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HOLLYWOOD

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HOLLYWOOD


Negli Stati Uniti degli anni venti e trenta il cinema passa dalle prime esperienze pioneristiche alla grande industria economica e culturale. Al centro della nuova stagione del grande schermo è Hollywood che produce e amplifica il fenomeno del divismo ma anche nuovi modelli culturali. Il cinema è anche un grande affare, nascono e si moltiplicano le case di produzione che immettono sul mercato sempre più film; tra i grandi protagonisti di questi anni svetta la genialità di Walt Dinsey e del suo cinema d’animazione che lascia un segno nella storia del secolo.

Nato in Italia alle soglie della prima guerra mondiale, intorno a ure carismatiche come Francesca Bertini e Lyda Borelli, il divismo trova nell’industria cinematografica americana la sua più grandiosa formulazione. A partire dagli anni venti le case di produzione statunitensi lanciano sistematicamente generazioni di divi costruendo, con la loro popolarità, il mito di Hollywood.

Un nuovo modo di realizzare e produrre film si afferma così nella storia del cinema. Al centro vi è l’immagine del divo, che con la sua personalità, i suoi comportamenti, i suoi gesti - sapientemente studiati sui set cinematografici - incarna uno stile di vita nel quale lo spettatore è invitato a identificarsi. Alla ura dell’attore-interprete si sostituisce la ura dell’attore-personaggio, che acquista una dimensione pubblica e simbolica di forte impatto sul costume e sulla moda del tempo. Proprio in quegli anni, infatti, nuovi modelli culturali e di consumo si affermano nella società americana anche attraverso l’industria cinematografica. Questo nuovo stile di vita, l’american way of life - come sarà presto conosciuto anche in Europa - avrà nello stars system hollywoodiano il suo più efficace ambasciatore.



Fra i fenomeni divistici più eclatanti prodotti da Hollywood negli anni venti spiccano quelli di Douglas Fairbanks e Rodolfo Valentino, che incarna il mito dell’amante latino, e quelli di attrici come Theda Bara, Gloria Swanson e Mary Pickford. Tuttavia è nel decennio successivo che il fenomeno del divismo, in concomitanza con la progressiva industrializzazione della cinematografia americana, raggiunge il suo massimo sviluppo.

Attraverso il successo internazionale di attori come Clark Gable e Gary Cooper o attrici come Greta Garbo, la “diva” per eccellenza, si afferma un modo di concepire e fare spettacolo che garantirà al cinema hollywoodiano il primato per oltre un trentennio.

Nella nascente società di massa americana una nuova cultura e uno stile di vita più moderno si affermano e si diffondono attraverso i media, la radio e soprattutto il cinema. In questa “Nuova Era” della civiltà urbana e dello splendore materiale, le stelle del cinema sostituiscono i leader della politica e degli affari nell’ammirazione dei giovani.

La produzione cinematografica hollywoodiana pubblicizza un’immagine rinnovata degli uomini e delle donne americani, e con essa le diverse concezioni della famiglia, della sessualità e del tempo libero. I film, concepiti come prodotti “d’evasione”, esaltano il benessere materiale, individuando nella diffusione dei beni di consumo la vera fonte di una vita felice, resa più semplice dall’uso degli elettrodomestici e valorizzata da un’automobile costosa. Insieme a questi valori, il messaggio di celluloide veicola anche una nuova idea del matrimonio, inteso come intima unione capace di esaltare le individualità dell’uomo e della donna, e indicato come inevitabile meta di una sessualità e di un’affettività “normali”, argine contro la pericolosa diffusione di nuclei monofamiliari.

L’american way of life è così incarnato da attori belli, sani e felici, orgogliosi di essere americani, il cui modello di emancipazione sociale è funzionale allo sviluppo economico e politico del paese.

Ed è sempre il cinema a esportare il modello nel mondo, conquistando l’immaginario di milioni di spettatori, modificandone i gusti, i canoni di bellezza e le aspettative di vita.

In Europa un alone di fascino speciale circonda le interpreti femminili: negli anni venti si diffonde la moda della garçonne, simbolo femminista per eccellenza, con i capelli corti “alla maschietta”, mentre negli anni trenta trionfa la bellezza di attrici bionde, dalle lunghe gambe, dai larghi sorrisi e visibilmente truccate. Veicolo dell’espressione fisica diventa anche il corpo, oltre al viso, influenzando il comportamento di schiere di giovani che emulano le attrici hollywoodiane, facendo entrare in crisi i modelli di femminilità europei.

Nel processo d’industrializzazione che caratterizza il cinema hollywoodiano, la ura dominante è il produttore. Uomini come Adolph Zukor e Barney Balaban, presidenti della Paramount, Marcus Loew e I. G. Thalberg della Metro Goldwyn Mayer, i fratelli Albert, Harry, Jack e Samuel Warner, fondatori della Warner Brothers, sono i veri artefici dello sviluppo del cinema americano negli anni tra le due guerre.

Le case cinematografiche, infatti, assumono la direzione artistica del film realizzando un organico sistema di produzione imperniato sullo stars system e sull’elaborazione di un cinema di generi come il western, il musical e la gangster story.

Frutto di successive fusioni e accordi, le società produttrici hollywoodiane prendono l’aspetto di veri e propri trust industriali in grado di controllare e gestire l’intero processo dalla fase di realizzazione del film all’uscita nelle sale.

La Paramount viene creata nel 1917 mediante l’assorbimento da parte della Famous Players Film Corp. e della Lasky Feature Play Co. delle società di distribuzione Artcraft Pictures Corp. e Paramount Pictures Corp. All’attività di questa casa sono legati alcuni dei volti più noti del grande schermo, come Mary Pickford, Rodolfo Valentino, Gloria Swanson, Gary Cooper, Marleen Dietrich e i fratelli Marx.



Nel 1924 - dalla fusione della Metro Pictures Corp. di Marcus Loew e della Goldwyn Pictures Corp. di Samuel Goldwyn con la Louis B. Mayer Production Co. - nasce la Metro Goldwyn Mayer, che si afferma negli anni trenta come la maggiore casa di produzione firmando successi del calibro di Via col vento (1939). All’iniziativa pionieristica dei fratelli Warner si deve, invece, la produzione, nel 1927, del primo film sonoro The jazz singer di Alan Crossland. Dopo aver assorbito la Vitagraph nel 1925 ed essersi unita nel 1926 alla First National, la Warner Brothers diventa una delle più importanti case di Hollywood, puntando sullo sviluppo del cinema sonoro in un momento in cui attorno ad esso regnava la generale diffidenza degli ambienti cinematografici e culturali, attori e registi in testa.

Walt Disney è tra i personaggi che più hanno contribuito a costruire il mito di Hollywood negli anni tra le due guerre. La sua stessa storia è avvolta nella leggenda, secondo le regole codificate del self made man americano.

Nato a Chicago nel 1901, alla fine del conflitto si trasferisce a Kansas City, dove lavora come disegnatore pubblicitario. Qui incontra Ub Iwerks - che sarà in seguito uno dei suoi più stretti collaboratori - con il quale da vita alla Laugh-O-Gram Films, realizzando le sue prime produzioni. Di queste, la prima che conosce una distribuzione è la serie di Alice in Cartoonland.

Trasferitosi a Hollywood nel 1927, Disney crea, insieme a Iwerks, la serie di Oswald The Rabbit, che anticipa di un anno l’uscita di quello che sarà il personaggio disneyiano di maggior successo: Mickey Mouse.

Attento alle trasformazioni tecnologiche, nel 1928, egli è il primo a introdurre l’uso del sonoro nel disegno animato, con il terzo film della serie di Mickey Mouse, Steamboat Willie. Tuttavia il segreto del successo e l’importanza di Walt Disney stanno nella vera e propria rivoluzione a cui egli sottopone il cinema d’animazione, innescando un generale processo di omologazione formale e produttiva in quello che è stato definito il “realismo” disneyiano: il tentativo costante di dare un carattere definito ai suoi personaggi, di pensare a loro in termini di attori disegnati, di creare un mondo reale in caricatura. Questa ricerca di realismo caratterizza l’intera produzione di Disney: le Silly Simyphonies e i lungometraggi, come Snow White and the Seven Dwarfs del 1937, Pinocchio e Fantasia del 1940, e i documentari sulla natura e gli animali nel secondo dopoguerra. Fra le pellicole più note sono da ricordare Dumbo (1941) Bambi (1942) Saludos Amigos (1943) The Three Caballeros (1943), Alice in Wonderland (1951) Peter Pan (1952) The 101 dalmatians (1961). L’ultimo film che egli ha contribuito a realizzare è The Jungle Book, uscito l’anno successivo la sua morte, avvenuta nel 1966 a Burbank.






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