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Sacra Conversazione - Piero della Francesca

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Sacra Conversazione







Autore: Piero della Francesca

Datazione:

Collocazione: Pinacoteca di Brera

Dimensioni: 248x170 (originali 345x190)

Tecnica: tempera su tavola


Il dipinto rivela un carattere votivo e poté essere stato commissionato da Federico da Montefeltro in occasione della nascita di suo lio Guidobaldo; infatti si presume che il Bambino sia Guidobaldo e la Vergine, dal volto poco caratterizzato, sia la duchessa di Montefeltro, Battista Sforza, morta nel 1472 poco dopo la nascita del lio.



L’opera fu dipinta tra il 1470 e il 1474, non si può oltrepassare quest’ultima data poiché il duca non portava le insegne della Giarrettiera, conferitegli quell’anno. Comunque il dipinto giunse nella sua sede odierna nel 1810 dalla chiesa di San Bernardino ad Urbino, dove la sua presenza sull’altare maggiore risulta documentata almeno dal 1700 e dove fu seppellita Battista Sforza.

La tavola è organizzata in modo simmetrico con al centro la Madonna, in atteggiamento di preghiera mentre tiene il Bambino sulle ginocchia, e ai lati alcuni santi: Giovanni Battista, Bernardino da Siena e Gerolamo a sinistra; Francesco, Pietro martire e Andrea dall’altra parte. Inoltre a destra appare il committente rafurato in ginocchio con l’armatura, il simbolo della sua posizione sociale.

I personaggi hanno un atteggiamento maestoso ed equilibrato.

Tuttavia, secondo Raggianti, la pala avrebbe subito una mutilazione su tutti i lati e, nella sua forma originaria, “sarebbe apparsa incorniciata in primo piano da pilastri laterali (di cui si scorgono ancora i cornicioni terminali) e da un arcone in controluce”. Perciò le vere dimensioni sarebbero 345x190 cm e il semicerchio era situato entro una struttura architettonica più compiutamente definita.

L’attendibilità dello schema così individuato trova sostegno nel fatto che l’uovo di struzzo, appeso sopra il trono nella cavità absidale (costituita da una volta a botte cassettonata), si qualifica come centro geometrico della composizione completa nel punto d’incrocio delle due diagonali che possiamo tracciare unendo gli angoli della tavola idealmente riportata alle dimensioni originali.

L’uovo sarebbe da intendere come simbolo cristiano dei quattro elementi (secondo vari accenni nella letteratura medievale) e simbolo della creazione (con questo valore viene usualmente appeso nelle chiese dell’Abissinia e dell’Oriente cristiano). Inoltre esso richiama l’idea rinascimentale dello spazio centralizzato, perfettamente armonico e simmetrico.



L’uovo, nel candore e nell’immobilità assoluta della sua forma chiusa, riassume il carattere e la dimensione del mondo costantemente vagheggiato e costruito da Piero della Francesca nei suoi dipinti; un mondo privo d’ombre e di movimento, dove ogni elemento si colloca secondo esatte relazioni reciproche e rispondenze armoniche, bloccato dall’uniforme diffondersi di una luce limpida che elimina i contorni, collega le ure ed evidenzia anche gli oggetti più minuti. Essa infatti esalta lo splendore delle superfici colorate: marmi tagliati ed intarsiati, stoffe preziose (quasi sempre di raso), collane e fermagli in cui predominano le perle, capigliature lucenti dai riccioli regolari avvolti come lamine metalliche.

Oltre alla luce per l’autore è molto importante anche il colore: infatti sono presenti accordi cromatici per similitudine e per contrasto seguendo i canoni caldo-freddo tra le vesti dei personaggi e i marmi delle pareti. Ad esempio l’armatura di Federico da Montefeltro è in equilibrio con la veste del santo a sinistra e con i marmi azzurri dello sfondo, per quanto riguarda i colori freddi.

Nel dipinto sono presenti anche riferimenti alla pittura fiamminga per quanto riguarda i colori, la cura dei dettagli e l’utilizzo della luce come elemento unificatore.










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