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L’INSTAURAZIONE DEL PRINCIPATO DI AUGUSTO.

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L’INSTAURAZIONE DEL PRINCIPATO DI AUGUSTO.

Al panorama così vario e ricco della letteratura nell'età di Cesare, succede, nell'età di Augusto, un quadro non meno splendido per la presenza di grandi  ingegni; è questo, anzi, il periodo in cui fioriscono poeti, come Virgilio e 0razio, ritenuti fin dall'antichità i sommi, i «classici» per eccellenza, le cui opere furono proposte all'ammirazione e all'imitazione per molti secoli.

In misura maggiore che nell'età precedente, la rigogliosa fioritura delle lettere di questo periodo si deve mettere in stretto rapporto con le condizioni storico-politiche in cui gli scrittori si trovarono ad operare. Con l'instaurazione del principato, infatti, la letteratura è fortemente condizionata dalla forza d'attrazione esercitata dal principe. Questa affermazione vale, in generale, per tutta l'età imperiale, ma si applica specialmente a questa sua prima fase, perché il principe, Ottaviano Augusto -dotato di straordinaria intelligenza ed abilità politica, e anche di una forte personalità umana- ricerca e riesce ad ottenere la collaborazione di scrittori di altissimo livello.



l.       Il quadro storico-politico

Alla morte di Cesare (15 marzo del 44 a.C.) Ottavio, suo nipote, non aveva ancora  diciannove anni. Egli, adottato come lio da Cesare nel suo testamento, iniziò subito un'energica azione condotta con grande coerenza e con lucida consapevolezza, ma evitando di cadere negli errori che aveva compiuto Cesare.

Inizialmente si schierò dalla parte del senato e dei consoli, opponendosi ad Antonio, che si era impadronito della provincia della Gallia Cisalpina, scongendolo.

Ma subito dopo non esitò a marciare con le sue legioni su Roma per imporre con la forza delle armi la propria elezione al consolato, che contravveniva clamorosamente alle leggi. Poco dopo, nello stesso anno, riconciliatosi con Antonio, spartì il potere con lui e con Lepido nel cosiddetto secondo triumvirato, e con le liste di prescrizione  eliminò un gran numero di nemici politici, assicurandosi al tempo stesso, grazie alle confische dei beni degli uccisi, il denaro necessario per la guerra imminente contro Bruto e Cassio, uccisori di Cesare.

Eliminati i cesaricidi (a Filippi, nel 42 a.C.), le successive distribuzioni di terre ai veterani degli eserciti vincitori provocarono contrasti da cui scaturì la sanguinosissima guerra di Perugia (40 a.C.), che oppose Ottaviano a Lucio Antonio e a Fulvia, rispettivamente fratello e moglie di Marco Antonio (che si trovava in Oriente).

Nell'ottobre dello stesso anno, la pace di Brindisi portò ad un'effimera riconciliazione (salutata con entusiasmo da Virgilio nella IV egloga).  Ma dopo la vittoria su Sesto Pompeo (36 a.C.), divenne aperto e definitivo lo scontro con Antonio, che si era stabilito in Oriente legandosi alla regina egiziana Cleopatra.

La guerra contro Antonio fu presentata da Ottaviano come la strenua difesa del primato di Roma e dell'Italia contro i pericoli rappresentati dai costumi corrotti e dal dispotismo orientali, impersonati dal degenere Antonio.



La vittoria di Azio (31 a.C.), seguita dal suicidio di Antonio e poi di Cleopatra, pose fine alla guerra civile.  Ottaviano celebrò un grande trionfo al suo ritorno a Roma, nel 29 a.C., ed iniziò un lento riassestamento dello Stato, accentrando di fatto ogni potere nelle sue mani, ma salvando le apparenze della legalità repubblicana.

Nelle Res Gestae, passando in rassegna le sue imprese e i suoi meriti, egli si presenta come il difensore e il restauratore della libertas, cioè delle istituzioni della res publica.  In effetti, furono da lui scrupolosamente conservate le magistrature tradizionali, lasciate alla nobilitas senatoria, ma al tempo stesso assunse il pieno controllo dello Stato facendosi conferire dal senato, nel 27 a.C. -nella stessa seduta in cui proclamava solennemente di rinunciare ai poteri eccezionali di cui era stato investito in precedenza- un'auctoritas che lo poneva al di sopra di tutti i magistrati, e il titolo di Augustus. L'imperium proconsulare (che gli dava il potere militare), la potestas tribunicia (che gli garantiva l'inviolabilità e il diritto di veto), il titolo e i diritti di princeps senatus e la carica di pontefice massimo (che assunse nel 12 a.C.) completavano il quadro di un regime solo formalmente fondato sulle antiche istituzioni, ma che di fatto era monarchico. Del resto la fortissima aspirazione alla pace e all'ordine, dopo tanti lutti, predisponeva gli animi all'accettazione di un nuovo assetto dello Stato.

Si ha così dapprima una fase di grande fioritura, nella quale i poeti seguono con ansiosa attesa le vicende del trapasso politico, godono della rinnovata pace e della restaurazione morale e collaborano col principe nella diffusione del suo programma;in una seconda fase le energie spirituali si vanno spegnendo e la letteratura tende a diventare accademia ed esercitazione retorica, perdendo ogni profondità di contenuto morale e civile.Si parla quindi di due generazioni. Ora il periodo del massimo splendore corrisponde alla prima generazione augustea, quella di Virgilio, Orazio, Livio, Properzio e Tibullo, tutti più o meno coetanei del principe. Essi trovano nelle condizioni di pace e di serenità del principato l’ambiente adatto per le loro creazioni, nella restaurazione religiosa e civile dei valori originari di Roma l’atmosfera propizia. C’è in loro, una robustezza, una sanità morale, un atteggiamento costruttivo di fronte alla realtà, una capacità di interpretare appieno la vita, che ancora oggi vengono letti con particolare trasporto.

Coi letterati della seconda generazione augustea appare la precarietà e l’artificiosità dell’opera di restaurazione morale perseguita così tenacemente dal principe. Al vigore di concezione e alla robustezza e sanità morale subentrano fiacchezza morale, culto della parola, vacuità di ideali . questo si spiega anche con il mutato atteggiamento di Augusto, che negli ultimi anni, dopo la morte di Mecenate (8 d.C.) assume atteggiamenti più rigidi ed intolleranti; un segno di questo atteggiamento si riscontra nel duro esilio inflitto ad Ovidio.







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