, correndo il rischio di veder morire questo culto), perciò può accadere che si catturi la stessa serpe per anni consecutivi. La statua viene riposta vicino l’altare maggiore e la processione si scioglie.

Nel pomeriggio, fino a notte inoltrata, la festa assume il suo aspetto più intimo, riservato esclusivamente agli abitanti del paese.

Del culto di San Domenico, come ci informa, tra gli altri, il Braccili, si sono interessati e si interessano studiosi di antropologia, di storia delle religioni, di folclore, di tradizioni popolari, poeti come D’Annunzio e Panzini e giornalisti come Scarfoglio. Il pittore Francesco Paolo Michetti ha dipinto una famosa tela che ritrae le scene della processione. E sono anche questi personaggi che hanno dato e danno al culto di San Domenico, che si pratica a Cocullo, una notorietà tale che ancora oggi nel giorno della festa di Maggio sono presenti migliaia di persone, provenienti dalle località limitrofe e dall’intero Abruzzo, fino ad alcune località del Lazio e del Molise, con una partecipazione, individuale o collettiva, davvero molto sentita. Troviamo notizie e citazioni sia su testi specializzati che su semplici testi scolastici o enciclopedici. E a buon ragione, perché nessun altro culto è così ricco di riti.

Bibliografia


Braccili L., Santi, Beati e santuari d’Abruzzo, Litografia Brandolini, Sambuceto, 1996

Grossi G., Il culto di San Domenico Abate in Abruzzo, Villalago, 1981

Pansa G., Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, a cura di F. Cercone, L’Aquila, 1979

Profeta G., Il rito delle serpi di Cocullo e la sua funzione socio culturale, L’Aquila, 1975

Profeta G., Un culto pastorale sull’Appennino contro i morsi di lupi, serpenti e cani rabbiosi. Inchiesta sul culto popolare di San Domenico di Cocullo, Libreria dell’Università, Pescara, 1988



Dati sull’informatore




Informatore n° 1


Età

82 anni

Sesso

Maschile

Luogo di nascita

Cocullo

Luogo di residenza

Cocullo

Professione

Pensionato (ex dipendente comunale)

Stato civile

Vedovo

Forme di coinvolgimento e di partecipazione alla vita religiosa

Appartenete al Comitato Festeggiamenti








Informatore n° 2


Età

25 anni

Sesso

Femminile

Luogo di nascita

Sulmona

Luogo di residenza

Cocullo

Professione

Studentessa

Stato civile

Libera

Forme di coinvolgimento e di partecipazione alla vita religiosa

Indossa gli abiti tradizionali e porta le ciambelle benedette durante la processione di San Domenico


Sommario



Presentazione. 1

La località 1



Il luogo di culto. 2

Aspetti mitico-leggendari.. 3

Il culto.. 6

Bibliografia.. 10

Dati sull’informatore. 11

Informatore n° 1. 11

Informatore n° 2. 11

Sommario. 12




Come reliquia ha una devozione ed un rispetto del tutto particolare. L’informatore anziano dice che i  miracoli avvenuti al solo invocarla sono innumerevoli. Grazie a questa reliquia, San Domenico, oltre a proteggere dal morso delle serpi, è venerato anche per la cura delle odontalgie.

È un autentico ferro equino che, secondo la leggenda, venne donato dal Santo al popolo di Cocullo a ricordo del miracolo avvenuto nella bottega di un maniscalco. Il Grossi, infatti, narra che, di ritorno da uno dei suoi lunghi viaggi, il Santo si accorse che la sua mula soffriva per la perdita di uno zoccolo. Poiché era quasi vicino a Cocullo, affrettò il suo passo e si diresse verso la bottega di un maniscalco, pregandolo di rimettere i ferro alla mula, per amore di Dio. Il maniscalco eseguì rapidamente il suo lavoro, ma chiese i soldi al Santo che non ne aveva. San Domenico gli disse che in realtà lo rendeva partecipe dell’amore di Dio, ma il maniscalco rispose che l’amore di Dio non si mangia. Allora il Santo chiese alla sua mula di restituire il ferro e questa alzò la zampa e, con uno scatto secco, fece cadere il ferro, staccatosi miracolosamente dai chiodi. Il maniscalco si rese così conto con chi aveva a che fare e riferrò di nuovo la mula, chiedendo perdono al Santo. Oggi il ferro ha il potere di preservare e guarire gli animali dalla rabbia. Nel giorno della festa di San Domenico venivano portati a Cocullo i cani pastori per farli toccare da questo ferro. Sul motivo per cui si è persa questa tradizione, non ho trovato nulla di rilevante. Penso che il motivo sia da ricercare nel fatto che la Chiesa ufficiale vieta l’ingresso degli animali in chiesa, a meno che non si faccia richiesta di una dispensa particolare.

La campanella di San Domenico è situata all’interno del Santuario, fissata al muro laterale. Ad essa è legata una cordicella che termina con cinque anelli di catena. Ha il potere di preservare dal mal di denti e dalla rabbia se viene suonata, tirando la catena con la bocca, per tre volte di seguito. Oggi, però, racconta l’informatrice giovane, alla luce delle nuove norme igieniche e per la paura di contrarre malattie, la campanella viene suonata tirando la catena con le mani. Questo oggetto di culto è presente anche a Villalago, che viene portata, dal monastero di San Pietro del Lago, sul campanile della chiesa parrocchiale. Ha il potere, se suonata, di sedare tempeste e grandini.

La Terra è composta dai calcinacci dei Santuari di Cocullo e Villalago. Vengono raccolti dai devoti per il loro potere di liberare le camne dalle invasioni degli insetti e degli animali nocivi e perché protegge le abitazioni dalla “malasorte”. Inoltre si ritiene che, presa a piccole dosi insieme con il caffè o con l’acqua, immunizzasse da qualsiasi male. A Cocullo, dove l’usanza ha più larghe dimensioni, viene messo all’ingresso del santuario un contenitore di sabbia benedetta con la reliquia del “Dente”, questo, racconta l’informatore anziano, per evitare che i devoti raschiassero i muri esterni della chiesa per staccare i calcinacci.

“E venne pur dalla Marruvia gente / inviato d’Archippo, un sacerdote / con l’elmo adorno di fecondo ulivo / il fortissimo Umbrone. Egli soleva / con formule e con gesti addormentare / vipere e bisce dall’infetto fiato, / e con arte blandiva i lor furori / medicava con l’arte i loro morsi”.

Il miracolo, come racconta l’informatore anziano, avvenne a Prato Cardoso. Si narra che un giorno i monaci di San Pietro del Lago inviarono un fraticello all’eremo del Santo per portargli delle trote (qui, infatti, egli visse per 12 anni). Durante il cammino il fraticello fu tentato dal buon odore di questi pesci e, arrivato nei pressi della grotta, ne nascose due nella cavità di una grossa e antica quercia lì presente. Fatta la consegna, si avviò a riprendere i due pesci per mangiarli durante il ritorno, mentre stava mettendo la mano nella cavità, vide dentro due serpenti, che, scorgendolo, gli si avventarono. Il povero fraticello fece appena in tempo a scansarsi e, impaurito, tornò piangente da San Domenico. Questi lo perdonò e gli disse di tornare all’albero, perché avrebbe ritrovato i due pesci e non più i due serpenti.

Queste notizie sono prese dal libro di Profeta G., Un culto pastorale sull’Appennino contro i morsi di lupi, serpenti e cani rabbiosi. Inchiesta sul culto popolare di San Domenico di Cocullo, Libreria dell’Università Editrice, Pescara, 1988

Narrano gli informatori che, durante il suo viaggio a Cocullo, San Domenico vide della gente correre dietro un lupo ed una donna che urlava di dolore. Seppe che il lupo aveva tra la fauci il bambino della donna che piangeva, rapito mentre ella lavorava ai campi. Allora il Santo chiamo indietro il lupo che, grazie al suono del flauto, divenne docile e riconsegnò alla mamma il suo bambino. Tra le acclamazioni di tutti, San Domenico riprese il suo cammino.

Notizie ricavate dal libro di Grossi G., Il culto di San Domenico Abate in Abruzzo, Villalago, 1981

raccontano gli informatori che un giorno il Santo, stanco e affamato, entrò in un mulino di Casale. Qui incontrò una donna che portava un sacco di grano da far macinare. Pensando alla sua mula stanca, il Santo le chiese la carità di un pugno di grano. La donna, benché povera, diede al Santo il grano con un sorriso e versò il resto nella macina. Dopo la macinatura, ella si rese conto che la farina era di più rispetto al grano, tanto da riempire più di due sacchi. Avendo compreso il miracolo, si voltò e si gettò ai piedi del Santo, il quale le disse che era stata la sua carità a far moltiplicare la farina.

Come spiega l’informatore anziano, oggi, non esistendo più la professione di serparo, i rettili vengono catturati da gente comune: operai, studenti, contadini, e sono soprattutto di Casale. Si limitano a cercare solo alcuni esemplari, e sono soprattutto il biacco (o serpe nera), ma, prevalentemente, il cervone, per i suoi 180 centimetri di lunghezza e la sua docilità. In passato la varietà dei rettili era molto più numerosa e non mancavano esemplari velenosi, a cui venivano strappati i denti.

Mentre si dirigono verso la chiesa, preceduti da una Croce adorna di fronde e di fiori, cantano, accomnati dagli zampognari, l’inno d’ingresso: Oh bello San Domenico! / la festa tua è venuta / per grazia ricevuta / ti veniamo a visitar. Quindi entrano in chiesa e fanno offerte in denaro, secondo quello che viene definito lo “spreco liturgico”. Poi si siedono sui banchi aspettando la Messa. Al termine della festa, dopo che tutti sono andati via, la comnia dei pellegrini di Atina si prepara al congedo con un canto di saluto: Addio San Domenico / noi siamo in partenza / e dacci la licenza / la santa benedizione. Mentre cantano, con la croce adornata di fronde e di fiori, retrocedono verso l’uscita, senza mai voltare le spalle al Santo. Tutto questo, a parer mio, rispecchia l’etichetta di omaggio del suddito al signore feudale. Sempre cantando al suono delle zampogne, si dirigono verso il limite dell’area sacrale, per riprendere il pullman e tornare al loro paese.






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