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LA PRIMA GUERRA MONDIALE

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LA PRIMA GUERRA MONDIALE

La guerra che ebbe inizio nel 1914 e si protrasse per più di quattro anni, fino al 1918, fu diversa dai conflitti precedenti per molti aspetti e costituì un fatto nuovo nella storia dell’umanità per i suoi caratteri e le sue conseguenze: si poté parlare di guerra mondiale perché, per la prima volta, nel conflitto furono coinvolte tutte le potenze industriali e con esse il resto del mondo, da queste controllato sotto forma di colonie e protettorati.

La tecnologia si mette al servizio della distruzione: vengono sperimentate nuove tecniche belliche, come ad esempio i carri armati, gli aeroi e i gas tossici.

L'occasione che portò alla 1° guerra mondiale fu l'assassinio dell'arciduca ereditario d'Austria Francesco Ferdinando e della consorte, a Sarayevo, ad opera dello studente serbo Gavril Prinzip, il 28 giugno 1914.



Questo avvenimento ruppe i fragili equilibri su cui si basavano le relazioni tra gli stati europei e innescò una reazione a catena di atti e decisioni che ebbero come sbocco inevitabile il conflitto armato.


L’attentato di Sarajevo aveva così dato all’Austria-Ungheria e alla Germania un pretesto per attuare la loro volontà di guerra.

Ma un intreccio di cause di natura politica, economica e culturale determinarono la guerra.

Le CAUSE POLITICHE sono da ricercare:

nella tensione, irrisolta, tra Francia e Germania;

nella questione balcanica, in cui Austria e Russia avevano opposti interessi;

nella rivalità fra Germania ed Inghilterra sulle colonie;

nel sistema di alleanze che legava le potenze europee, in modo che la guerra dovesse essere generale.


Fra le CAUSE ECONOMICHE si deve considerare:


la perdita del ruolo di prima potenza dell'Inghilterra;

la spietata concorrenza nei Paesi europei per difendere le proprie economie;

la fine della conquista coloniale;

la corsa agli armamenti divenuta un grande affare economico che saldava gli interessi dell'industria pesante con il militarismo ed il nazionalismo.



Per ciò che concerne le CAUSE CULTURALI all'idea di patria si andava associando un insieme di elementi reazionari, di razzismo, di aggressività imperialistica, di istinto di potenza. Pertanto anche le ideologie ed i fenomeni culturali diffusi costituirono una delle ragioni dello scoppio del conflitto.

Il 28 luglio 1914 (dopo un ultimatum non accettabile dai serbi), l’Austria dichiarò guerra alla nazione balcanica, ritenuta responsabile dell’assassinio, e bombardò la capitale Belgrado.

I due contrapposti sistemi di alleanze (Triplice Alleanza tra Austria, Germania e Italia e l’Intesa tra Francia e Inghilterra, a cui si affiancherà la Russia in difesa della Serbia, suo stato satellite) portarono alla guerra generale.

Subito dopo la dichiarazione di guerra l'Italia fu divisa fra interventisti e neutralisti ritenendo non operante la Triplice Alleanza, poiché la guerra aveva carattere offensivo e non difensivo come stabilivano i patti.

A FAVORE della guerra erano i nazionalisti che rivendicavano terre italiane (Trento e Trieste) o parzialmente italiane (Istria e Dalmazia), gli irredentisti che rivendicavano solo Trento e Trieste in nome degli ideali risorgimentali, i socialisti riformisti ed i radicali.

CONTRO la guerra furono la maggioranza degli italiani, operai e contadini, rappresentanti del partito socialista e cattolici, i liberali ed i giolittiani.

Però, nell’aprile del 1915, dopo un’accesa contestazione interna tra interventisti e contrari all’intervento, il ministro degli esteri italiano Sonnino, stipulò, all’insaputa del Parlamento, il Patto di Londra, che impegnava l’Italia ad entrare in guerra a fianco dell’Intesa nel giro di un mese e le garantiva, in caso di vittoria, il Trentino e il Tirolo meridionale, Trieste, l’Istria, la Dalmazia, esclusa la città di Fiume, e la base di Valona in Albania. Il conflitto cominciò, per l’Italia, il 24 maggio del 1915, quando l’esercito varcò il fiume Piave, aprendo un nuovo fronte.

All'inizio delle operazioni militari la strategia tedesca, che avrebbe voluto una GUERRA LAMPO, si scontrò con la capacità di resistenza degli eserciti dell'Intesa (Inghilterra, Francia, Russia, Giappone); la guerra divenne così DI POSIZIONE, con milioni di soldati fronteggiantesi lungo centinaia di Km di trincee, sul fronte occidentale e su quello orientale. A questi due si aggiunse quello marino, dove combattevano Inghilterra e Germania, per garantirsi possibilità di rifornimento di armamenti e di generi di consumo.

I primi due anni di guerra furono caratterizzati da un sostanziale equilibrio militare fra le forze in campo; divenne un conflitto di logoramento su tutti i fronti. Questa situazione cominciò a far coagulare una decisa opposizione alla guerra, animata da gruppi di socialisti e dalla Chiesa cattolica che si pronunciarono contro «quell'inutile massacro».

Il 1917 è l'anno fondamentale del conflitto. Sul piano militare si verificarono due fatti destinati a pesare notevolmente: l'ingresso degli USA in guerra e l'uscita della Russia, attraversata da una crisi che avrebbe portato alla caduta dello zarismo ed alla rivoluzione comunista. A ciò si aggiunse il rifiuto della guerra da parte dei soldati, cosa che divenne un fenomeno di massa e che produsse diserzioni ed atti di insubordinazione collettiva. Il disfattismo dei soldati andava di pari passo con quello delle popolazioni, travagliate dalla miseria, dalla carestia crescente, dall'inflazione e dalle condizioni di lavoro spesso insopportabili.

Questa situazione determinò un ulteriore autoritarismo da parte dei governi che vide la delegittimazione del Parlamento. In questo periodo prese avvio la decisiva offensiva austro-tedesca per risolvere il conflitto prima dell'ingresso in guerra degli USA. A farne per primo le spese fu l'esercito italiano, sconfitto a Caporetto con gravissime perdite umane e materiali; ma l'offensiva tedesca si arenò sul fronte occidentale, dove gli eserciti franco-inglesi resistettero strenuamente.

Con l'arrivo delle forze americane, le armate dell'Intesa passarono alla controffensiva e nel giro di 3 mesi, da agosto ad ottobre 1918, ebbero la meglio sugli austro-tedeschi. Si aprì così, a Versailles, la conferenza di pace. Al tavolo delle trattative si scontrarono due diverse strategie: quella francese a cui si adeguò il resto dell'Europa animato dal desiderio di annientare la Germania, e quella americana, propugnata dal presidente Wilson, volta a promuovere la riorganizzazione politica e territoriale dell'Europa sulla base del principio dell'autodeterminazione dei popoli. Purtroppo prevalse la prima tendenza, pertanto le legittime aspirazioni nazionali di diversi popoli furono subordinate al desiderio di imporre durissime condizioni ai vinti.



Sorsero nuove nazioni: Austria, Ungheria, Yugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia.

L'Italia ottenne il Trentino, l'Alto Adige, Trieste e l'Istria ma non la Dalmazia.


DOPOGUERRA IN EUROPA

La fine della prima guerra mondiale lasciò i paesi belligeranti stremati. Ai contraccolpi geografici (i morti avevano superato i 10 milioni di unità) si aggiungevano le difficoltà economiche: le industrie che avevano prodotto materiale bellico dovevano essere riconvertite mentre il bilancio pubblico era stremato da un indebitamento vertiginoso; questa situazione alimentò un forte malessere sociale (di cui l'inflazione e la disoccupazione dei reduci erano le cause più rilevanti) e le conseguenze si fecero sentire sul piano politico, dove alla domanda delle masse popolari di partecipare maggiormente alla vita politica, fecero riscontro le tendenze di alcuni a risolvere in chiave autoritaria la crisi del sistema liberale.

I sistemi politici dei paesi vincitori trovarono difficoltà a governare ed a risolvere la gravissima crisi economica e sociale esplosa nell'immediato dopoguerra e trascinatasi per i primi 20 anni. Gli accordi di pace non furono in grado di ricostruire un nuovo ordine internazionale. Tale difficoltà affondava le sue radici nel progressivo declino economico dell'Europa che divenne economicamente tributaria di altri centri, primo fra tutti gli USA. Lo stato liberale e la democrazia politica sembrarono incapaci di risolvere i problemi più assillanti; ciò permise risoluzioni in chiave autoritaria.

Anche l'Inghilterra fu in questo periodo travagliata da lotte sindacali senza precedenti che culminarono nel 1926 in un grande sciopero di minatori che rischiò di far precipitare la situazione politica; il governo inglese riuscì ad incanalare tali proteste entro l'alveo istituzionale.

In Francia si assistette ad una radicalizzazione dello scontro politico e sociale.

Negli USA, usciti dalla crisi economica, prevalsero le tendenze isolazioniste e più conservatrici, che limitarono notevolmente il ruolo di questo paese nello scacchiere internazionale. Il timore del bolscevismo portò all'adozione di restrizioni nei confronti dell'emigrazione, considerata veicolo di infiltrazioni comuniste. Il clima di intolleranza sfociò in provvedimenti repressivi; uno in particolare fece molto scalpore: la condanna a morte di 2 anarchici italiani, SACCO e VANZETTI, ingiustamente accusati di un omicidio a sfondo politico.

In Germania la crisi del dopoguerra raggiunse una radicalizzazione estrema. Fu proclamata la Repubblica di Weimar che affermò l'egemonia della socialdemocrazia. Ma all'interno del movimento operaio si affermarono anche tendenze rivoluzionarie che si coagularono nel movimento spartachista. Lo scontro tra il governo e la sinistra raggiunse il suo apice nel 1919 con una grande manifestazione a Berlino, stroncata nel sangue. Dopo l'episodio si scatenò la controrivoluzione animata dalla formazioni più reazionarie legate ai circoli militari. Una di queste, a Monaco, si organizzò in Partito Socialista capeggiato da Adolf Hitler che tentò un colpo di stato; il tentativo fallì e Hitler fu arrestato. L'episodio fu un chiaro sintomo di una situazione politica irrimediabilmente deteriorata.








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