ePerTutti
Appunti, Tesina di, appunto storia dell arte

La scultura Greca, Etrusca, Romana

La scultura Greca, Etrusca, Romana
Scrivere la parola
Seleziona una categoria

La scultura Greca,

Etrusca,

Romana.


La scultura è un prodotto realizzato con opera d’intaglio mediante attrezzi nella materia dura.

Il termine scultura si usa anche per indicare l’arte di modellare la creta ed altre sostanze malleabili.

La scultura ha tipologie diverse di sviluppo nello spazio: a tuttotondo[1], altorilievo e bassorilievo






G


I primi artisti che si dedicarono alla scultura nella Grecia antica erano

dei semplici artigiani ed anche per questo motivo non venivano tramandati i nomi degli artisti, a meno che l’opera non avesse ottenuto un successo tale da far conoscere ancora oggi il nome degli autori.

Il periodo scultoreo greco arcaico va dall’VII sec. alla prima metà del secolo V a.C.. La scultura dei primi decenni dell’VII sec. viene chiamata post-geometrica e si manifesta nella produzione di piccole ure votive di bronzo, pietra e avorio, che mostrano lo schema geometrico dell’immagine pittorica, ma senza alcun rispetto per la reale conformazione anatomica del

corpo umano. Di questo periodo sono anche numerose le sculture in legno chiamate xoàna, ma di esse non resta alcun esemplare, ad eccezione di alcune piccole statue rinvenute in Sicilia.

Un progressivo abbandono dello stile rigorosamente geometrico si nota a partire dal 670 a.C. per un graduale accostamento alle forme e alle proporzioni reali del corpo umano. La scultura di questo periodo è chiamata dedalica (dal nome di Dedalo a cui i greci attribuivano l’invenzione dell’arte) ed è rappresentata da una produzione più varia. Culla di quest’arte fu l’isola di Creta, dove sono stati ritrovati i più antichi e notevoli esemplari di scultura in rilevo e a tutto tondo, di pietra o bronzo. Tra queste le più comuni sono le sphyrelata, chiamate così per la particolare tecnica usata, che consiste di battere una lamina di bronzo su un anima in legno, che permetteva di eseguire ure di maggiori dimensioni dei comuni bronzetti fusi a forma piena.

Accanto alle piccole sculture votive si hanno in questo periodo i primi esempi di statue di grandi dimensioni.

Con l’espansione geografica ed economica dell’antica Grecia, l’accresciuta ricchezza e i contatti con altre civiltà, portano allo sviluppo della scultura monumentale in marmo e pietra calcarea.

I primi modelli da cui attinsero gli artisti greci furono quelli egizi. Appresero infatti

dallo studio dell’arte egizia a costruire la ura di un uomo in piedi, a distribuire le varie parti del corpo e i muscoli che le connettono. Non si trattava più di apprendere una formula già pronta per poter rappresentare un corpo umano, ma di raggiungere un maggior realismo guardando con i propri occhi, superando gli antichi precetti. Così fece Polimede di Argo, scultore de i fratelli Cleobi e Bitone, che cominciò a far prove per conto proprio, non accontentandosi più di seguire le antiche formule, evidentemente interessato a scoprire il vero aspetto delle ginocchia. Gli egizi avevano basato la loro arte su ciò che si sapeva, i greci incominciarono a servirsi dei loro occhi. Intorno al 575 a.C., fece la sua sa il “sorriso arcaico”, la cui espressione serviva a dare alla statua una caratterizzazione umana. Fin dalle origini dedaliche la statuaria arcaica apparve riconducibile a scuole, che diffusero tre tipi di scultura: il giovane nudo eretto (Kouros), la fanciulla avvolta in un peplo (Kore), la donna seduta. Della scuola di Samos è una statua femminile acefala, forse Era, del 570 a.C.: da questa statua traspare una grande attenzione per i particolari, tra i quali c’è il chitone sottilmente increspato. La sacralità è sottolineata dall’appesantirsi del busto verso l’alto e dalla larghezza delle spalle.

Al periodo arcaico risale anche la prima statua equestre della storia, quella del cavaliere Rampin, di un gruppo votivo, un tempo forse erano due rappresentanti i Dioscuri o due li di Pisistrato, dell’acropoli ateniese che rappresenta un cavaliere dal capo coronato di quercia. Un altro esempio importante della plastica a cavallo tra il VI e V sec. è offerto dalla statuaria destinata ad ornare i frontoni dei templi.

Tra il 480 e il 450 a.C., operò la generazione di artisti dello stile severo[4]. Con questi artisti si nota il superamento della visione arcaica per un maggior realismo attraverso lo studio anatomico e alla rappresentazione di ure. Nella nuova concezione della ura umana, caratterizzata da una piena corporeità plastica, si rifiuta ogni accento decorativo, l’acconciatura viene trattata a masse compatte, il panneggio ricade con ampie e pesanti pieghe. Gli scultori di questo stile prediligono il bronzo per la fabbricazione delle loro statue, mente invece continuano a scegliere il marmo per le decorazioni templari. Per la fattura delle opere veniva usata la tecnica della fusione a cera persa: il modello della statua era realizzato in argilla, materiale che offriva la possibilità di effettuare continue correzioni e ritocchi, così da ottenere ardite composizioni e gli effetti più svariati.

Delle grandi statue bronzee della prima metà del V sec. si è salvato pochissimo. Gli scavi fatti ad Olimpia, dove un tempo sorgeva un tempio circondato da statue bronzee di vincitori, riportarono alla luce soltanto i piedistalli su cui poggiarono le statue, fuse nel medioevo quando il metallo si fece raro. Soltanto a Delfi si è ritrovata la statua di un auriga, collocato un tempo su un carro tirato da cavalli, del quale si conservano solo alcuni frammenti. Gli occhi, che nelle teste di bronzo sono spesso cavi, sono segnati con pietre colorate, come usavano sempre a quel tempo. I capelli, gli occhi e le labbra sono lievemente dorate, dando alla statua un’espressione di vivacità e di colore a tutto il volto. Veste un lungo chitone cinto in vita, nella sua mano destra tiene le redini e il volto è leggermente girato verso destra, sui capelli porta la tenia, la benda del vincitore, decorata a meandro e incrostata d’argento. Anche se è ancora legato ai modelli arcaici

(impianto statico a colonna), appare percorso da una vitalità nuova. Non si sa se l’auriga somigliasse realmente al suo modello, probabilmente non gli

rassomigliava affatto, ma rimane comunque l’immagine persuasiva di un essere umano mirabile per semplicità.

Scultore greco importante fu senz’altro Fidia. Delle sue due grandi opere, l’Atena e lo Zeus a Olimpia, andate irrimediabilmente perdute, abbiamo solo delle copie marmoree romane, ma i templi che le contenevano esistono ancora,



e con essi vi sono ancora alcuni fregi della sua epoca. Il tempio di olimpia è il più antico e nelle metope (riquadri) sopra l’architrave, erano rafurate in bassorilievo le fatiche di Ercole. Nel frammento di Ercole che regge il cielo si vede Atlante che, con i pomi d’oro, ritorna da Ercole, rigido sotto l’enorme peso, mentre Atena, che lo aiuta in tutte le sue fatiche, e tiene alla sua destra una lancia di metallo, gli ha posto un cuscino sulle spalle per rendergli meno dura l’impresa. Atena ci sta di fronte, con solo il capo volto verso Ercole. In queste ure si può ancora avvertire l’influenza dei canoni che vigevano nell’arte egizia. L’antica convinzione che fosse importante evidenziare la struttura del corpo, infatti le articolazioni principali aiutano a capire come il tutto sia in connessione, stimolava l’artista a studiare l’anatomia delle ossa e dei muscoli, e a costruire una ura umana convincente, visibile anche sotto il drappeggio.

Il modo stesso con cui gli artisti greci usavano il drappeggio per sottolineare le principali partizioni del corpo umano mostra quale importanza attenessero alla conoscenza della forma.

Nel IV sec. la concezione dell’arte mutò. Le statue di Fidia erano state famose perché rafuravano dei, ma ora le grandi statue dovettero la loro fama alla loro bellezza artistica, e questa si elogiava o se ne criticava la forma e lo stile.

Prassitele fu il grande scultore di quel secolo, famoso per la grazia del suo tocco e per il carattere dolce delle sue creazioni. Forse una sola opera originale di Prassitele ci è pervenuta: una statua trovata ad Olimpia nel XIX sec., ma potrebbe essere solamente una copia

fedele romana. E’ il dio Ermes con Dionisio fanciullo. Il dio è intento a giocare con il fanciullo che tiene in collo. In quest’opera è ssa ogni traccia di rigidezza. Anche Prassitele si preoccupa di mostrarci le articolazioni del corpo e di farcene capire il meccanismo il più chiaramente possibile, ma , al contrario delle statue degli artisti precedenti, riesce nel suo intento senza che si irrigidisca e perda vita.

Non esiste corpo simmetrico e ben costruito quale quello di una statua greca. Molti studiosi ritengono che l’artista abbia osservato un gran numero di modelli, carpendone gli elementi che preferiva. Per questo la gente dice che i greci idealizzarono la natura.

Tra le famose statue classiche di Venere, la Venere di Milo, chiamata così perché rinvenuta nell’omonima isola, è forse la più nota. Probabilmente faceva parte di un gruppo di Venere e Cupido che, sebbene scolpito in un periodo più tardo, si valeva dei metodi di Prassitele. Anch’essa doveva essere vista di lato (Venere stendeva le braccia verso Cupido) e si può ammirare la chiarezza e la semplicità con cui l’artista ha modellato il bellissimo corpo, e il modo con cui ne ha segnato le varie parti senza mai peccare di durezza o d’imprecisione.

Verso la fine del IV sec., si aprì l’altro filone caratteristico della statuaria

greca, in cui gli artisti si liberarono dalla costrizione di fare ritratti perfetti per trovare il modo di animare i tratti del volto in modo realistico, senza, però, distruggere la grazia. Al tempo di Alessandro si iniziò a discutere di questa nuova forma di bellezza e lui stesso si fece ritrarre da Lisippo, la cui fedeltà alla natura riusciva a stupire i contemporanei.

Si trovano tracce di un mutamento dell’arte greca nel periodo ellenistico in varie opere. Tra queste c’è l’altare di Zeus a Pergamo, eretto intorno al 160 a.C.. la scultura rappresenta la lotta tra dei e titani. La scena è molto movimentata e piena di drappeggi. Quest’opera si tratta di un altorilievo con ure quasi a tutto tondo, che sembrano invadere i gradini dell’altare. L’arte ellenistica amava le opere veementi e violente per poter impressionare.

Altra opera ellenistica degna di nota è il gruppo del Laocoonte, rinvenuto nel 1506, nel quale è rappresentata una scena descritta nell’Eneide: il sacerdote Laocoonte stretto con i suoi li da due enormi serpenti marini mandati dagli dei. Spicca nell’opera il modo con cui i muscoli delle braccia e del busto rendono lo sforzo e la sofferenza della lotta disperata, l’espressione di strazio nel volto del sacerdote, le contorsioni imponenti dei due fanciulli e la maniera nella quale tutto questo tumulto e questo movimento si cristallizzano in un gruppo statico.

Anche nelle isole disseminate nel mar Egeo si affermano attive scuole della nuova scultura. Si attribuiscono ad una corrente rodia alcuni dei più noti esemplari ellenistici. Tra questi c’è la statua votiva della Nike di Samotracia, protettrice della flotta di Rodi, scolpita nel III o II sec. a.C.. Il motivo del volo è reso con la massima carica di movimento. Sembra che la ura stia salendo del tutto libera, con le ali spiegate verso l’alto.






E

Presso gli Etruschi, per le sculture, si usò molto la terracotta, dipinta con colori vivaci, per le sculture architettoniche dei templi, e la

pietra locale (il peperino, il nefro e l’alabastro) per le sculture tombali.

L’intera produzione etrusca riconferma le sue caratteristiche artigianali di arte applicata: le opere nascono con una destinazione ben precisa (religiosa, funeraria o di impiego utilitario).

I più antichi resti della scultura etrusca appartengono all’arte funeraria. Steli funerarie in pietra con rafurazioni di guerrieri incise o a rilievo piatto, ritrovate a Volterra, appartengono all VII e forse VIII sec., detto anche periodo orientalizzante. Nei tumuli della necropoli di Vetulonia sono state rinvenute, in stato frammentario, anche numerose sculture con l’intero corpo o la testa sola, rilevati a tuttotondo. Di queste ure, che probabilmente rappresentano il

defunto, le maschili hanno molte analogie con le statue greche dei Kuroi, mentre le femminili, con le mani al petto, riproducono l’atteggiamento tipico delle antiche

divinità della fecondità. Sono comunque evidenti, in tutte, le derivazioni dalla scultura greca dei periodi geometrico e dedalico, ed anche da quella anatolica (rigidità, fissità dei volti dagli occhi sbarrati), ma in un linguaggio primitivo, animato dal gusto realistico proprio della tradizione artigianale indigena. Allo stesso periodo risalgono alcune statue di grandi dimensioni rappresentanti animali fantastici, di origine greco-orientale. Soggetti analoghi ricorrono come motivo decorativo su lastroni di pietra tufacea o calcare, usati per rivestire gli interni delle tombe. Manca però la ura del grande artista che detti le norme rigorose di uno stile.

Erano numerose, fin dall’età arcaica, le officine, dove gruppi di anonimi artigiani lavoravano ai prodotti della plastica. Da queste uscivano numerosi pezzi di complessi arredi delle tombe in terracotta e, più raramente, in pietra, in bronzo o in altri metalli, in legno e in materiali preziosi. A cominciare dai primitivi canòpi , di terracotta o bronzo, spesso sagomati a suggerire la forma di un corpo umano, e chiusi da un coperchio che ritraeva le fattezze del defunto nella rozza testa-ritratto, che fu il primo tipo di ritratto italico, inizio di un genere che i romani faranno proprio. Sui corpi e sulle anse di questi vasi potevano essere accennate delle braccia. Evidente appare il legame con la società villanoviana (dei secoli IX e VIII a.C.), la più



importante della prima età del ferro in Italia, le cui urne erano coperte con ciotole o elmi. Una modellazione più completa della ura umana rispetto agli arcaici canopi si trova, a partire dal IV sec. a.C., nelle immagini dei defunti sdraiate sul piano dei sarcofagi. Nel noto sarcofago di Caere (Cerveteri) se ne vede un esempio assai significativo. L’artista non si è preoccupato troppo dell’equilibrio complessivo dell’opera, se ha voluto abbreviare la parte inferiore dei corpi,

rimasta come atrofizzata sotto la breve coperta. Ha dato tutta l’importanza ai busti, eretti, girati con le spalle di fronte a chi guarda, facendo perno sul gomito, composti con naturalezza nella posa confidenziale. Nel regolare modellato del capo accenti tipici della scultura greca, dallo stile arcaico allo stile severo. Il riconoscimento di tale influenza ha fatto definire ionizzante questa fase dell’arte etrusca. L’uomo, a torso nudo, poggia la mano sulla spalla della moglie che indossa il chitone ed il mantello e porta un berretto di lana cupoliforme detto tutulus. Entrambi sono sdraiati su un letto conviviale detto Kline e stanno quindi partecipando ad un banchetto.

Allo stesso periodo risalgono le opere più originali come l’Apollo di Veio, la statua mutila dell’Ercole con la cerva e della dea con bambino in braccio, e una testa di Mercurio, che si ritengono parti di un unico gruppo, acroteri[6] di un tempio che sorgeva nei pressi di Veio. L’Apollo, colto nell’atto di avanzare, guarda fissamente una meta dinanzi a sè, camminando con passo sciolto e sicuro: è

proteso verso il suo avversario, Ercole. Sembra che il tipo etrusco sia stato ritratto sul modello dell’uomo comune. Si possono scoprire così i tratti caratteristici di una popolazione: gli occhi allungati sotto la capigliatura bassa sulla fronte, il profilo angoloso e le labbra carnose.

Con il V sec. a.C. si apre l’età classica della scultura etrusca, a questo periodo risale la Lupa modulina, alla quale furono uniti i gemelli nel ‘400. Importante è anche la Chimera rinvenuta ad Arezzo, mostro con corpo di leone, coda di serpente e con una testa di capra sul dorso. Il corpo, rivolto minacciosamente contro un nemico, con la testa ruggente, è magistralmente modellato. La scultura subì due restauri: il primo nel ‘500 ad opera di Benvenuto Cellini, il secondo coinvolse le zampe di sinistra e le bestie attaccate al corpo (prima dei restauri il serpente non mordeva il corno della capra ma era rivolto verso il nemico.

Dopo un periodo piuttosto arido di un ritorno ai modelli greci, verso il IV sec. a.C. e in avanzata età ellenistica, l’apertura ai contatti di un vasto ambiente si ripercuote nella nuova produzione artistica. Nella ricca serie di urne cinerarie, fittili o alabastrine, si svolge tutto un repertorio urativo, che va dalle scene attinte ancora ai miti greci, ai ritratti dei defunti di più realistica evidenza.

Distesi, appena risollevati con le massicce spalle e la gran testa sproporzionata sui coperchi delle

urne come su un familiare giaciglio, questi personaggi non si vergognano di apparire con tutti i loro umani difetti.

Un posto di notevole importanza continuava a tenere la produzione di bronzo, lavorato a lamine e a sbalzo per decorazioni e oggetti vari.

A partire dal III sec. a.C. prende l’avvio un’intensa produzione, più artigianale che artistica di urnette funerarie, cassette decorate a rilievo su tre lati o sulla facciata, e con coperchio rafurante il defunto. Di questo periodo è il sarcofago detto dell’Obeso ritrovato a Tarquinia nella tomba di una ricca famiglia. Questo rafura un uomo grasso dal volto rugoso, la cui pesantezza fisica comunica il tentativo di dare una fisionomia psicologica del personaggio.

In questo secolo ha anche fortuna la ritrattistica. Vennero prodotte molte teste fittili, ottenute con stampi e variamente ritoccate, esteticamente piacevoli, ma di difficile interpretazione per ciò che riguarda i personaggi rafurati. A partire dalla fine del secolo si incominciarono a decorare i frontoni dei templi, prima lasciati vuoti, utilizzando lastre di terracotta con rilievi molto alti. Esempi di queste decorazioni si notano esempi di queste decorazioni nei templi di Civitalba, che ha come tema Arianna, e di Talamone, con il tema di Edipo e dei 7 contro Tebe.

Opera funeraria in bronzo importante, risalente al II sec., è quella dell’Arringatore, rappresentante Aulo Metello, col braccio destro appena flesso e il volto calmo e persuasivo.





R





In età romana imperiale, per le sculture fu molto usato il marmo policromo di diverse provenienze. La tecnica usata per le statue di grandi dimensioni era il sistema dei punti[7]. Grandissima diffusione ebbe anche, nel mondo antico, la terracotta: i rilievi erano ottenuti a stampo da una matrice.

Risalendo alle prime forme della ritrattistica etrusco-italica si trova il fondamento di una delle correnti in cui si è più compiutamente realizzata l’arte romana.

La principale classe della scultura romana repubblicana offre il più ricco repertorio di personaggi di un’epoca. Sono ure di ceti diversi, da quello più nobile al più umile, ma tutti caricati nella resa di un estremo realismo. Nel passaggio si riconosce la traccia di uno stesso filone, la medesima esigenza di una rappresentazione immediata. Si avverte però una certa differenza, segno di un’indagine minuziosa, estranea allo stile etrusco, rivolto alla ricerca del tipo, che non segue mai un procedimento troppo rigoroso. Dietro a queste differenze di stile c’è un altro spirito, un altro modo di sentire e altre abitudini di vita.

Una delle esigenze principali degli artisti romani erano i ritratti somiglianti, che avevano svolto una certa funzione nella primitiva religione romana, quando, nei cortei funebri, era consuetudine portare immagini in cera degli antenati. A volte si valsero di calchi ricavati sul volto del morto, acquistando così la straordinaria conoscenza della struttura e delle fattezze della testa umana. Già da questi inizi il repertorio ha una certa ampiezza: teste e busti, a tuttotondo o a bassorilievo, di personaggi anonimi. In qualche caso si manifesta un influsso derivato dal tardo ellenismo che si mostra con una trattazione raffinata delle superfici, animate nel contrastato gioco di chiaroscuro, come nel ritratto, conservato al Vaticano, che critici e

studiosi pensano essere una riproduzione di Cesare.

Gli apporti dell’incontro con il mondo ellenico si fanno sentire con l’inizio dell’età imperiale nella forma di un diffuso indirizzo classicheggiante, che si combina con la tradizione locale.

Nel genere particolare del ritratto, di radicata tendenza realistica, incidono nuove precise tendenze storiche. Il tema per eccellenza sarà l’immagine di Augusto, che, esposto al riconoscimento e all’ammirazione di tutti sarà il ritratto ufficiale dell’imperatore, personificazione stessa della “dignitas” romana. A tale fine veniva incontro la corrente classica della scultura greca, fondata sull’astrazione dei caratteri più particolari dell’individuo.

La statua dell’Augusto da Prima Porta è un esempio della nuova concezione. La ura è bilanciata sullo schema del Doriforo di Policleto nella rispondenza incrociata degli arti. Però il braccio rompe la fissità dell’immagine, la anima nel movimento di un gesto che richiama a sé l’attenzione della folla. Un ricordo di statue greche eroiche c’è anche nel particolare dei piedi scalzi e del capo scoperto. Il volto si fa più sagomato, secondo una ricerca fisionomica, ma senza turbare l’armonia delle ampie superfici curve della calotta cranica.

Il monumento più rappresentativo di tutta questa prima epoca imperiale rimane l’Ara Pacis Augustae, il grande altare dedicato nel 9 sec. a.C. a celebrare la pace assicurata da Augusto all’Impero. Il complesso consiste in un altare scolpito sui lati e tutt’intorno un alto recinto di quattro pareti marmoree riccamente scolpite. Nei rilievi urati che si succedono all’esterno, si nota come due tradizioni opposte si incontrano, conciliate nel clima del classicismo allora imperante. Il gusto realista dell’artista romano trapela qua e la nei piccoli particolari, portando la nota viva della gravità della visione. Si osserva e si riscontra qui la combinazione e l’esigenza di documentare un avvenimento con un animato fare narrativo che segna la nascita del rilievo storico romano.

Passo importante dell’evolversi del linguaggio urativo romano si compie con la scultura dell’età flavia. Come i ritratti stanno perdendo il carattere ufficiale dello stile classicheggiante, alla ricerca di animati effetti coloristici, il bassorilievo storico raggiunge una nuova maturità d’espressione. Si seguono i progressi su due pannelli scolpiti all’interno del fornice dell’arco di Tito, a celebrare il suo trionfo sui Giudei nell’anno 70. Per esempio gli stessi cavalli della quadriga imperiale sono scaglionati in modo da rompere la rigida sovrapposizione affiancata, spiccando con risalto volumetrico.

Il più alto punto di arrivo di quest’arte si concentra nei bassorilievi dell’età traianea: l’artista si vide affidare nuovo compito, dove tutta l’abilità e tutte le conquiste di secoli di arte greca vennero messi a frutto: i romani, volevano ostentare le loro vittorie e narrare la storia delle camne militari. Per esempio Traiano fece erigere un’alta colonna per rievocare la cronaca urata delle sue battaglie in Dacia. Il fine principale non fu più l’armonia, la bellezza o l’espressione drammatica. I romani erano pratici, senza gusto per le creazioni della fantasia, eppure il loro modo pittorico di raccontare le imprese si rivelò di grande efficacia.

Il ritorno dell’arte classicheggiante nella ritrattistica ci fu con Adriano, che sembra aver seguito il grande esempio traianeo con la Colonna Aureliana, con i rilievi della vittoriosa guerra contro i Germani. Le ure, scolpite con più forte aggetto, che dominano le scene, fanno intendere che i caratteri stilistici e lo stile stesso appaiono mutati.

Intanto i sarcofaghi marmorei, diffusi dal II sec., offrivano nuovi temi e nuove forme al rilievo. Il sarcofago dell’età antoniniana presenta una vivace decorazione scultorea, arricchita dalla policromia e dalle dorature.



Scultura isolata nello spazio, visibile da ogni lato.

Rilievo scultoreo le cui ure emergono dal fondo per più della metà.

Scultura a rilievo con ure poco sporgenti dal fondo.

Il termine severo è una libera traduzione degli studiosi degli aggettivi durus, rigidus, austerus, con i quali venivano indicati dalle fonti letterarie gli artisti dell’epoca.

Vasi mortuari etruschi di forma ovoidale o biconica.

Elementi decorativi in terracotta o in marmo, collocato ai vertici del frontone con rafurazioni apotropaiche (che allontanano il male).


Da un piccolo modello di cera o da un bozzetto in terracotta, si riportavano le misure sulla pietra con una specie di pantografo.






Privacy

© ePerTutti.com : tutti i diritti riservati
:::::
Condizioni Generali - Invia - Contatta