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Eta sillana - Problematiche socio-politiche



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Eta sillana

Problematiche socio-politiche


Ci troviamo nel I ventennio del I secolo a.C., periodo più significativo della storia romana. Già gli storici antichi erano unanimi nel vedere in questo ventennio convulso, problematico, conflittuale e violento per la guerra civile, per lo scontro tra Mariani e Sillani, per la dittatura di Silla, l'inizio della crisi delle istituzioni repubblicane e l'avvio di un processo che porterà all'affermazione di un nuovo assetto sociale ed istituzionale, con la perdita definitiva della repubblica, all'affermazione dapprima della monarchia di Cesare e poi del principato di Augusto.

Gli studiosi considerano questo ventennio come una sorta di età di mezzo, non particolarmente creativa, tra la generazione di intellettuali che ha fissato le basi della letteratura latina (Nevio, Plauto, Ennio, Catone e Terenzio) e quella del I secolo, protagonista di una straordinaria stagione letteraria (Lucrezio, Catullo, Cesare e Cicerone).



Tuttavia, se è pur vero che non sono presenti ure di rilievo, non si può trascurare che in questo ventennio si siano formati quei germi, che stanno alla base della successiva stagione.

La repressione violenta della riforma graccana, che aveva chiesto un ammodernamento delle strutture politiche che fossero adeguate alla nuova situazione territoriale e sociale, aveva sancito momentaneamente la vittoria dell'oligarchia senatoria, ma i motivi di fondo che l'avevano determinata erano rimasti irrisolti e la loro mancata risoluzione provocò l'esplosione di una serie di conflitti che culminarono con la guerra civile.

 Il primo grande conflitto dell'età sillana era attribuito alla gestione del potere, fino ad allora unico appannaggio degli optimates, classi nobiliari che trovavano il loro punto di raccordo nell'assemblea del senato. Essi quindi non gestivano il potere in una forma privata e clandestina, ma all'interno della stessa struttura principe della repubblica. Acconto agli optimates comincia ad emergere e ad assumere sempre più potere la classe degli equites, che non deteneva il privilegio del ghenos, ma era la custode del potere economico. Essi erano esclusi dal potere politico, anche perché il diritto romano non prevedeva che chi ricoprisse cariche politiche avesse un ruolo economico.

Le pretese sul potere politico dei cavalieri determina una sorta di scompenso nelle istituzioni repubblicane.

 La vittoria dell'oligarchia senatoria sembrava aver tarpato le ali al partito dei populares, che trova il suo nuovo capo in Caio Mario. Console per la prima volta nel 107 a.C., Mario, di estrazione plebea, era un homo novus, non aveva una tradizione famigliare nell'attività politica, il suo avvento al potere non è ben visto dal senato. Mario ebbe la sua occasione nella guerra contro Giugurta (111-l05 a.C.), che si era proclamato re della Numidia. L'esito della battaglia era incerto, anche perché Giugurta poteva contare sull'aiuto di magistrati e senatori corrotti, ma dopo una prima vittoria nel 108 a.C., il traditore fu portato in catene a Roma dove morì in prigione.

A rinforzare il prestigio del console contribuirono anche le vittorie riportate sui Teutoni (102 a.C.) e sui Cimbri (101 a. C.), popolazioni germaniche che da qualche tempo minacciavano l'Italia settentrionale. Mario fu acclamato a Roma come novello Remolo.

Antagonista di Mario fu il suo questore nella guerra giugurtina, Lucio Cornelio Silla, appartenente ad un'antichissima famiglia aristocratica, esponente di spicco del partito senatorio.

La loro rivalità iniziò a proposito della guerra mitridatica, che si protese dall'88 all'84 a.C. Il comando della spedizione fu affidato dal senato a Silla, che si era già distinto nella Guerra Sociale (90-88 a.C.), ma, quando Silla era già in Grecia, l'assemblea popolare le revocò l'incarico per affidarlo a Mario. Raggiunto da queste notizie Silla ritornò a Roma e impose l'ordine prima di ripartire per il Ponto; allora il suo antagonista ritorna nell'Urbe a capo di un esercito popolare, e lì trova la morte nel 96, mentre i suoi seguaci approfittano dell'assenza di Silla per instaurare il terrore nella città: Silla è dichiarato fuori legge, i suoi beni confiscati e venduti all'asta.

Conclusa subito la guerra con la pace di Dardano, Silla sbarca a Brindisi nello 83, inizia la Guerra Civile. I popolari sono alla testa di Mario il Giovane, lio adottivo del loro comandante, che in ogni caso non riesce a reggere il confronto col padre; sono sconfitti nei pressi dell'Urbe a Porta Colonia nell'82 a.C.: è la fine della guerra e l'inizio della dittatura di Silla, per i prossimi tre anni.

Con la Costituzione Sillana, il potere del senato è rafforzato, il numero dei senatori aumenta da 300 a 600 e si riserva loro il diritto di giudicare i magistrati accusati di reati gravi; viene proposto il cursus honorum e determinati limiti d'età per ogni magistratura; il potere civile viene nettamente separato da quello politico e ai consoli si impedisce di comandare all'interno della città; al tribuno della plebe furono precluse tutte le altre magistrature, per evitarne la carica rivoluzionaria; vennero inoltre distribuite ai soldati le terre che erano state confiscate a Mario e ai suoi seguaci.



Ma la riforma sillana non fece altro che alimentare maggiormente l'odio e l'avversione dei populares verso l'aristocrazia senatoria, essa sarà causa di nuove guerre civili.

 Nuova problematica caratteristica dell'età sillana è la condizione dei socii, ossia delle popolazioni italiche soggette al dominio romano. Le guerre continue, la diffusione del latifondo a svantaggio della piccola proprietà, la confisca dei terreni, l'appalto dei tributi concesso ad esosi esattori delle tasse avevano ridotto a mal partito le regioni della penisola colpite da una grave crisi economica. Il malumore dei socii, che già da tempo si sentivano sfruttati e maltrattati, sfociò in aperta rivolta. Essi richiedevano i diritti di cittadinanza romana dei quali godevano i cives; la loro organizzazione politica era identica a quella romana, al popolo romano avevano prestato aiuto nelle guerre, per le quali avevano subito confische ed erano dissanguati dalle tasse, quindi non vedevano il perché della loro esclusione dalla cittadinanza, dalla diretta partecipazione alla vita politica, che li riguardava. Il risentimento per l'iniqua condizione nella quale erano costretti a vivere, il rancore nei confronti del senato, che temporeggiava o faceva false promesse, la resistenza dei Romani, provocò la Guerra Sociale (90-88 a.C.), una guerra fratricida e dall'esito incerto.

I socii si allearono nella confederazione italica e stabilirono come loro capitale Corfinium. Il pericolo indusse il senato a concedere la cittadinanza alle popolazioni rimaste fedeli alla propria causa, e a quelle che avessero deposto le armi entro due mesi.

La vittoria toccò a Roma, ma fu una sola vittoria militare, perché anche la classe senatoria si accorse della necessità di conferire la cittadinanza ai socii e di farli partecipi delle riforme proposte dai Gracchi e da Duso.

L'entità giuridica di Roma vede quindi ampliare il suo centro ed estendersi al sud. Questo è il primo embrione dell'unificazione italiana.

 Altra tematica dell'età sillana è il ruolo che va assumendo la ura, sempre più fondamentale, del leader Già Mario e Silla avevano esercitato un potere di fatto più simile a quello di un monarca che non a quello di un magistrato romano, detenendo un potere che l'istituzione non concedeva loro. Questa è già una chiara dimostrazione della digressione delle istituzioni repubblicane.

L'esercito diventa quindi una ura importante nella vita politica: Mario aveva attuato ai tempi della guerra giugurtina una riforma d'ambito militare, aprendo la leva ai capite censi romani nullatenenti che erano sanciti soltanto per la loro esistenza, poiché erano privi di reddito. A loro viene ato uno stipendium per la loro funzione di soldati, l'esercito è un esercito di mestiere riconoscente al generale che lo comanda e più interessato ai suoi bisogni che non al bene effettivo della patria.


ETA SILLANA_NASCITA DELLA FILOLOGIA E DELLA GRAMMATICA A ROMA




In questo ventennio convulso e conflittuale dal punto di vista politico e sociale non si ha alcuna grande attività creativa. Si ha quasi l'impressione che la cultura latina si sia concessa una pausa di riflessione, un momento di ripiegamento su se stesa come per fare il punto del patrimonio prodotto nella stagione precedente.

Vere grandi personalità che producano letteratura non ve ne sono, tuttavia è un periodo indicativo per la nascita della filologia e della grammatica latina grazie agli impulsi dei maestri della scuola di Alessandria e di Pergamo, massimi centri della cultura ellenistica, per le loro importantissime biblioteche. Prima dell'influsso dei maestri greci, la filologia a Roma si limitava a semplici questioni di ortografia, fu Cratere di Mallo a svegliarne l'interesse. Si formano allora dei veri e propri manuali di grammatica, si istituiscono dei centri di filologia e i grammatici latini iniziano a produrre edizioni emendate, filologicamente corrette, dei testi antichi e degli autori del II secolo. Si rivede il carmen saliare, Porcio Licino e Volcacio Sedigito composero una storia della poesia latina e quest'ultimo anche un giudizio sui poeti comici in ordine di merito. Altri studiosi si interessano specificamente di grammatica: Caio Ottavio Lampadione si interessò del Bellum Poenicum di Nevio; particolare fama ebbe Elio Stilone, studioso di linguistica, in specie di etimologie, e commentatore di testi, egli fu il primo ad occuparsi del problema della autenticità delle commedie plautine, distinguendone come vere soltanto venticinque. Stilone risentì dell'influenza della scuola di Rodi, che tendeva ad una conciliazione tra la scuola di Alessandria e quella di Rodi per quanto riguarda la dottrina linguistica.

In questo contesto di interesse per la grammatica e la filologia nascono dispute tra scuole di pensiero diverse, tra anomalisti e analogisti, due modi diversi di intendere il linguaggio, due diverse filosofie del logos e della phisis

Gli anomalisti si ispiravano alla scuola di Pergamo e sostenevano un linguaggio per natura, non soggetto a norme fisse, ma in continua creazione libera e spontanea; l'importante è che esso sia comunicativo. Gli analogisti si ispiravano alla scuola di Alessandria e sostenevano un linguaggio per convenzione, secondavano il carattere razionale della lingua, che nasce da un patto che gli uomini stipulano tra essi e che perciò è soggetto a regole fisse.

Sempre nell'età sillana nasce la retorica latina indipendente ed autonoma rispetto quella greca. Nel 93 a.C. Lucio Prozio Gallo, cliens di Mario, apre una scuola di retorica democratica, dove l'insegnamento dell'ars dicendi avviene in latino con precisi riferimenti all'attività giuridica romana. Nasce quindi una scuola di rethores latini, che, neanche aperta, a distanza di un anno viene subito chiusa con un provvedimento senatorio che l'accusava non di formare cittadini migliori, ma cives sfacciati e arroganti. Dietro a questo provvedimento c'è l'aristocratica avversione ad una scuola superiore di masse, non certo aperta al popolo minuto, ma alla classe titolare del potere economico, priva del prestigio del ghenos e di conoscenze bilingue. Questa scuola apriva la strada alla politica, che gli optimates consideravano loro unico appannaggio.

Se pure l'età sillana è caratterizzata da una sostanziale assenza di creatività, questa può essere rintracciata in ambito poetico grazie all'attività dei poeti che ruotavano attorno a Quinto Lutezio Catulo, oratore, uomo di eccezionale sensibilità culturale e sensibile alle sollecitazioni della cultura ellenistica. Nasce una ura di poeta atipica rispetto a quella della tradizione, anticipazione della poetica dei neoteroi, non interessato ai temi politici, ma capace di cogliere la bellezza del testo i se stesso. È una poesia in epigramma, componimenti dotti, brevi ed eleganti, di argomento erotico e dedicato ad una fruizione molto ristretta.







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