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“Attraverso lo studio dei testi di Lenin tracciare le coordinate ideologiche del bolscevismo rispetto ai temi dell’imperialismo, della guerra, della d

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“Attraverso lo studio dei testi di Lenin tracciare le coordinate ideologiche del bolscevismo rispetto ai temi dell’imperialismo, della guerra, della dittatura del proletariato e al ruolo dei Soviet”



Il tema della dittatura del proletariato può considerarsi il primo in ordine di importanza nella storia del bolscevismo. Infatti, fu proprio a seguito della divergenza riguardante principalmente l’immissione nel programma del Partito operaio socialdemocratico russo del concetto di dittatura del proletariato che si determinò, nel congresso del 1903, la frattura tra i bolscevichi - come vennero definiti i seguaci di Lenin - ed i menscevichi, cioè la frazione minoritaria di destra.

Lenin riteneva l’imperialismo la “fase suprema” dell’evoluzione del capitalismo, che dalla fine del XIX° secolo si caratterizzava per la nascita dei monopoli, intesi come coalizioni o concentrazioni (in varie forme: sectiunelli, sindacati di produzione, trust . ) di imprese produttrici interessate ad evitare i rischi della libera concorrenza. All’inizio del XX° secolo quindi, nei paesi progrediti aumentava oltre ogni limite la supremazia del grande capitale industriale, unitamente a quello finanziario sotto l’influenza di poche potentissime banche. Anche la politica coloniale delle grandi potenze europee venne allora fortemente condizionata dalla legge dei monopoli, accendendo “pure un’aspra lotta per la divisione e per sempre nuove dimensioni del mondo”.



La guerra era considerata quindi conseguenza inevitabile di questo stadio del capitalismo, ed in particolare - secondo Lenin - il primo conflitto mondiale “rimane incondizionatamente, da parte della Russia, una guerra imperialistica di brigantaggio”. Questa era l’ideologia da proandare fra le masse proletarie, per toglierle dall’inganno della borghesia e convincerle che non sarebbe stato possibile  porre fine alla guerra “senza abbattere il capitale”, senza cioè passare attraverso una rivoluzione anticapitalistica.

L’analisi politica di Lenin coerentemente prevedeva che la società capitalistica, dove si può parlare di democrazia e di libertà solo di una minoranza (le classi possidenti), avrebbe dovuto evolversi in direzione del comunismo, verso una società senza più classi, né gerarchie, dove “lo Stato cessa di esistere e diventa possibile parlare di libertà”.

Questo passaggio non sarebbe però stato possibile senza un “periodo politico di transizione”, in cui lo Stato non avrebbe potuto essere altro che la dittatura del proletariato, intesa come la sola forma di governo rivoluzionario possibile e come l’unico mezzo in grado di spezzare la resistenza dei capitalisti sfruttatori.

Tuttavia per pervenire a questa “seconda tappa” della rivoluzione sarebbe stato necessario  attuare un programma finalizzato anzitutto a rovesciare il governo provvisorio della borghesia, che si era insediato nella prima fase della rivoluzione russa “a causa dell’insufficiente coscienza ed organizzazione del proletariato”. E, considerato che il suo partito era all’inizio solo una minoranza, la strategia di Lenin fu quella di svolgere una costante critica del governo sottomesso all’influenza della borghesia, ma soprattutto di convincere con pazienza ed ostinazione le masse della necessità del passaggio di tutto il potere ai Soviet dei deputati operai. Si trattava di spiegare che sarebbe stato un errore ritornare ad una repubblica parlamentare e che l’unica prospettiva possibile di governo rivoluzionario era rappresentata dalla repubblica dei Soviet dei deputati operai.



Quello era - e quello fu - il “compito immediato” del partito : sottoporre la produzione sociale e la ripartizione dei prodotti al controllo dei Soviet dei deputati operai.

Solo in seguito si sarebbe pervenuti - e si pervenne- all’instaurazione del socialismo ed all’attuazione del suo programma politico ed economico.







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