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Interventisti e neutralisti in Italia durante la I° guerra mondiale

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Interventisti e neutralisti in Italia durante la I° guerra mondiale



Lo scoppio del primo conflitto bellico mondiale vide un'Italia inizialmente propensa al neutralismo: infatti, la maggior parte dei partiti politici, nonché l'opinione pubblica, era contraria all'intervento. L'Italia, secondo quanto stipulato con la Triplice Alleanza, sarebbe dovuta intervenire al fianco degli Imperi centrali; tuttavia, il governo italiano presieduto da Antonio Salandra propense per il neutralismo per diverse ragioni, spiegate dal ministro degli esteri Antonio di San Giuliano: innanzi tutto la Triplice Alleanza era un trattato di carattere difensivo, ma erano stati gli Imperi centrali ad aprire le ostilità senza essere stati attaccati; in questo modo l'Italia era svincolata da un obbligatorio intervento. Inoltre, l'Italia non era neppure stata consultata al momento dell'ultimatum alla Serbia. Infine, l'Austria non voleva accogliere l'articolo setttimo del trattato, che prevedeva annessioni territoriali all'Italia nel caso in cui l'Austria al termine del conflitto avesse acquisito territori nell'area balcanica. Un altro motivo che spinse il governo ad un atteggiamento neutralista era il fatto che in Italia erano assai diffusi sentimenti antiaustriaci tra la popolazione.



Anche la maggioranza liberale, guidata da Giolitti era contraria all'intervento: lo statista sosteneva infatti che la guerra sarebbe durata almeno tre anni e sarebbe costata all'Italia grandissimi sacrifici umani e finanziari, molto gravosi per uno stato tutto sommato piccolo e con pochi capitali; inoltre, metteva in rilevanza il fatto che il fronte italiano presentava notevoli difficoltà, che la guerra avrebbe potuto rovesciare l'ancora gracile stato liberale e che l'Italia poteva ottenere sufficienti vantaggi territoriali attraverso i negoziati diplomatici. Era opinione di Giolitti, infine, che il conflitto sorgesse da interessi sostanzialmente estranei all'Italia, conurandosi come una lotta tra le due maggiori potenze europee, Germania e Gran Bretagna, per l'egemonia, mentre doveva essere interesse dell'Italia l'equilibrio europeo. Si può facilmente notare come le posizioni dello statista italiano e in generale quelle dell'opinione pubblica moderata fossero, piuttosto che di ordine ideologico, di ordine pragmatico, considerata soprattutto la probabile lunghezza del conflitto.

Dalle 'Memorie' di Giolitti apprendiamo però che, nonostante la dichiarazione di neutralità, il parlamento italiano non era unanime: una parte di esso sosteneva la necessità di un intervento, che avrebbe permesso di completare l'unita nazionale.

Infatti, eliminata la possibilità di entrare in guerra al fianco degli Imperi centrali, nel governo italiano sorse l'ipotesi di intervenire a fianco dell'Intesa; i liberali di destra, guidati dal presidente del consiglio Salandra e dal nuovo ministro degli esteri Sidney Sonnino, appoggiavano questa soluzione, ritenendo che la guerra avrebbe permesso di aumentare l'autoritarismo dello stato ed eliminare più facilmente le crescenti agitazioni sociali.

La grande industria oscillava principalmente tra due posizioni: una parte era propensa alla neutralità, che avrebbe permesso di rifornire entrambe le fazioni dei paesi belligeranti; la maggior parte dei gruppi industriali, tuttavia, era favorevole ad un intervento a fianco dell'Intesa, vedendo nella guerra una grande possibilità di sviluppo economico dell'industria e una riduzione della presenza del capitale tedesco nella finanza italiana.

Alcuni settori del socialismo e del sindacalismo rivoluzionario, i cosiddetti interventisti 'rivoluzionari', erano favorevoli all'intervento, per ragioni antitetiche a quelle dei liberali di destra: ritenevano infatti che il conflitto avrebbe radicalizzato lo scontro sociale e avrebbe posto le premesse per una successiva rivoluzione socialista. In particolare Benito Mussolini, direttore dell'"Avanti", e, dopo l'espulsione dal partito socialista per le sue posizioni, nelle ine del "Popolo d'Italia", si fece promotore di una pressante camna interventista; Mussolini, nonostante fosse contrario alla posizione di neutralità assoluta assunta dal partito socialista, non ne rinnegava l'ideologia: riteneva infatti, attraverso l'intervento nel conflitto, di trasformare la guerra in una 'guerra rivoluzionaria' a favore del proletariato. Secondo Mussolini, bisognava compiere un' 'atto di audacia', in quanto la guerra contro gli imperi centrali e contro tutto ciò che essi rappresentavano, avrebbe scosso tutto il sistema borghese, minandolo alle fondamenta.

Vi erano inoltre gli interventisti democratici (esponenti del movimento repubblicano, socialisti riformisti, cattolici democratici) guidati da Gaetano Salvemini, che vedevano l'intervento nella guerra contro gli Imperi centrali il completamento del ciclo risorgimentale e delle guerre di indipendenza: esso avrebbe infatti permesso di annettere il Trentino e la Venezia Giulia.

Tra i più intransigenti interventisti vi erano poi i nazionalisti, già favorevoli all'ipotesi di entrare in guerra al fianco degli Imperi centrali: i nazionalisti erano il punto di incontro di diversi e diffusi sentimenti antidemocratici, antiparlamentari e imperialistici, che dopo la guerra avrebbero poi alimentato l'ideologia del fascismo.

Oppositori dell'entrata dell'Italia nel conflitto erano soprattutto le componenti maggioritarie dei cattolici e dei socialisti. I cattolici per motivi di ordine morale e perché non volevano combattere l'Austria, che era uno stato cattolico. Il partito socialista,dal canto suo, sosteneva una posizione di neutralità assoluta e criticava aspramente la neutralità dichiarata dal governo, giudicata falsa, incerta e ambigua, e motivata solamente da una tattica attendistica. I socialisti infatti vedevano la guerra come una cosa totalmente estranea, e anzi nociva, agli interessi dei lavoratori, e la consideravano unicamente frutto degli interessi borghesi. I socialisti espressero la loro posizione nello slogan' né aderire né sabotare' , in quanto, nonostante la loro neutralità, non intendevano urtare i sentimenti patriottici assai diffusi.

Tra queste diverse tendenze e posizioni, la svolta che postò l'Italia all'intervento nel conflitto   fu il patto di Londra, stipulato segretamente, all'insaputa del parlamento, dal ministro degli esteri Sonnino nell' aprile del 1915. Il patto impegnava l' Italia ad entrare in guerra a fianco dell' Intesa entro un mese e le garantiva , in caso di vittoria, il Trentino e il Tirolo meridionale, Trieste, l'Istria, la Dalmazia esclusa Fiume e la base di Valona. A maggio Giolitti, all'oscuro del patto di Londra, ribadì la scelta neutralistica, costringendo Salandra a dare le dimissioni. La corte, scavalcando il parlamento, rifiutò le dimissioni, investì Salandra di poteri eccezionali per la gestione della guerra e si fece promotore di un'intensa proanda bellicista, incoraggiando numerose manifestazioni di piazza. Il 20 maggio del 1915 il parlamento, eccettuati i socialisti, preso atto della volontà del re e della pressione popolare, diede l'appoggio al governo, che il 23 maggio dichiarò guerra all'Austria, entrando così in guerra a fianco dell'Intesa.




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