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Roma medievale

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Roma medievale


L’inizio per la città del periodo medievale coincide con la conversione dell’imperatore Costantino al Cristianesimo, che avvenne nel 312 d.C. Il primo edificio che decise di far costruire fu la Basilica Lateranense [312-213] come sede per il vescovo di Roma. In questa struttura si delineano i caratteri dell’architettura medioevale religiosa: la chiesa è divisa in cinque navate, ognuna dotata di una propria illuminazione, con un ampio abside ed i transetti perfettamente integrati. Un impianto a cinque navate che sarà applicato anche alla basilica di San Pietro e di San Paolo fuori le Mura poi modificato nel tempo, a cui si aggiunsero altre impostazioni, tra cui la pianta a basilica sepolcrale circiforme, con un deambulatorio che aggirava l’abside e metteva in collegamento le due navate laterali, visibile all’epoca a S.Lorenzo e a S.Agnese fuori le Mura, a S.Sebastiano. Dal punto di vista decorativo la prima opera che segna il passaggio ad un programma narrativo più complesso è la costruzione della basilica di Santa Maria Maggiore sorta per volere del pontefice Sisto III°. Qui la ricca decorazione a mosaico si estende su tutte le pareti e non è più limitata, come avvenne nel caso delle basiliche di S.Sabina e S.Pudenziana. Una riorganizzazione decorativa che durante il mandato di Gregorio Magno investì anche S.Pietro e S.Paolo fuori le Mura a cui si aggiunse la disposizione contrapposta, lungo le pareti della navata centrale, delle storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. Nei mosaici lo stile risente ancora dell’influsso bizantino, dove lo schema è il fondo oro su cui poggiano le ure riccamente ornate, statiche, monumentali, inespressive, disposte secondo un criterio gerarchico, che verranno umanizzate progressivamente dalla scuola mosaicale romana forte di una formazione ellenistica, anche se in alcune circostanze si manifesta l’influenza di un’iconografia tipicamente palestinese come dimostrano i mosaici si S.Stefano Rotondo, S.Saba, S.Quirico e Giulitta. Il trapasso verso una propria identità ed una propria autonomia avviene lentamente, a partire da Pasquale I°, con un’impostazione formale, classica, visibile nei mosaici delle basiliche di S.Cecilia, S.Prassede,  S.Maria in Domnica. La spinta a ravvivare il senso delle decorazioni e dell’arte sarà manifestato più avanti, nell’anno mille, quando a Roma s’insediò il giovane imperatore tedesco Ottone III°, ultimo rappresentante del Sacro Impero Romano, dimostrato nella chiesa di S.Bartolomeo all’Isola, ma a cui non ci sono seguiti a causa della difficoltà di fissare delle regole in campo artistico. Tuttavia a conferire una particolarità alla decorazione, in questo caso sempre nell’ambito del mosaico, è l’ambiente artistico romano, come dimostrato a S.Clemente, S.Maria in Trastevere e a S.Maria Nova. Una vivacità intellettuale e raffinata che convincerà Onorio III° a commissionare a dei mosaicisti veneziani la decorazione dell’abside di S.Paolo fuori le Mura, deciso finalmente a soppiantare la rigida urativa bizantina. Un passo fondamentale, che apre all’innovazione anche nel campo della scultura e delle architetture. E’ nel 1200 che le chiese si arricchiscono delle opere in marmo, e a Roma contribuiscono in tale direzione le botteghe dei marmorari, come quella del Vassalletto e di Jacopo di Cosma, in cui rielaborano spesso nelle loro produzioni i modelli antichi, tra cui quelli egizi. Il contributo a rompere definitivamente con il gusto scultoreo del passato è l’arrivo a Roma di Arnolfo di Cambio, che nel 1285 insieme ad altri marmisti realizza il ciborio di S.Paolo fuori le Mura, [ura 10] introducendo una dimensione stilistica improntata al gotico parigino. Intanto nella pittura avviene la rapida diffusione della urativa della scuola romana, caratterizzata da un maggior realismo, dall’espressività dei personaggi, trovando in Pietro Cavallini e i Jacopo Torriti i suoi importantissimi artefici. Cavallini collaborerà con Arnolfo nel restauro della chiesa di S.Cecilia in Trastevere e nell’iminazione architettonica delle scene testamentarie riesce a dare un’innovativa interpretazione prospettica. La stessa introdotta in Toscana, in un periodo poco precedente, da Cimabue. Ma l’esilio del papa e il trasferimento della corte ad Avignone nel 1309 interrompe le committenze ed il fermento artistico.




Roma rinascimentale


Il 30 settembre 1420 Martino V° rientra a Roma, ma non ciò non coincide con la ripresa delle arti. La prima committenza significativa avviene nel 1425, quando il cardinale Branda Castiglioni incarica Masaccio per la decorazione del trittico della Neve nella Capella Colonna a S.Maria Maggiore. E il segno di un interesse verso la sensibilità umanistica, che si diffonderà nell’ambiente romano più tardi. E’ importante inoltre la presenza di Gentile da Fabriano, testimone del gusto neogotico, che affrescherà la navata centrale di S.Giovanni in Laterano, [1427] lavoro poi concluso da Pisanello. Attorno al 1440 Masolino decora la cappella Brandi Castiglioni nella basilica di San Clemente. L’accentuazione dei rapporti con il fervido ambiente umanistico pittorico fiorentino avverrà poco dopo, nel 1450, in occasione del giubileo, con la presenza a Roma del Beato Angelico e dello scultore Isaia da Pisa. L’evento produrrà la nascita di nuove costruzioni edilizie, da Palazzo Venezia, a Palazzo Capranica, alla Casa dei Cavalieri di Rodi. Nella 1461 a S.Maria Maggiore è concluso l’eccezionale ciborio,  scultura attribuita a Mino del Reame, mentre nell’ambito della pittura romana emerge la sensibilità di Antoniazzo Romano, capace di coniugare le intuizioni delle scuole umbro-toscane. Durante il pontificato di Sisto IV° lavora in città Melozzo da Forlì, importante esponente della pittura prospettica, che collabora assieme allo scultore comasco Andrea Bregno, in seguito direttore dei lavori del cantiere di S.Maria del Popolo. L’influsso toscano diventa evidente negli affreschi delle pareti laterali della Cappella Sistina: qui dipingono Lorenzo Ghirlandaio, maestro di Michelangelo, Luca Signorelli, Sandro Botticelli ed altri. Un altro contributo rilevante arrivò dall’umbro Bernardino di Betto detto il Pinturicchio, che affrescò oltre le pareti della Sistina la cappella Bufalini in S.Maria d’Aracoeli e la cappella della Rovere a S.Maria del Popolo. La lezione toscana si consolida anche nella scultura, attraverso le tombe bronzee dei pontefici Sisto IV° e Innocenzo VIII° eseguite da Antonio del Pollaiolo, e raggiunge nella pittura la sua più clamorosa presenza con gli affreschi di Filippino Lippi nella Cappella Carafa a Santa Maria Sopra Minerva. All’inizio del 1500 si continuò sull’esempio del Pinturicchio e raggiunge Roma il giovanissimo Baldassarre Peruzzi, amico di Raffaello, che coordina e forse contribuisce agli affreschi di S.Onofrio al Gianicolo. L’indipendenza raggiunta da parte dei pittori, oramai rivolti ad una urativa più sensibile e naturalistica, fa emergere nella scultura la ritrovata espressione nella classicità, di cui Michelangelo sarà il massimo interprete con la Pietà, conclusa nel 1500, con il Mosè e in alcune opere di Raffaello, in particolare negli affreschi delle Stanze Vaticane. Ma ad interrompere bruscamente l’evoluzione artistica della città, come avvenne due secoli prima in epoca medioevale con il trasferimento della sede Pontifica ad Avignone, è il Sacco di Roma, avvenuto il 27 giugno 1527, risultato della vendetta del re snolo Carlo V°. Numerose opere vennero depredate, altre distrutte, si ridussero le disponibilità economiche per finanziare le committenze. Nel 1541 Michelangelo concluse comunque il Giudizio Universale nella cappella Sistina e nel 1550 in occasione dell’Anno santo affrescò sempre in Vaticano la Cappella Paolina. Negli anni seguenti le produzioni artistiche saranno dettate dalle regole uscite dal Concilio di Trento, dalla cosiddetta controriforma. In questo periodo tra i pittori emergono Federico e Taddeo Zuccari, Nicolò Circignani, Giovanni De Vecchi, Cesare Nebbia. La trasformazione della città arriva grazie al pontefice Sisto V°, che impresse una svolta alla storia dell’urbanistica, avvenuta grazie anche alla collaborazione dell’architetto Domenico Fontana, con l’innalzamento di obelischi, con l’apertura di nuovi assi viari, riportando nel centro storico le mostre d’acqua, come nella Fontana del Mosè. Con il giubileo del 1600, sotto il pontificato del fiorentino Clemente VIII°, avviene l’ulteriore espansione delle opere d’arte: viene decorato il Transetto Lateranense, la Cappella Contarelli a S.Luigi dei Francesi, che rappresenta l’esordio pubblico del lombardo Michelangelo Merisi da Caravaggio patrocinato e protetto dal cardinale Francesco Maria del Monte, Arcivescovo del Granducato di Toscana a Roma, tanto da permettersi libertà fino ad allora impensabili, tra cui la rappresentazione irriverente della Madonna [dei Pellegrini, Palafrenieri, di Loreto] con il volto della sua giovane amante Maddalena Antognetti, nonché cortigiana preferita da molti nobili della città. L’irruenza e il senso realistico di Merisi fanno colpo, influenzano profondamente molti pittori per oltre trent’anni, ma il suo fare talentuoso, scontroso ed individualistico non produrrà allievi diretti, ciò che avverrà invece con i bolognesi Annibale ed Antonio Carracci, decoratori della Galleria Farnese e maestri di Guido Reni, del Domenichino, di Giovanni Lanfranco, esponente di una prima forma di barocco nell’affrescatura della cupola di S.Andrea della Valle.




Roma Barocca


Con Paolo V° avviene il tentativo di unificare le tendenze artistiche affidando la supervisione di tutte le opere pubbliche a Giovan Battista Crescenzi, un nobile di buona cultura, coadiuvato in alcune imprese da Agostino Tassi, tristemente noto per la vicenda in cui coinvolse la giovane pittrice Artemisia Gentileschi. Un periodo che durò poco fino al pontificato di Urbano VII°, quando emerse l’estro nell’architettura di Gian Lorenzo Bernini  e Pietro da Cortona nella pittura. Ma è anche il periodo dei collezionisti, che commissionano in base ai generi pittorici: dal paesaggio alla veduta, alla natura morta, alle scene di genere, al tema mitologico e allegorico. Una richiesta di lavori che portò molti artisti, italiani e stranieri, a trasferirsi a Roma. E in questo contesta che opera l’architetto lombardo Francesco Borromini, bravo, razionale ma introverso, a differenza di Gianlorenzo, eclettico ed estroverso, che direzionerà e determinerà in modo più incisivo il gusto romano. Nella scultura si distingue la sensibilità del bolognese Alessandro Algardi mentre nella pittura le ure evanescenti si rivelano con Andrea Sacchi, Salavator Rosa, Pier Francesco Mola e soprattutto con Carlo Maratta che sarà il punto di riferimento europeo nella prima metà del 1700. A determinare il passaggio alla scenografia barocca è l’arrivo a Roma del francese Guillaume Courtois, detto il Borgognone, che applica al tema pittorico l’idea berniniana dello spazio continuo, visibile nella stupefacente volta della Chiesa del Gesù, decorata dal Baciccia, e nella chiesa di S.Ignazio, realizzata da Andrea Pozzo. L’influsso francese è ormai evidente. Alla direzione dell’Accademia di San Luca nel 1670 è nominato Charles Le Brun e non a caso ciò coincide con il lavoro nelle chiese romane di artisti d’oltralpe, tra cui Pierre Legros, Jean Baptiste Théodon, Pierre Etienne Monnot. In questo periodo di stasi la pittura italiana si distingue con Maratta, allievo di Andrea Sacchi, discendente della scuola carracesca; con Giuseppe Ghezzi e Antonio Gherardi, che riprendono il colorismo veneto, che incide sul grandioso affresco di Chiesa Nuova realizzato in occasione dell’anno giubilare del 1700 al quale parteciparono Ghezzi, Daniele Seiter e Francesco Trevisani mentre nella decorazione della cupola emerge lo stile barocco di Pietro da Cortona. La lezione veneta di Trevisani e del toscano Benedetto Luti saranno le più importanti in Europa, accanto a forti individualità e stili isolati, da Marco Benefial con le storie di S.Margherita in S.Maria ad Aracoeli, a Michelangelo Cerruti, con il Martirio di S.Anastasia nell’omonima chiesa. Verso il 1703 la città cambia ancora il suo aspetto urbanistico: iniziano i lavori per la Fontana di Trevi diretti da Nicola Salvi, della scalinata di Piazza di Sna da Francesco De Sanctis, del Porto di Ripetta da Alessandro Specchi. Dal senso del movimento lasciato dal Bernini adesso l’intento è applicare il senso del decoro, che si percepisce anche in pittura nelle opere di Placido Costanzi, Sebastiano Conca, Stefano Pozzi, Pompeo Batoni, in un misto tra decoro formale e fantasia. Alla metà del 1700 crebbe in tutta Europa l’interesse ritrovato per gli studi di antichità classica, che trova nel veneto Giovan Battista Piranesi, nel 1745, con la sua pubblicazione, il tentativo di proporre la rigorosità classica alle innovazioni fino ad allora acquisite. Nel 1755 arrivò a Roma, ospite del cardinale Alessandro Albani, Johann Winckelmann, il primo grande storico dell’arte antica. Villa Albani, costruita in stile neoclassico, diverrà il luogo simbolo del nuovo antico. La città si trasforma come punto di riferimento per lo studio dal vivo delle antichità, e nell’ultimo trentennio del Settecento diventa sosta obbligata per gli artisti europei, tra i quali Antonio Canova [ura 10] che del Neoclassicismo sarà il maggior rappresentante. Ma come già avvenuto nel passato un evento interromperà inesorabilmente il fermento culturale e artistico. Le truppe di Napoleone nel 1797 entrano a Roma e rimarranno per due anni. L’Europa è appena stata scossa dalla Rivoluzione Francese e ora la preoccupazione è tutta concentrata su determinare l’organizzazione del nuovo assetto politico, a creare nuove alleanze di profitto, a gestire i cambiamenti prodotti dalla prima rivoluzione industriale. Un cambiamento socio-economico che influisce profondamente sull’arte, lasciata all’iniziativa dei singoli, che si trasformano imprenditori di se stessi spesso costretti a seguire le mode e i gusti del momento. E’ un po’ la morte della creatività dell’arte che si ribellerà a fasi alterne, prima con i Romantici, alla fine del 1800 con gli Impressionisti, agli inizi del ‘900 con le avanguardie espressioniste, che contestano un mondo ed una società irrimediabilmente strappata alle sue origini, oramai incanalata nel cinismo della macchina industriale e modernistica.








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