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La destra storica

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La destra storica


Il 27 gennaio 1861 si svolsero le prime elezioni politiche del nuovo stato unificato. Ma meno del 2% della popolazione votò perché il diritto di voto era limitato ad una cerchia piuttosto ristretta: potevano votare solo coloro che sapevano leggere e scrivere, chi aveva già superato i 25 anni d’età e coloro che avano almeno 40 lire d’imposte dirette, quindi i proprietari terrieri, industriali, latifondisti, commercianti, tutti coloro che facevano parte della nuova classe dominante della borghesia.

Il nuovo stato quindi nasceva escludendo dalla vita politica la stragrande maggioranza dei cittadini italiani, e prendendo al suo servizio solo piemontesi e toscani che avevano studiato nella scuola di Cavour, e che già avevano una esperienza politica.

In questo modo si riaffermava la continuità istituzionale tra il regno sabaudo e lo stato unitario, fondata sulla non modificazione della numerazione progressiva delle legislature, e sull’organizzazione costituzionale stabilita dal vecchio statuto Albertino.

Durante i primi quindici anni governò la Destra, a cui venne affidato il compito difficile di riuscire a cancellare tutti i dissipi tra nord e sud. Era un obiettivo piuttosto complicato perché oltre al fatto che allo stato mancassero una struttura amministrativa e ordinamenti scolastici e militari, gli abitanti delle diverse regioni erano divisi da culture profondamente diverse e dialetti quasi incomprensibili.



La Destra formulò due ipotesi d’azione: nella prima l’idea principale era di salvaguardare spazi di autogoverno tra le varie regioni, ma il timore di non riuscire a controllare il paese era alto; nella seconda si optava per un accentramento dei poteri nelle mani del governo, idea molto più ragionevole.

La seconda opzione fu accolta con molto più entusiasmo. Con il decreto legge che prevedeva la nascita della nuova ura del prefetto, subito il governo adottò un metodo per tenere sotto controllo tutta l’Italia. Difatti egli, presente in ogni regione, conferiva direttamente con il ministro degli interni, e si occupava di verificare se tutto andasse per il verso giusto, dalla tutela dell’ordine pubblico alla nomina dei sindaci.

Tra i miglioramenti attuati dal governo, per combattere l’elevato analfabetismo si decise di rendere obbligatori due anni di scuola elementare; si instaurò una politica liberistica inspirata a Cavour, venne promulgato il nuovo codice civile e le norme di sicurezza pubblica.

Ma rimaneva comunque un grande problema, ovvero l’infelicità dei contadini del sud che non avevano trovato conforto nella nuova politica. I loro desideri erano, oltre quelli di migliorare le loro condizioni, riuscire a ottenere la garanzia dell’accesso alla proprietà.

La totale indifferenza del governo causò la nascita del brigantaggio, un fenomeno che prevedeva l’abbandono dei paesi da parte dei contadini, il ritiro sulle montagne, il saccheggio e l’uccisione.

Ciò era un sintomo della profonda frattura tra nord e sud; ma come al solito, invece di trovare una soluzione pacifica e cercare di risolvere il problema dalla radice, il governo decise di debellare il brigantaggio con un’azione di violenza che causò la morte di migliaia di contadini ribelli.


L’integrazione nazionale fu facilitata dalla costruzione delle ferrovie e dall’abolizione delle dogane. Questo permise uno sviluppo del mercato e una circolazione dei beni, ma causò una dipendenza totale del sud ai prodotti del nord.

Lo sviluppo delle manifatture comportò la ssa del lavoro a domicilio, un elemento fondamentale per l’equilibrio economico della famiglia.



Migliaia di contadini furono così costretti a diventare da produttori a consumatori, e il loro malcontento continuava a crescere.

Erano costretti a vivere in piccole cascine o in borghi su montagne, ogni mattina dovevano svegliarsi all’alba per andare a lavoro o a piedi o con il mulo, e molto spesso a causa della lontananza della terra dovevano rimanere a dormire fuori. Le loro donne vivevano in isolamento ed erano totalmente subordinate all’uomo.

Ma queste condizioni non erano caratteristiche solo dei contadini, ma bensì anche dei cittadini: la scarsa alimentazione, il troppo lavoro, le precarie condizioni igieniche portavano ad una mortalità molto alta e alla diffusione di malattie mortali come colera, malaria, tifo e pellagra (malattia causata dal deficit della vitamina PP, fondamentale per l’uomo)

Estrema povertà e continue riforme portarono all’aumento sempre maggiore del debito pubblico. La risposta che il governo diede fu l’aumento del prelievo fiscale, l’imposta del macinato al quale i più poveri si ribellarono, e le imposte dirette, ma questo non basto a pareggiare i bilanci.

Chiunque possedeva denaro in contante aveva paura che ben presto la sua copertura sarebbe venuta meno, quindi si iniziò un giro di conversione in oro che contribuiva all’indebolimento.

Al governo non restò altro che impedire il cambio in oro provocando però un aumento dell’inflazione.

Quando finalmente anche questo problema venne risolto, si cercò di risolvere quello dell’annessione dello stato pontificio. Già Cavour aveva cercato di instaurare un rapporto tra stato e chiesa secondo il quale la chiesa avrebbe dovuto rinunciare al potere temporale, ma naturalmente non era stato portato a buon termine.

Pio IX continuava a mantenere le truppe in sua difesa e a confidare in Napoleone III.

Chi cercò di prendere in mano la situazione fu Garibaldi che per due volte, una dove fu bloccato sull’Aspromonte e l’altra dove fu fermato a Mentana, tentò di marciare su Roma per sottrarla al dominio della chiesa.

Dopo un accordo con Napoleone, la convenzione di settembre, e un attacco dei bersaglieri a Porta pia, Roma divenne sotto il controllo Italiano la capitale.






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