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GABRIELE D’ANNUNZIO

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GABRIELE D’ANNUNZIO



Amato e odiato dalla critica per la sua volontà di fare della sua vita un’opera d’arte, D’Annunzio con la sua concezione estetica basata sul culto religioso della bellezza, che si può trovare nel suo linguaggio raffinato e al tempo stesso sensuale, e con la sua esaltazione dell‘io, che lo portò a ricavare dal tedesco Nietzsche il mito del “superuomo”, rappresenta il massimo esponente del decadentismo italiano, ma anche uno dei maggiori rappresentanti della cultura europea del suo tempo. L’opera di D’annunzio risente, infatti, delle più svariate esperienze europee: dal Naturalismo di Zola e Maupassant, ai russi (Dostojewki e Tolstoi), fino a Nitche, come si diceva, per poi accogliere ancora influenze francesi (Baudelaire,), inglesi (Wilde) e in ultimo parnassiane e simboliste.

Se in Pascoli l’incapacità di aderire ad una fede qualsiasi e la spossatezza morale si risolvono spesso poeticamente, o si rivelano nel senso del mistero, in D’Annunzio si manifestano in parte nell’estetismo arrivando a generare un’orgogliosa esaltazione dell’io volto a realizzare sé medesimo.







Le prime opere



Lo svolgimento storico-spirituale del poeta muove i primi passi dal verismo e naturalismo per le novelle, così come nelle prime raccolte di versi, Primo Vere e Canto novo, accoglie suggestioni carducciane, ma se ne distacca immediatamente, anticipando una delle caratteristiche di tutta la sua poesia: la volontà di un’immedesimazione corporea e voluttuosa con la natura.

Non si può parlare di una vera e propria evoluzione tuttavia nell’arte dannunziana perchè dalla interpretazione giovanile del naturalismo carducciano, dalla trascrizione del verismo verghiano alla più matura trasurazione di tutti i modelli presi in esame, ci si trova avanti ad una inconfondibile unità di tono che riposa, come appena affermato, in una visione “panica” dell’universo, intesa come percezione della vita nell'’uomo e nella natura.

Il poeta colloca sullo stesso piano le sensazioni dell’uno e dell’altra, rilevandole in una minuta analisi che porta il mondo a frantumarsi in una miriade di oggetti e di atti: di qui la frammentarietà dell’arte dannunziana, caratteristica pienamente decadente; di qui la tendenza a cogliere ogni fugace impressione, pure senza necessariamente cercarvi un nesso analogico alla stregua di Pascoli. Il tutto in una forma sempre ricercata, raffinata, musicale, precisa nelle descrizioni, pure spesso finendo la parola per essere troppo “levigata”, fine a sé stessa, lavoro di esteta.

Le prime novelle raccolte in Terra vergine, (1882 come Canto Novo), Il libro delle vergini (1884) che, insieme a San Pantaleone (1886), saranno successivamente pubblicate con il titolo di Novelle della Pescara (1902) hanno in comune con il verismo lo studio della vita umile e primitiva di una terra, l’Abbruzzo in questo caso, tuttavia D’Annunzio non mostra alcuna pietà verso tale mondo al contrario di verga; egli indugia sugli squallori della vecchiaia, sulle rovine della miseria quasi con un senso di compiacimento estetico e con una fastosità verbale che è sintomo di decadimento letterario e morale.

Risalgono al 1890 L’Isotteo e la Chimera e al 1893 il Poema paradisiaco, in versi, in cui il poeta auspica una liberazione dal giogo dei sensi, liberazione più vagheggiata che realizzata, attraverso una sorta di rivalutazione dell’innocente ingenuità dell’infanzia. Con le sue suggestioni raffinate di vena parnassiana il Poema paradisiaco sarà preso ad esempio da tutta la generazione dei poeti crepuscolari.

Tale tematica trova conferma nei romanzi dello stesso periodo, ancor più che ne Il piacere (1889), con cui può considerarsi aperta la fase dell’estetismo del resto ricalcante la sua stessa vita reale, in romanzi come L’Innocente e Il trionfo della morte (1894) da cui egli deriva un culto della “bontà” per superare l’intorpidimento dei sensi. Pur traendo ispirazione dai russi egli non arriva mai a proporre il macerato tormento, impietoso, dei personaggi di Dostojewskij: essendo i personaggi dannunziani una riproposizione del proprio io, essendo di carattere prevalentemente autobiografico tendono in qualche modo a suscitare nei lettori addirittura un moto di simpatia.

In realtà infatti l’auspicata liberazione dalla schiavitù dei sensi non può infine che approdare al superomismo: con la morte di Giorgio Aurispa (Il trionfo della morte) nasce il superuomo.




Le opere della volontà e del superuomo



Il superuomo è l’eroe della volontà, è colui che vuole e sa essere potente al di sopra di tutti, che non può e non deve essere giudicato secondo la morale comune. Allo stesso modo il ruolo del poeta- superuomo diviene fondamentale nella società che egli plasma a suo piacimento attraverso la sua opera.

Non è un caso che D’Annunzio abbia dato tanto al genere teatrale, cui si accennerà in seguito, né che i suoi personaggi ricalchino il poeta stesso; tutta l’opera di D’Annunzio potrebbe essere considerata di proanda delle proprie stesse convinzioni e le suggestioni stesse accolte dai diversi poeti stranieri non è mai profonda ma sempre superficiale e in fondo strumentalizzata: del superuomo di Nietsche egli non accoglie il vigore speculativo, bensì la parte più esteriore, volgarizzata in mitologia dell’istinto, ridotta ad un repertorio di argomenti estetizzanti e velleitariamente operativi, con tutte le implicazioni politiche che ne poteva derivare in una fragile democrazia quale era quella italiana del tempo.

Si può affermare che la fase superomistica abbia inizio con il ciclo dei Romanzi del Giglio, di cui però D’Annunzio scrisse solo il primo e cioè Le vergini delle rocce: il protagonista Claudio Cantelmo è antidemocratico, imperialista e razzista ed è persuaso che solo gli uomini superiori sappiano plasmare il mondo; così vuole che dalle sue nozze nasca il superuomo dominatore d’Italia e sostenitore della stessa nel mondo.



Questa idealità si intravede anche nella commedia La gloria ed ancor più nella Gioconda, che è la commedia del superuomo artista: lo scultore Settala invece della moglie prende come modella, per una statua, la sua amante; ma quando ella, credendosi non più amata, vuol distruggere la statua, è la moglie che salva l’opera meravigliosa: tutto è dovuto al superuomo.

Piuttosto che condurre a termine il ciclo dei Romanzi del Giglio, così denominati perché dovevano significare una passione purificata, il D’Annunzio preferì iniziare un terzo ciclo: i Romanzi del Melograno, che dovevano significare i molti frutti della volontà rigeneratrice. Anche questa volta, di tutto il ciclo, scrisse un solo romanzo: Il fuoco (1900), che avrebbe dovuto rappresentare l’ardore della creazione artistica. È collocabile ancora all’interno di romanzi del superuomo Forse che sì, forse che no.







Il cantore delle poesie della vita



Quando D’Annunzio, pur senza rinnegare nulla delle esperienze del passato, nella maturità della vita riesce a ripiegare su se stesso ed a cogliere, finalmente, quello che di più sincero è dentro di sé il momento della grande poesia può dirsi ormai giunto. Si placa ogni tensione superomistica per cedere il posto ad una maggiore intimità psicologica.

Risalgono a tale periodo le Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi che dovevano essere raccolte in sette libri, di cui tuttavia egli scrisse solo quattro: Maia, Elettra, Alcyone, Merope. Fra questi il miglior libro del D’Annunzio è di gran lunga Alcyone: una raccolta di 54 liriche. Se nei libri precedenti il Poeta aveva cantato gli eroi, il superuomo, il primato dell’Italia risorta, in questo libro invece il Poeta ritorna a cantare la natura sempre bella, creatura vivente e unica realtà; egli vi canta la grande Estate, da quando è al colmo del suo trionfo fino a quando trasura nell’imminente autunno. 

È il trionfo del sentimento panico della natura in un’onda di immagini, sensazioni che si traducono in musica.

Al periodo delle Laudi appartiene anche il miglior teatro del D’Annunzio come la tragedia Francesca da Rimini “poema di sangue e di lussuria”, e ancora La nave, per tornare ancora al primitivo Abbruzzo con la lia di Jorio. Quasi tutto il teatro dannunziano è intonato alla concezione straordinaria della vita che, con la esteriore sonorità del linguaggio e la preziosità delle azioni drammatiche portate sulla scena, vorrebbe contrapporsi alla “mediocrità” del teatro borghese e realista.

Dopo il capolavoro delle Laudi e del Teatro di poesia, incomincia la decadenza del D’Annunzio; non mancano certo ine di vera poesia nelle opere che seguirono, ma non c’è nessun rinnovamento nella sua arte, anzi c’è una involuzione, così che il Poeta ritorna ai vecchi temi dell’eroismo.

Forse l’ardore dell’azione frenò l’impeto poetico: non si deve dimenticare che il D’Annunzio, si distinse in guerra per infiniti atti di coraggio e di autentico eroismo.

In parte l’attività poetica di questo periodo è strettamente connessa con la sua attività di soldato, con orazioni, messaggi e scritti vari, fra cui primeggia il Notturno, che il Poeta scrisse, senza vedere per una grave lesione ad un occhio riportata in un’azione di guerra.









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