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Marco Porcio Catone

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Marco Porcio Catone

Catone (234-l49 a.C.), tra i personaggi più famosi dell’intera storia romana, era quello che si diceva un “uomo nuovo”: veniva cioè dal nulla, non appartenendo ad alcuna famiglia nobile. Originario di Tuscolo, si ricoprì di gloria durante la seconda guerra punica e, in qualità di questore, organizzò il trasporto delle truppe di Scipione Africano in Africa. Pretore nel 198 in Sardegna, si fece ammirare per la sua amministrazione efficiente ed equilibrata. Fu console nel 195. Durante la guerra contro Antioco di Siria fu artefice di alcune operazioni militari particolarmente brillanti.

Memorabile fu tuttavia il modo in cui esercitò, nel 184-l83, la carica di censore. Lo fece con tale autorevolezza che ancora oggi egli è noto come “Catone il Censore”. Egli cercò di porre un freno alla corruzione dei governatori romani nelle province e ai guadagni dei pubblicani; ma tentò anche di ricondurre il comportamento degli uomini politici a quegli ideali di correttezza e di lealtà che gli sembravano radicati nella storia del popolo romano: espulse per esempio dal senato Lucio Quinzio Flaminio, poiché aveva ucciso di propria mano un capo dei Galli Boi che gli si era consegnato spontaneamente. Ancora nel 149, vecchissimo (aveva ottantacinque anni) pronunciò una durissima orazione contro Servio Sulpicio Galba, che aveva massacrato i Lusitani malgrado si fossero arresi. Riteneva scandaloso che i bottini di guerra finissero nelle mani dei privati e sacrilego che le statue degli dèi appartenute ai nemici finissero ad abbellire le dimore dei ricchi.



La sua ostilità verso i Greci e la cultura greca è ricordata da molti autori antichi. In un’opera dedicta al lio Marco scrisse:

a proposito di questi Greci, ti dirò a suo tempo, lio mio, quello che ho tratto dalla mia esperienza ad Atene: è buono esaminare la loro cultura, ma non farsene possedere. Ti dimostrerò che è una stirpe senza virtù e indocile. Prendi queste parole come una profezia: quando questo popolo ci trasmetterà la sua cultura, corromperà tutto.

Il suo biografo Plutarco (che scrisse circa due secoli e mezzo dopo), non poteva, da greco, perdonargli questa affermazione, e commentò:

Il tempo ha dimostrato quanto fosse inconsistente una simile calunnia, giacché Roma ascese alla massima potenza proprio quando si familiarizzò con la scienza e con la cultura ellenica in ogni loro aspetto.

Catone, tuttavia, conosceva abbastanza bene la cultura greca ed era un uomo troppo intelligente per immaginare che fosse possibile arginare completamente il fenomeno della sua diffusione. Egli riteneva invece che fosse opportuna e possibile una ricezione non passiva e incontrollata, ma critica: è questo appunto il senso delle parole rivolte al lio. Egli era inoltre contrario all’uso di maestri greci per istruire i li dei Romani: nel 155 propose (e con successo) l’allontanamento di alcuni filosofi greci da Roma, con queste parole: “che essi tornino nelle loro scuole per discutere con i li dei Greci, mentre i giovani romani ascolteranno, come prima, le leggi e i magistrati.” Queste affermazioni non traggano in inganno. Catone fu uomo di rara cultura e non rimpiangeremo mai abbastanza la perdita di quasi tutte le sue opere: a parte alcuni frammenti, è giunto fino a noi il trattatello “Sull’agricoltura”, che rappresenta una fonte preziosa per le nostre conoscenze dell’agricoltura italica nel II secolo a.C.: egli riteneva fondamentale difendere i piccoli e medi contadini (dai quali, diceva, nascono i “migliori soldati”) dall’espansione del latifondo, che in quegli anni dilagava in tutta la penisola.



Particolarmente grave è la perdita delle “Origini”, in cui Catone raccontava la storia di Roma nel quadro della storia dei popoli italici: era un’intuizione geniale, che non isolava il “miracolo romano” come qualcosa di avulso. In polemica con quei Romani (come Fabio Pittore) che avevano compilato opere storiche in greco, le “Origini” erano scritte in latino. Anche da storico, Catone dimostrò una notevole sensibilità sociale: per protestare contro chi scriveva storia per valorizzare il ruolo delle grandi gentes aristocratiche romane, egli arrivò al punto di ricordare il nome di un elefante particolarmente coraggioso in battaglia mentre non faceva i nomi dei generali delle guerre puniche.

Tutte le sue battaglie politiche furono destinate alla sconfitta. Infatti, nei decenni che seguirono la sua morte, la corruzione dei governatori e il potere dei pubblicani aumentarono in modo inarrestabile; il lusso dilagò. Il ceto dei piccoli e medi contadini, che gli stava tanto a cuore, fu travolto dalla crisi agraria.La cultura greca diventò uno strumento fondamentale e insostituibile nella formazione dei giovani romani di buona famiglia.

Ebbe tuttavia un successo politico, pochissimi anni prima della morte, nel sostenere che la città di Cartagine dovesse essere completamente distrutta, per evitare che recuperasse la sua antica potenza. La città fu rasa al suolo, e per uno dei tanti paradossi della storia il nome di Catone, che aveva dedicato quasi tutta la vita nel sostenere che il dominio romano doveva associarsi a comportamenti moderati e privi di avidità, finì associato a uno degli eventi più brutali dell’imperialismo romano.







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