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"IL CAFFE"



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"IL CAFFE"

I proprio dalle file di questa aristocrazia colta e preparata, operosa e progressista che provengono gli esponenti più illustri dell'Illuminismo milanese,come Cesare Beccaria e i fratelli Verri, gli stessi a capo della Società dei Pugni. Essi furono i fondatori e i principali animatori del periodico "Il Caffè: ossia brevi e vari discorsi distribuiti in fogli periodici". La rivista "Il caffè",di cui uscirono complessivamente 74 numeri tra il 1764 e il 1766, si ispirava al giornalismo inglese del '700 e in particolare a "The Spectator" di Joseph Addison. Il titolo, che allude alle conversazioni tenute tra gli avventori di una bottega di caffè, esprime programmaticamente lo scopo che il periodico si propone: promuovere una cultura moderna e dinamica e vicina a un pubblico più vasto. Gli interventi della rivista furono animati da un notevole fervore intellettuale ed etico e,infatti, investono i temi più vivi della società del tempo: la battaglia contro la legislazione feudale riguardo le proprietà e il fisco, lo sviluppo dei commerci e delle manifatture, la modernizzazione dei sistema scolastico,la polemica contro l'accademismo inconcludente in favore di una cultura nuova. Al di là del contributo che effettivamente diede all'assolutismo illuminato, "Il caffè" è il frutto della convinzione illuministica che la battaglia per il progresso materiale era anche una battaglia per il trionfo della ragione e della dignità umana. Per questo il periodico segnò una tappa importante nel clima culturale italiano del secondo '700: propose una forma di comunicazione letteraria innovativa sia nel contenuto sia nel linguaggio, ponendo con forza l'obiettivo di una cultura intrisa dei problemi reali della società.



Il periodico non ebbe un seguito, né fu ripreso come idea da altri, anche se fu un avvenimento pubblicistico assolutamente originale, sia per la novità di linguaggio e di intenti, che per la serietà e l'organicità dell'impegno, senza nulla concedere alle formule giornalistiche allora in auge. Per questi motivi il periodico diventò un classico dell'illuminismo italiano, anche se la fama degli scritti del Verri e del Beccaria hanno nuociuto alla sua fortuna. Il Caffè venne ristampato integralmente nel 1804.

Ciò che contraddistingue Il Caffè da tutte le riviste coeve (e precedenti) sono tre cose:

  • il pubblico di riferimento. Verso la metà del '700 cambia la sociologia dei lettori: da un mondo di eruditi, di intellettuali per nascita, si passa alla costruzione di un pubblico alfabetizzato fatto di professionisti, di artigiani, di ceti medi urbani e, parzialmente, di donne. Questo pubblico non chiede la recensione colta, lo studio erudito, ma conoscere le mode, i dibattiti intorno alle arti meno individuali e più capaci di comunicare emozioni, immagini, problemi a gruppi sociali;
  • l'oggetto che lo costituisce. Non più estratti, memorie, ma interventi su temi immediati, su questioni dirette, non senza riflessioni curiose, mondane. Il Beccaria parla del gioco visto come calcolo delle probabilità; il Verri da argomenti come il caffè, la medicina, la coltivazione del lino sa trarre spunto per riflessioni filosofico-empiriche; il saggio sui contrabbandi di Beccaria verrò considerato da Schumpeter uno dei grandi testi economici scritti in Italia. Ma i temi trattati sono veramente tanti: dal cacao alla tecnica moderna, dal vaiolo all'organizzazione delle poste, dai cimiteri alla sanità, dalla questione dei fedecommessi al federalismo nazionale;

le modalità di comunicazione. Messaggi in cui viene superato il modello di comportamento tradizionale (aristocratico) con l'esigenza di nuovi stili (borghesi). No quindi alle Accademie, con la loro erudizione inutile e pesante, ma no anche alla conversazione frivola dei slotti.

La redazione aveva di mira due cose:

  • una politica di riforme illuminate, liberali, progressiste, in direzione dello sviluppo capitalistico;
  • un uso intelligente, a tale scopo, della scienza e della tecnica.

La questione del lusso, sollevata dal Verri, è emblematica di questa direzione editoriale. Egli rovescia il giudizio morale che vede il lusso come un 'male' e lo propone anzi come una 'molla' che può scuotere la staticità di un sistema sociale basato essenzialmente sulla rendita. Egli contrappone all'immobilismo della 'corte' i traffici della borghesia, che creano ricchezza per tutti.



I redattori del periodico, chiedendo l'abbattimento delle barriere doganali interne, l'adozione di un'unica legislazione e di sistemi unificati di pesi e misure, in sostanza auspicavano la fine della frantumazione politica della penisola. Cosa che seconda la redazione sarebbe dovuta avvenire attraverso la politica illuminata dei sovrani.

La redazione si sciolse a causa delle inimicizie sorte tra i fratelli Verri e il Beccaria in occasione della pubblicazione del libro Dei delitti e delle pene, cioè sostanzialmente per rivalità personali.

citazioni:

'È ridicola cosa il raccomandarsi alla benevolezza del pubblico, conviene meritarsela'.

Essi intendevano rivolgersi al pubblico per 'spingere sempre più gli animi italiani allo spirito della lettura, alla stima delle scienze e delle belle arti, e ciò che è più importante all'amore delle virtù, dell'onestà, dell'adempimento de' propri doveri'. Ma senza presunzione o pedanteria, anzi 'con ogni stile che non annoi' e con 'qualche lampo di buon umore'. Occorreva guardarsi dai rigori della censura, occorreva grande vigilanza, da parte di Pietro e Alessandro Verri, sui propri e sugli altri articoli; e l'accesso all'Archivio Verri, che sta alla base della presente edizione critica, ha permesso di scoprire -a riprova della grande riflessione che l'impresa comportò - che 'Il Caffè' era stato preparato per un buon tratto della prima annata quando ancora non era uscito il foglio d'apertura. Tanto più che in quegli anni la 'piccola e oscura società di amici' che si riuniva nell'Accademia dei Pugni non era 'niente stimata nell'opinione pubblica'. Tutto il lavoro di quegli amici si realizzava in un rapporto complesso tra patria, nazione e cosmopolitismo, che del periodico costituisce uno dei punti di forza, e che, insieme con la dichiarazione che contano i meriti reali e non il loro vanto a parole, sottolinea l'ancora grande attualità della lezione dei Verri e dei loro collaboratori.







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