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LIBRO V

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LIBRO V






1 [Le azioni che i Greci compirono durante la spedizione con Ciro e nel corso del viaggio fino alle coste del Ponto Eusino, in che modo raggiunsero la città greca di Trapezunte e come, non appena messo piede in terra amica, celebrarono i sacrifici di ringraziamento per la raggiunta salvezza, è tutto esposto nel racconto precedente.]

2 Quindi si riunirono per deliberare sulla strada che restava da percorrere. Si alzò per primo Leone di Turi e si espresse così: «Soldati, sono stanco di preparare bagagli, di marciare, correre, e di tener le armi in spalla e stare in riga e poi dei turni di guardia e di battaglie. Adesso che siamo arrivati al mare, voglio solo liberarmi di questi strapazzi, starmene su una nave per il resto del viaggio, fino in Grecia, sdraiato sulla tolda come Odisseo». 3 Nell'udire le sue parole, i soldati proruppero: «Ha ragione!». Un altro ripeté un discorso dello stesso tono, come pure tutti i soldati che intervennero dopo di lui. 4 Quindi si levò Chirisofo e disse: «Uomini, ho un amico, Anassibio, che adesso è navarco. Se mi manderete da lui, sono convinto di tornare con triremi e navi per il nostro trasporto. Visto che volete proseguire per mare, aspettate fino al mio rientro. Sarò di nuovo qui tra breve». Allora i soldati, udite le sue parole, si rallegrarono e votarono che Chirisofo salpasse al più presto.



5 Dopo di lui si alzò Senofonte e prese la parola: «Chirisofo dunque va in cerca di imbarcazioni, noi lo aspetteremo. Voglio dunque spiegarvi che cosa ci conviene fare durante l'attesa. 6 Primo, dobbiamo rifornirci di vettovaglie in terra nemica: il mercato che ci forniscono qui non è sufficiente e poi, quanto a denaro, noi, eccetto pochi, non guazziamo nell'abbondanza. Siamo però in terra nemica, per cui c'è rischio che molti muoiano, se vi sposterete in cerca di viveri senza precauzioni e sorveglianza. 7 A parer mio, se volete aver salva la vita, bisogna procedere alla raccolta delle vettovaglie organizzando squadre di foraggiatori e non vagando a caso. Sarà compito nostro curare ogni dettaglio». La proposta venne accolta.

«State ancora a sentire. 8 Alcuni si allontaneranno dal campo per depredare. Per noi è meglio, credo, che chiunque voglia uscire ce lo comunichi e ci indichi la direzione che prende. Così avremo un quadro preciso di chi è fuori e di chi è rimasto al campo, potremo prepararci in caso di necessità, sapremo dove dirigerci se la situazione richiederà il nostro intervento e, se qualcuno dei più inesperti volesse tentare un attacco contro qualche zona, gli daremo consigli, cercando di appurare la consistenza delle forze contro cui intende muovere». Anche questa proposta fu approvata.

9 «Considerate ancora. I nemici hanno tutto il tempo di depredarci, come pure è normale che ci tendano imboscate, perché ci siamo appropriati dei loro beni. E si tengono in agguato sulle alture. A mio avviso, bisogna dislocare sentinelle intorno all'accampamento: se sorvegliamo a turno [divisi] e teniamo gli occhi aperti, per loro sarà più complicato prenderci in trappola.

Tenete presente ancora un punto. 10 Se sapessimo per certo che Chirisofo porterà navi in numero sufficiente, le parole che sto per dirvi sarebbero inutili. Ma, nell'incertezza, mi pare il caso di darci da fare per procurarci imbarcazioni anche sul posto. Se infatti Chirisofo giungerà con le navi, grazie alle barche trovate qui navigheremo con una flotta più numerosa. In caso contrario, useremo le imbarcazioni reperite in zona. 11 Vedo spesso delle navi da carico costeggiare il litorale: potremmo chiedere ai Trapezunti le loro navi da guerra, catturare quelle navi da carico e tenerle in rada sotto custodia, dopo aver tolto i timoni, finché non ne avremo in numero sufficiente per salpare. Così forse non ci mancheranno i mezzi di trasporto di cui abbiamo bisogno». Anche questa mozione passò.

12 «Valutate», continuò, «se non sia giusto mantenere, a spese del fondo comune, gli equigi che rimarranno a terra, per tutto il tempo che resteranno a nostra disposizione, pattuendo un prezzo per il nolo delle navi, in modo che il profitto sia reciproco». Anche questo parere fu approvato.

13 «Se non riuscissimo a procurarci un numero adeguato di navi», soggiunse, «mi pare il caso di imporre alle città del litorale di riparare le strade che, a quel che sentiamo, non sono facilmente transitabili. Obbediranno sia per timore sia per vivo desiderio di liberarsi di noi».

14 Allora presero a gridare che non bisognava più mettersi in marcia. Senofonte, non appena comprese la loro insensatezza, non mise neppure la proposta ai voti, ma convinse le città a riparare di loro iniziativa le strade, spiegando che si sarebbero liberate di loro prima, se le vie fossero state transitabili. 15 Ricevettero anche una pentecontere dai Trapezunti e la affidarono a Dessippo, un perieco lacone. Costui, tutt'altro che preoccupato di raccogliere nuove imbarcazioni, prese la fuga e uscì dal Ponto, con la nave. Pagò comunque il prezzo della sua colpa, più tardi: quando era in Tracia, invischiato in loschi traffici alla corte di Seute, venne ammazzato per mano di Nicandro il lacone. 16 Ricevettero anche una triacontere, cui fu preposto l'ateniese Policrate, che ricondusse all'accampamento tutte le navi che gli riuscì di catturare. Se portavano un carico, veniva sbarcato e posto sotto sorveglianza perché rimanesse intatto; le navi stesse poi venivano impiegate per veleggiare sotto costa. 17 In quell'arco di tempo, i Greci compirono ripetute scorrerie, ora fruttuose, ora no. Cleeneto, che durante una sortita alla testa del suo e di un altro loco si era spinto contro una postazione ben munita, trovò la morte insieme a molti dei suoi.





1 Visto che non c'era più la possibilità di rifornirsi di vettovaglie rientrando al campo prima che calassero le tenebre, Senofonte, accomnato da guide dei Trapezunti, condusse contro i Drili una metà dell'esercito e lasciò l'altra metà di guardia all'accampamento. I Colchi infatti, poiché erano stati scacciati dalle loro case, si erano raccolti in gran numero e avevano preso il controllo delle alture. 2 I Trapezunti non guidavano i Greci dove avrebbero potuto trovare i viveri con facilità: erano terre amiche. Si premuravano di condurli, piuttosto, nella regione dei Drili - un popolo che li vessava - attraverso zone montane e impervie, contro le genti più bellicose del Ponto.

3 Quando i Greci erano ormai nel cuore del paese, i Drili cominciarono a dar fuoco a tutte le roccaforti giudicate espugnabili e a ritirarsi. Non rimaneva niente da razziare, tranne qualche maiale, bue o bestiame d'altro genere che era scampato alle fiamme. C'era un solo baluardo, la loro metropoli: lì si erano asserragliati tutti. Attorno correva un burrone fortemente scosceso, per cui l'accesso alla roccaforte risultava arduo. 4 I peltasti, che precedevano di cinque o sei stadi gli opliti, dopo aver superato il burrone, videro un'infinità di armenti e di altre ricchezze e si precipitarono contro la fortezza. Li seguiva anche un nutrito gruppo di dorifori, che si erano spinti in cerca di vettovaglie: così, già più di duemila uomini avevano superato il burrone. 5 Poiché, nonostante gli assalti, non erano riusciti a espugnare la fortezza (c'era un largo fossato lungo tutto il perimetro, una palizzata sul terrapieno e torri di legno a breve intervallo l'una dall'altra), cercarono di ripiegare, ma i nemici li aggredirono. 6 Siccome non potevano correre durante la ritirata, perché dalla fortezza fino al burrone dovevano scendere in fila per uno, mandarono un messo a Senofonte, che marciava alla testa degli opliti. 7 Appena giunto, il messo spiegò a Senofonte che il forte era pieno di ricchezze d'ogni sorta: «Ma non riusciamo a espugnarlo, è ben munito; neppure la ritirata è facile; i nemici ci attaccano con sortite e la discesa è difficoltosa».

8 Allora Senofonte condusse gli opliti fino al burrone e ordinò loro di deporre le armi. Si recò di persona al di là del burrone e, insieme ai locaghi, operò un sopralluogo, per vedere se fosse meglio ritirare i soldati che si trovavano già oltre il burrone oppure condurre sull'altro versante anche gli opliti, nella convinzione che la fortezza potesse cadere. 9 Si valutò che una ritirata fosse possibile solo a prezzo di pesanti perdite; il forte invece, anche a giudizio dei locaghi, fu considerato espugnabile. Senofonte aderì al loro parere, fidando nei responsi delle vittime sacrificate. Gli indovini infatti avevano predetto battaglia, ma con felice epilogo. 10 Inviò i locaghi per far passare gli opliti al di qua del burrone; dal canto suo, rimase sul posto e ordinò il ripiegamento di tutti quanti i peltasti, vietando tassativamente ogni scontro col nemico. 11 Quando giunsero gli opliti, comandò a ciascun locago di schierare il proprio loco come meglio credesse: si trovavano gomito a gomito proprio i locaghi che erano costantemente in lizza per la palma del valore. 12 Eseguirono l'ordine. Senofonte invece trasmise ai peltasti l'ordine di avanzare con i giavellotti in pugno, pronti a scagliarli al segnale, mentre gli arcieri dovevano tener le frecce incoccate per saettare ai primi squilli di tromba e i gimneti portare con sé i sacchetti pieni di pietre. A controllare i preparativi mandò persone adatte allo scopo.

13 Quando tutto era stato approntato e avevano ormai preso posizione i locaghi e i loro vicecomandanti e gli altri che non si ritenevano da meno, i loro sguardi cominciarono a incrociarsi: per la conformazione del forte infatti lo schieramento era a falce di luna. 14 Poi intonarono il peana, si udì lo squillo di tromba e, all'unisono, gli opliti levarono il grido di guerra in onore di Enialio e scattarono. In un unico istante si abbatté sul nemico un nugolo di proiettili: lance, frecce, pietre, la maggior parte delle quali scagliate a mano. Ci fu anche chi lanciò tizzoni infuocati. 15 La pioggia di proiettili costrinse i nemici a evacuare palizzata e torri. Agasia di Stinfalo e Filosseno di Pellene posarono a terra le loro armi e proseguirono l'avanzata, con indosso i soli chitoni. Si tiravano su l'un l'altro, mentre un terzo era già arrivato in cima. La fortezza era caduta, si pensava.

16 I peltasti e i soldati armati alla leggera irruppero nella fortezza e fecero man bassa, ciascuno più che poteva. Senofonte, fermo davanti alla porta delle mura, cercava di trattenere all'esterno il maggior numero di opliti: avevano avvistato altri nemici su alcune alture, in posizione difficile da attaccare. 17 Non passò molto, che si levarono alte grida dall'interno e cominciò un fuggi fuggi: c'era chi teneva stretto tra le mani il bottino raccolto, ma ben presto ve anche qualche ferito. Alle porte si creò gran ressa. Alle domande, chi si slanciava all'esterno rispondeva che dentro c'era una rocca e una moltitudine di nemici, che con una sortita avevano aggredito i Greci entro le mura. 18 Allora Senofonte ordinò a Tolmide l'araldo di proclamare che entrasse pure in città chi voleva darsi al saccheggio. A quel punto molti si riversano dentro e la fiumana di gente travolge quelli che stavano scappando fuori; così costringono di nuovo i nemici a rinserrarsi nella rocca. 19 Quanto si trovava all'esterno della rocca stessa venne depredato e i Greci lo portarono via. Gli opliti sostarono deponendo a terra le armi, chi nei pressi dello steccato, chi lungo la via che portava all'ultimo baluardo. 20 Senofonte e i locaghi valutarono se fosse possibile espugnarlo: in tal caso la salvezza sarebbe stata certa, altrimenti la ritirata appariva oltremodo ostica. Dopo aver analizzato la situazione, giudicarono che la rocca fosse assolutamente inattaccabile.

21 Allora cominciarono a preparare il ripiegamento. Ognuno iniziò a svellere i pali che aveva di fronte a sé. I locaghi allontanarono gli infermi, i portatori di bagagli e il grosso degli opliti, lasciando sul posto solo i soldati su cui ciascuno nutriva piena fiducia. 22 Una volta che i Greci diedero il via alla ritirata, un gran numero di nemici balzò fuori, armati di scudi di vimini, lance, schinieri e elmi di foggia paflagonica; altri salirono sui tetti delle case situate sui due lati della strada che conduceva alla rocca. 23 A quel punto rappresentavano una grave insidia anche le incursioni verso le porte che davano l'accesso al baluardo: i nemici, infatti, gettavano dall'alto grosse travi di legno, per cui era rischioso tanto rimanere fermi quanto muoversi. E la notte imminente era fonte di paura.

24 Mentre continuano a lottare non sapendo che partito prendere, ecco che un dio offre loro una via d'uscita. Improvvisamente le fiamme cominciarono a divampare in una casa sul lato destro, perché qualcuno certamente - chissà chi - le aveva dato fuoco. Non appena l'edificio si abbatté, i nemici fuggirono da tutte le case che sorgevano sulla destra. 25 Senofonte fece tesoro della lezione impartita dalla sorte e ordinò di incendiare anche le case sul lato sinistro, che erano di legno, per cui il fuoco attecchì in un attimo. Perciò anche i nemici che erano sui tetti, da questo lato, presero la fuga. 26 Gli unici fastidi venivano ormai dagli avversari schierati davanti all'ingresso ed era chiaro che, non appena i Greci avessero dato inizio al ripiegamento e alla discesa, sarebbero piombati loro addosso. Allora, a chi si trovava fuori tiro, Senofonte dirama l'ordine di portar legna nella zona compresa tra loro e i nemici. Quando fu raccolta in quantità sufficiente, le diedero fuoco; bruciarono anche le case lungo la palizzata, per tener lì occupato il nemico. 27 Così, a stento, si ritirarono dalla fortezza, creando uno sbarramento di fuoco tra loro e i nemici. Avvampò in preda alle fiamme tutta la città, con case, torri, steccato e tutto il resto, salvo la rocca.

28 Il giorno successivo i Greci si allontanarono con i viveri. Siccome si nutrivano timori per la discesa verso Trapezunte, dove la strada era in ripido pendio e stretta, predisposero una finta imboscata. 29 Un Misio - Misio di stirpe e di nome - prese con sé dieci Cretesi e si appostò nella macchia: fingevano di voler passar inosservati agli occhi del nemico, ma lasciavano balenare, a tratti, gli scudi, che erano di bronzo. 30 I nemici, scorgendo i bagliori, temevano un'imboscata: intanto l'esercito greco procedeva nella discesa. Quando i Greci giudicarono di aver ormai un vantaggio sufficiente, diedero al Misio il segnale di fuggire a gambe levate. Il Misio balzò fuori e scappò via, seguito dai suoi. 31 I Cretesi, urlando che li stavano raggiungendo, deviarono dalla strada per gettarsi a capofitto nella boscaglia, dove, precipitando a ruzzoloni di pianoro in pianoro, riuscirono a mettersi in salvo. Il Misio invece continuò la fuga lungo la strada, gridando aiuto. 32 Venne soccorso e tratto in salvo, benché ferito. I soccorritori ripiegarono passo a passo con la fronte rivolta verso i nemici, sotto il loro tiro, mentre alcuni Cretesi rispondevano saettando. Così giunsero all'accampamento, tutti sani e salvi.





1 Poiché Chirisofo non era ancora rientrato e navi non ce n'erano a sufficienza ed era venuta meno la possibilità di vettovagliamento, si decise di partire. Imbarcarono gli infermi, gli uomini sopra i quarant'anni, i bambini, le donne e tutti i bagagli non strettamente indispensabili. Salirono a bordo anche gli strateghi più anziani, Filesio e Sofeneto, con l'incarico di dirigere le operazioni. Il resto dell'esercito si mise in cammino: la strada era ormai agibile. 2 Il terzo giorno di marcia giunsero a Cerasunte, città greca sul mare, colonia di Sinope nella Colchide. 3 Vi rimasero dieci giorni, durante i quali procedettero alla rassegna e alla conta degli opliti: erano ottomilaseicento. Ecco quanti erano sopravvissuti. Gli altri erano morti per mano nemica oppure assiderati e qualcuno di malattia.

4 Qui divisero il denaro ricavato dalla vendita dei prigionieri. La decima parte, riservata ad Apollo e Artemide efesia, venne distribuita in parti uguali a ciascun stratego, che doveva custodirla per le divinità. La parte di Chirisofo fu affidata a Neone di Asine. 5 Senofonte dunque fece preparare il dono votivo e lo consacrò al tesoro degli Ateniesi in Delfi, dopo avervi fatto incidere il proprio nome e quello di Prosseno, morto insieme a Clearco: era infatti legato a lui da vincoli di ospitalità. 6 Quanto alla parte spettante ad Artemide efesia, Senofonte, al momento della sua partenza dall'Asia con Agesilao alla volta della Beozia, la lasciò a Megabizo, neocoro del tempio di Artemide, perché pensava che nel viaggio imminente sarebbe andato incontro a molti pericoli. Incaricò Megabizo di restituirgli il denaro, se fosse uscito illeso dal viaggio; se invece gli fosse capitato qualcosa, doveva offrire in dono votivo ad Artemide l'oggetto che stimava più gradito alla dea.

7 Da quando Senofonte era in esilio, abitava a Scillunte, su un terreno concesso dagli Spartani [presso Olimpia]; Megabizo, che si era recato a Olimpia per assistere ai giochi, va da lui e gli riconsegna la somma depositata. Con tale denaro Senofonte compra una tenuta per la dea, nel luogo indicato da Apollo. 8 Si dava il caso che, attraverso la tenuta, scorresse il fiume Selinunte. E anche in Efeso, accanto al tempio di Artemide, scorre un fiume chiamato Selinunte. In entrambi i corsi d'acqua vivono pesci e molluschi. Nel terreno di Scillunte poi si trovano riserve di caccia, con selvaggina d'ogni specie. 9 Con il denaro consacrato alla divinità, Senofonte costruì anche un altare e un tempio, e per il tempo a venire, anno per anno, offrì in sacrificio alla dea la decima dei frutti della terra: tutti i concittadini, gli uomini e le donne delle vicinanze partecipavano alla festa. A chi si attendava nella tenuta, la dea distribuiva farina, pane, vino, leccornie, una porzione delle vittime sacrificate, provenienti dal pascolo consacrato alla dea, nonché selvaggina cacciata. 10 In occasione della festa i li di Senofonte e degli altri abitanti della città organizzavano una battuta di caccia, cui si univa chiunque ne avesse piacere, anche gente adulta. Catturavano cinghiali, caprioli, cervi, parte nel terreno consacrato, parte anche sulle falde del Foloe. 11 La tenuta si trova sulla strada che va da Sparta a Olimpia, a circa venti stadi dal santuario di Zeus in Olimpia. Nel terreno consacrato si stende una piana e poi ci sono colline fitte di alberi, dove possono trovar pascolo maiali, capre, buoi e pure cavalli, tanto che perfino le bestie da soma lì condotte per la festa potevano mangiare a sazietà. 12 Tutt'attorno al tempio era stato piantato un bosco di alberi da frutta di tutti i generi, che davano ottimi prodotti in ogni stagione. Il tempio somiglia, anche se in piccolo, al santuario di Efeso, e anche la statua della dea è identica, salvo che è in legno di cipresso anziché in oro, come a Efeso. 13 E una stele si erge accanto al tempio, con incisa l'iscrizione: IL LUOGO È CONSACRATO AD ARTEMIDE. CHI NE È PROPRIETARIO E NE GODE I FRUTTI, DEVE OFFRIRE IN SACRIFICIO LA DECIMA OGNI ANNO. COL RESTO SI PRENDA CURA DEL TEMPIO. SE NON SI OSSERVERÀ QUANTO PRESCRITTO, SARÀ LA DEA A PROVVEDERE.





1 Da Cerasunte proseguì per mare chi già in precedenza aveva viaggiato su nave. Gli altri s'incamminarono via terra. 2 Quando giungono ai confini dei Mossineci, alla gente del luogo inviano Timesiteo di Trapezunte, prosseno dei Mossineci, per domandare se, al loro passaggio, li avrebbero considerati amici o nemici. I Mossineci, fidando nelle loro fortezze, risposero che non avrebbero concesso via libera. 3 Allora Timesiteo spiega che i Mossineci erano un popolo diviso da rivalità e che le genti del versante opposto erano nemiche di queste. Si decise di convocare gli altri Mossineci, per saggiare un'eventuale disponibilità a stringere alleanza. Venne inviato Timesiteo, che ritornò insieme ai loro capi. 4 Una volta giunti, i capi dei Mossineci e gli strateghi greci si riunirono. Prese la parola Senofonte, con Timesiteo interprete:

5 «Mossineci, è nostro desiderio tornare in Grecia sani e salvi, a piedi, perché non abbiamo navi. Ma ci sbarrano il passo genti che, ci è giunta voce, sono vostre nemiche. 6 Se siete d'accordo, vi si presenta l'opportunità di stringere un'alleanza con noi, di vendicarvi delle loro offese, se mai ne avete patite, e tenere d'ora in avanti i nemici sotto il vostro tallone. 7 Se ci respingerete, pensate bene da dove vi potrà capitare, una seconda volta, un alleato così potente». 8 Alle sue parole il capo dei Mossineci si dichiarò d'accordo e accettò l'alleanza. 9 «Su allora», proseguì Senofonte, «che cosa possiamo fare per voi, una volta che saremo vostri alleati? E voi, come potrete darci una mano, per aiutarci nell'attraversare la regione?». 10 Ecco la risposta: «Siamo in grado di attaccare alle spalle il paese del nostro comune nemico e di inviarvi qui navi e uomini che vi appoggino nei combattimenti e vi indichino la via».

11 Quindi, scambiati i pegni di fedeltà, si allontanarono. Il giorno seguente erano di ritorno con trecento canoe, ciascuna ricavata da un solo tronco, che portava tre uomini: da ognuna ne scesero due e presero posto nello schieramento, armi a terra, mentre il terzo rimase a bordo. 12 Poi ciascuno si allontanò con la propria canoa. Gli uomini rimasti a terra assunsero la formazione seguente: in fila per cento, gli uni di fronte agli altri, proprio come i cori che a teatro si fronteggiano, dotati tutti di scudi di vimini rivestiti di pelli bianche di bue, a forma di foglia d'edera. Nella destra impugnavano un giavellotto di circa sei cubiti, che in cima era a punta e in fondo terminava a mo' di sfera. 13 Avevano indosso chitoni corti che arrivavano quasi all'altezza delle ginocchia, di spessore simile ai sacchi di lino usati per le coperte. Sul capo portavano elmi di cuoio di foggia paflagonica, con un pennacchio al centro, molto simili a tiare. Erano dotati anche di asce di ferro. 14 A un certo punto uno di loro cominciò a intonare un canto, e tutti quanti gli altri si misero in marcia, cantando a ritmo cadenzato. Dopo aver oltrepassato le file dei Greci e l'accampamento, si diressero sùbito contro i nemici, puntando verso una fortezza che sembrava facilissima da conquistare. 15 Si trovava proprio di fronte [alla città,] alla cosiddetta Metropoli, che sorgeva nel punto più elevato del paese dei Mossineci. La ragione del conflitto tra le due fazioni dei Mossineci dipendeva proprio da questo forte: chi di volta in volta ne aveva il controllo, era considerato signore di tutta la nazione. E i Mossineci loro alleati sostenevano che gli avversari lo tenevano contro giustizia e, dopo essersi appropriati di un bene comune a tutto il popolo, adesso avevano il sopravvento.

16 Anche alcuni Greci si accodarono ai Mossineci - non dietro ordine degli strateghi - per darsi alle razzie. I nemici, finché gli altri avanzavano, rimasero tranquilli, ma non appena li videro nei pressi della fortezza, con una sortita li misero in rotta e massacrarono parecchi barbari e alcuni Greci che si erano uniti alla spedizione, protraendo l'inseguimento finché non avvistarono gli altri Greci che correvano a dar manforte. 17 Allora cambiarono direzione e tornarono indietro: tagliarono le teste dei cadaveri e le mostrarono ai Greci e ai propri nemici, danzando e intonando canzoni con un certo loro ritmo. 18 I Greci montarono su tutte le furie, perché avevano reso i nemici più baldanzosi e perché i loro comni, che pure si erano uniti in gran numero ai Mossineci, avevano battuto in ritirata, fatto mai verificatosi in precedenza nel corso della spedizione. 19 Senofonte convocò i Greci e disse: «Soldati, non lasciatevi scoraggiare dall'accaduto. Sappiate infatti che è un male, ma al tempo stesso anche un bene. 20 Primo, adesso siete sicuri che le guide che ci faranno strada sono davvero nemiche della gente che, giocoforza, è pure nostra avversaria. Secondo, chi dei Greci ha trascurato di rispettare il nostro schieramento, convinto di poter ottenere, insieme ai barbari, gli stessi risultati raggiunti con noi, ha avuto quel che merita: d'ora in avanti ci penserà due volte prima di abbandonare le nostre file. 21 Dovete mettervi nella condizione di dare anche ai barbari nostri alleati l'idea di essere migliori di loro e di dimostrare ai nemici che d'ora in avanti non combatteranno più con gli stessi uomini senza disciplina che hanno affrontato in passato».

22 Così trascorsero la giornata. L'indomani celebrarono un sacrificio che diede responso favorevole. Quindi, dopo aver fatto colazione, si schierarono incolonnati e disposero sulla sinistra i barbari con lo stesso assetto. S'incamminarono, tenendo gli arcieri all'interno delle schiere [incolonnate], un po' arretrati rispetto alla linea degli opliti. 23 Tra i nemici c'erano dei soldati armati alla leggera, che correvano verso il basso contro i Greci e li tempestavano di pietre. Gli arcieri e i peltasti li costrinsero a ripiegare. Il resto dell'esercito greco procedeva al passo, direttamente contro la fortezza da cui, il giorno prima, erano stati respinti i barbari e gli uomini al loro séguito: qui infatti erano schierati frontalmente i nemici. 24 I barbari ressero all'urto dei peltasti e ingaggiarono un combattimento, ma, non appena si fecero sotto gli opliti, volsero le spalle. I peltasti si lanciarono immediatamente all'inseguimento, su, verso la città, mentre gli opliti tenevano dietro in ordine serrato. 25 Quando i Greci giunsero in cima, alle case della Metropoli, i nemici, che si erano riorganizzati, ripresero a lottare, scagliavano giavellotti e, brandendo anche un altro genere di picche, lunghe e grosse tanto che un uomo da solo avrebbe potuto reggerne una a stento, cercavano di evitare i colpi nei corpo a corpo. 26 Ma poiché i Greci non demordevano, anzi si facevano sotto compatti, i barbari presero la fuga e, a quel punto, tutti in massa abbandonarono la fortezza. Il loro re, che abitava nella torre di legno costruita nel punto più alto della roccaforte, dove lo mantenevano a spese dello stato e lo proteggevano, non voleva venir fuori, come pure il capo della fortezza conquistata in precedenza. Per cui vennero arsi vivi lì sul posto, divorati dal fuoco insieme alle torri.

27 I Greci, durante il saccheggio, trovarono nelle case depositi di pane accatastato, che si passavano di padre in lio, secondo quanto sostenevano i Mossineci. C'era anche del grano nuovo, tenuto in disparte ancora in spighe: si trattava per lo più di spelta. 28 Vennero scovati anche pezzi di delfino, conservati in anfore e sotto salamoia, nonché vasi di grasso di delfino: i Mossineci lo impiegano come i Greci l'olio. 29 Nei solai c'era una gran quantità di noci, piatte e senza alcuna fessura. Bollite o abbrustolite come pani, costituivano il loro piatto di base. Trovarono anche del vino, che, se non veniva mescolato, aveva un sapore acidulo per via della sua asprezza, ma bastava mischiarlo con acqua e diventava profumato e gradevole.

30 I Greci dunque pranzarono e ripresero ad avanzare, dopo aver consegnato la fortezza ai Mossineci che si erano battuti al loro fianco. Quanto a tutte le altre piazzeforti in mano nemica, davanti alle quali transitarono, le meno salde vennero abbandonate, in altre invece gli avversari si arresero spontaneamente. 31 La maggior parte delle fortezze aveva la seguente struttura: le città distavano l'una dall'altra ottanta stadi, quale più, quale meno. Se si chiamavano con forti grida, potevano udirsi da una città all'altra, tanto la zona era elevata e a forma di conca. 32 Quando, a forza di marciare, giunsero in regioni amiche, furono mostrati loro i li dei notabili della zona, bambini ingrassati e nutriti con noci bollite: erano obesi, bianchissimi, poco ci mancava che fossero tanto larghi quanto alti, avevano le spalle e il torace completamente tatuati con fiori variopinti. 33 Cercavano anche di accoppiarsi - lì davanti a tutti, perché da loro usa così - con le prostitute al séguito dei Greci. Tutti, uomini e donne, hanno la pelle bianca. 34 Secondo i soldati che avevano seguito la spedizione, si trattava del popolo più barbaro mai incontrato e più lontano dai costumi greci. In mezzo agli altri, infatti, facevano ciò che gli altri uomini avrebbero fatto in privato, mentre quando erano soli si comportavano come se fossero tra la gente, parlavano tra sé e sé, ridevano da soli, si fermavano dove capitava per ballare, come se volessero esibirsi davanti ad altri.





1 Attraverso il paese, ora in regioni nemiche ora in terre amiche, i Greci coprirono otto tappe, fino a pervenire nelle terre dei Calibi, gente poco numerosa e soggetta ai Mossineci che per la maggior parte traeva di che vivere dalla lavorazione del ferro.

Da qui raggiunsero i Tibareni. 2 La loro regione era molto più pianeggiante; nella fascia costiera sorgevano fortezze meno salde. Gli strateghi volevano attaccare le piazzeforti, perché l'esercito traesse guadagno dal bottino. Perciò non accolsero i doni ospitali da parte dei Tibareni, ma invitarono i messi ad attendere le loro decisioni e celebrarono un sacrificio. 3 Dopo che ebbero immolato molte vittime, alla fine gli indovini, concordi, diedero il responso che gli dèi non approvavano assolutamente la guerra. Allora accolsero i doni ospitali e, dopo due giorni di marcia in terra amica, giunsero a Cotiora, città greca e colonia di Sinope nella regione dei Tibareni.

4 [Fin qui l'esercito si era mosso a piedi. La distanza dal campo di battaglia presso Babilonia fino a Cotiora era di seicentoventi parasanghe, ossia diciottomilaseicento stadi, percorsi in centoventidue tappe, per un totale di otto mesi.]

5 Lì rimasero quarantacinque giorni, durante i quali prima di tutto immolarono vittime in onore degli dèi, fecero processioni divisi per ciascuna etnia greca e organizzarono giochi ginnici. 6 Quanto ai viveri, parte se li procurarono in Paflagonia, parte li depredarono nei campi dei Cotioriti, che non aprivano i loro mercati e non accoglievano dentro le mura neppure gli infermi.

7 Nel frattempo giungono da Sinope emissari, spaventati sia per la città di Cotiora - era infatti sotto la loro giurisdizione e gli abitanti versavano ai Sinopei un tributo - sia per la regione, in quanto correva voce che fossero in corso saccheggi. Arrivati al campo, esposero le loro ragioni; prese la parola Ecatonimo, che aveva fama di valente oratore: 8 «Ci ha inviato in missione, soldati, la città di Sinope, innanzitutto per rivolgervi le nostre felicitazioni perché voi, Greci, avete sconfitto dei barbari e poi per condividere la vostra gioia, ora che siete qui sani e salvi, dopo tante terribili traversie, secondo almeno quanto abbiamo udito. 9 Noi, Greci al par vostro, presumiamo di non ricevere da voi, altri Greci, danni, ma semmai vantaggi. Del resto in nessuna circostanza abbiamo manifestato ostilità nei vostri confronti. 10 I Cotioriti sono nostri coloni e siamo stati noi a concedere loro queste terre, dopo averle strappate ai barbari. È il motivo per cui ci versano il tributo fissato, al pari dei Cerasunti e dei Trapezunti. Quindi, il male che arrecherete loro fate conto di arrecarlo alla città di Sinope. 11 Adesso sentiamo che alcuni di voi, penetrati in città con la forza, alloggiano nelle case e che voi, sempre con la forza, non con la persuasione, prendete i prodotti della terra di cui avete bisogno. 12 Non approviamo il vostro comportamento: se persisterete, ci troveremo costretti a stringere alleanza con Corila, coi Paflagoni e con chiunque altro ce ne dia modo».

13 Senofonte si alzò e, a nome dei soldati, tenne un discorso: «Per quanto riguarda noi, o Sinopei, siamo giunti fin qui lieti di aver portato in salvo la vita e le armi: non era possibile infatti darci alle razzie e, al tempo stesso, combattere col nemico. 14 Ma poi siamo giunti a città greche: a Trapezunte - ci hanno aperto il mercato - abbiamo ottenuto i viveri dietro amento e ci siamo premurati di contraccambiare agli onori e ai doni ospitali tributati all'esercito. E se i Trapezunti avevano degli alleati tra i barbari, ci siamo guardati bene dal danneggiarli. Viceversa, sui loro nemici, contro cui ci guidavano, abbiamo calato i nostri fendenti con tutta la forza che avevamo in corpo. 15 Chiedete loro come ci siamo comportati: sono ancora qui con noi le guide concesse dalla città di Trapezunte per ragioni d'amicizia. 16 Ma ogni qualvolta siamo giunti in un posto in cui non ci veniva messo a disposizione il mercato, fosse terra barbara o greca, ci siamo procurati i viveri non per prepotenza, ma per necessità. 17 I Carduchi, i Taochi, i Caldei, che pure non erano sottomessi al re, ce li siamo resi nemici anche se incutevano davvero paura, e tutto perché eravamo costretti a trovare vettovaglie, dato che non ci aprivano i mercati. 18 I Macroni invece, sebbene barbari, ci hanno aperto il mercato, nei limiti delle loro possibilità. Li abbiamo considerati amici e da loro non abbiamo preso nulla con la forza.

19 Quanto ai Cotioriti, che definite vostri alleati, se hanno subìto estorsioni da parte nostra, la colpa è loro: non si sono comportati con noi da amici, anzi ci hanno chiuso le porte in faccia, senza lasciarci entrare e senza neppure aprirci un mercato all'esterno, scaricando poi la colpa del loro atteggiamento sul vostro armosta. 20 Quanto al fatto cui hai accennato, cioè che i nostri con la forza sono entrati in città e si sono impossessati delle abitazioni, abbiamo ritenuto giusto che gli infermi trovassero riparo sotto un tetto. E poiché persistevano nel tener sbarrate le porte, siamo penetrati in un punto della cinta dove si apriva un varco, ma senza commettere atti di violenza. Poi nelle case alloggiano solo i malati, che si sostentano a proprie spese. Abbiamo posto sentinelle alle porte, perché i nostri infermi non dipendano dal vostro armosta, ma da noi, così possiamo portarli via quando vogliamo. 21 Noi altri, come vedete, siamo attendati all'aperto, in bell'ordine, pronti a ricambiare chi volesse accordarci i suoi benefici, come pure a difenderci da chi intendesse nuocerci.

22 Quanto alla tua minaccia di stringere alleanza, se mai vi piacesse, con Corila e coi Paflagoni contro di noi, siamo disposti a combattere, se necessario, contro entrambi: abbiamo già affrontato genti ben più numerose di voi. 23 A meno che salti a noi in mente di farci amici i Paflagoni. Ci è giunta voce che hanno messo gli occhi sulla vostra città e sulle piazzeforti lungo la costa. Ci sforzeremo di conquistare la loro amicizia, garantendo il nostro appoggio per aiutarli a raggiungere i loro obiettivi».

24 A quel punto si vide con chiarezza che gli altri membri della delegazione erano irritati con Ecatonimo per quello che ha detto. Uno di loro si fece avanti e spiegò che si erano recati lì non per una dichiarazione di guerra, ma per manifestare la loro amicizia. «Se verrete alla città di Sinope, vi accoglieremo con doni ospitali. Per ora daremo ordine alla gente del luogo di offrirvi quanto possono: vediamo infatti che tutte le vostre parole corrispondono a verità». 25 Quindi i Cotioriti inviarono i doni ospitali, mentre gli strateghi greci ospitarono gli emissari di Sinope. Discussero insieme a lungo e amabilmente e tra le altre cose s'informarono come potessero aiutarsi reciprocamente a proposito del viaggio che restava da compiere.





1 La giornata si concluse così. L'indomani gli strateghi radunarono i soldati. Si conviene di convocare gli emissari di Sinope per prendere una decisione sul resto del viaggio. Se si doveva compiere il cammino via terra, pensavano che i Sinopei fossero preziosi, perché conoscevano bene la Paflagonia. Se invece bisognava proseguire per mare, il loro aiuto pareva addirittura indispensabile: erano ritenuti i soli in grado di fornire imbarcazioni sufficienti per l'esercito. 2 Convocarono dunque gli emissari e si consultarono con loro: credevano giusto che i Sinopei, in quanto greci, avessero in primo luogo l'obbligo di accogliere benevolmente altri Greci, di essere ben disposti nei loro confronti e di consigliarli per il meglio.

3 Ecatonimo si alzò sùbito in piedi e si giustificò per le sue precedenti parole, riguardo a una possibile alleanza coi Paflagoni: non voleva certo intendere che avrebbero mosso guerra ai Greci, ma che, pur avendo la possibilità di stringere amicizia coi barbari, avrebbero accordato la loro preferenza ai Greci. 4 E poiché lo sollecitavano a esprimere il proprio consiglio, invocò gli dèi e disse: «Se riuscissi a suggerire la proposta che mi pare migliore, anche a me verrebbe tanta prosperità; in caso contrario, tante disgrazie. Mi pare proprio che sia il momento, come suol dirsi, di dare un sacro consiglio. Se infatti dimostrerò di aver avanzato una buona proposta, saranno in molti a lodarmi; ma nel caso che la mia proposta si riveli cattiva, sarete in molti a maledirmi. 5 Se vi muoverete per mare, son sicuro che saremo noi di Sinope ad avere i fastidi maggiori, perché ci toccherà fornirvi le navi; se invece vi sposterete via terra, sarete voi a dover combattere. 6 Ciò nonostante, non posso tacere quel che so, perché conosco bene la regione dei Paflagoni e la loro potenza. Il paese ha due caratteristiche: splendide pianure e monti altissimi.

7 Prima di tutto, so che penetrare nel territorio è possibile solo per un passaggio obbligato: l'unica via è attraverso due catene montuose, a picco sulla strada. Mantenendo il controllo delle alture, basterebbe un pugno d'uomini per avere la meglio: finché i monti sono in mano nemica, neppure tutti gli uomini del mondo riuscirebbero ad aprirsi un varco. Sono anche disposto a mostrarvi la zona di cui parlo, se volete inviare qualcuno al mio fianco.

8 Poi so che hanno pianure e una cavalleria che i barbari stessi reputano superiore alla cavalleria regia al completo. Anche di recente non hanno risposto a una convocazione del re, perché il loro comandante si ritiene superiore a tutti.

9 Ammettiamo pure che riusciate a prendere il controllo delle montagne, o con un colpo di mano o passando inosservati; ammettiamo che poi abbiate la meglio negli scontri in pianura contro i loro cavalieri e fanti - più di centoventimila uomini: arriverete comunque ai fiumi, primo tra tutti al Termodonte, largo tre pletri, che - ne sono convinto - è difficile da guadare, specie quando una massa di nemici aspetta di fronte e un altro stuolo incalza alle spalle. Il secondo è l'Iris, anch'esso di tre pletri. Il terzo è l'Alis, largo non meno di due stadi, un fiume che non potreste passare senza imbarcazioni. E chi ci sarà a procurarvele? Lo stesso vale anche per il Partenio, che non è guadabile: comunque sia, per arrivarci dovete prima superare l'Alis.

10 Insomma ritengo la vostra marcia non tanto dura, quanto assolutamente impossibile. Se invece viaggerete per nave, potrete veleggiare sotto costa da qui fino a Sinope e poi da Sinope fino a Eraclea, da dove non c'è difficoltà a proseguire né per terra né per mare: a Eraclea infatti non mancano di certo le navi».

11 Quando ebbe finito, alcuni sospettarono che le parole di Ecatonimo fossero dettate dalla sua amicizia per Corila, di cui era prosseno. Altri invece pensarono addirittura che avesse proposto un consiglio del genere con il miraggio di una ricompensa. Non mancò chi ebbe l'impressione che il suo discorso puntasse a distogliere i Greci dal marciare nella regione dei Sinopei, per il timore che provocassero danni. Comunque i Greci votarono per il viaggio via mare. 12 Dopo di che, prese la parola Senofonte: «Abitanti di Sinope, i nostri uomini hanno scelto, per il viaggio, la soluzione che suggerite. Ma ecco i termini della questione: se ci saranno navi sufficienti per imbarcarci tutti, dal primo all'ultimo, salperemo; ma se a certi toccherà restar qui e agli altri partire, nessuno di noi metterà piede sulle navi. 13 Abbiamo ben chiaro un punto, che, dovunque manterremo una posizione di forza, potremo anche salvarci e procurarci i viveri; se invece ci lasceremo trovare in condizioni di inferiorità rispetto al nemico, è chiaro che finiremo schiavi». Allora gli emissari li invitarono a mandare un'ambasceria. 14 Callimaco arcade, Aristone ateniese e Samola acheo vennero incaricati e partirono.

15 Frattanto Senofonte, vedendo quanto grande era il numero di soldati greci - opliti, peltasti, arcieri, frombolieri e cavalieri, tutti ormai addestratissimi grazie alla lunga pratica -, e questo nel Ponto, dove con modeste risorse non sarebbe stato certo possibile riunire una forza militare così ingente, stimava che fosse un'impresa gloriosa acquisire per la Grecia nuove terre e darle maggior potenza fondando una città. 16 Gli pareva che potesse diventare una città potente, tenendo conto della moltitudine sia dei soldati greci sia delle genti stanziate nei dintorni del Ponto. A tale scopo, ancor prima di farne parola ai soldati, celebrò un sacrificio, invitando Silano di Ambracia, l'indovino di Ciro. 17 Ma Silano, nel timore che il progetto si realizzasse e l'esercito si stabilisse da qualche parte, lì nel Ponto, sparge voce tra la truppa che Senofonte vuole trattenere lì le truppe, fondare una città e pensa solo a procurarsi fama e potenza. 18 Dal canto suo, Silano non voleva altro che rientrare al più presto in Grecia: aveva ancora in tasca i tremila darici ricevuti da Ciro quando, in un sacrificio per Ciro stesso, era riuscito a fare un'esatta previsione circa i dieci successivi giorni.

19 Tra i soldati, non appena si diffuse la notizia, si manifestarono umori contrastanti: alcuni erano d'accordo di restare nel Ponto, ma molti no. Timasione di Dardano e Torace il beotasi rivolsero ad alcuni mercanti di Sinope ed Eraclea, lì presenti, spiegando che, se non procuravano del denaro all'esercito per comprare i viveri e salpare, c'era il rischio che quella massa di soldati si fermasse nel Ponto. «Ecco», proseguivano, «il piano di Senofonte. Ci spinge, non appena arrivano le navi, a rivolgere ai soldati un discorso del genere: 20 'Uomini, ora come ora capiamo che non sapete che partito prendere sia per i rifornimenti necessari alla traversata, sia per non tornare a mani vuote. Se siete d'accordo, possiamo scegliere una regione del Ponto, qui attorno, abitata, dove preferite, lasciando ciascuno libero di ritornare in patria o di rimanere. Ecco, avete le navi, per cui potete piombare all'improvviso dove volete'».

21 Udite tali parole, i mercanti riferirono nelle loro città. Ad accomnarli, Timasione inviò Eurimaco di Dardano e Torace il beota per confermare le loro parole. I Sinopei e gli Eracleoti, appresa la notizia, mandano emissari a Timasione e, dietro compenso in denaro, lo pregano di farsi interprete dei loro interessi per spingere l'esercito a levare le ancore. 22 Timasione, accolto con gioia l'invito, prende la parola nell'assemblea dei soldati: «Non bisogna nemmeno pensare di fermarci qui, soldati, né alcuna cosa deve starci a cuore più della Grecia. Ho sentito dire che qualcuno offre sacrifici per un progetto del genere, e senza neppure mettervi al corrente. 23 Se salperete, vi prometto la a mensile di un cizicenoa testa, a decorrere dalla luna nuova. ½ guiderò nella Troade, la mia patria, da cui sono esule. Sarà la mia città ad accogliervi: mi riceveranno di buon grado. 24 Vi farò poi da guida in terre da cui potrete trarre grandi ricchezze. Sono pratico dell'Eolide, della Frigia, della Troade e di tutto quanto il dominio di Farnabazo, un po' perché sono nativo di quei luoghi, un po' perché nella zona ho partecipato a una spedizione con Clearco e Dercillida».

25 Poi Torace [il beota], che non smetteva di rivaleggiare con Senofonte per il comando, si alzò e disse che, se avessero lasciato il Ponto, sarebbero pervenuti nella regione del Chersoneso, rigogliosa e ricca: se proprio qualcuno lo voleva, poteva insediarsi lì; chi non voleva, avrebbe proseguito per la patria. Era ridicolo mettersi a cercare nei paesi barbari, quando in Grecia avevano a disposizione tante terre estese e fertili. 26 «Finché non sarete giunti là», soggiunse, «anch'io vi prometto la stessa a di Timasione». Parlava così perché era al corrente delle promesse fatte dagli abitanti di Eracla e di Sinope a Timasione, perché convincesse i Greci a prendere il largo. 27 Nel frattempo Senofonte manteneva il silenzio.

Si alzarono gli achei Filesio e Licone: dicevano che era inaccettabile che in privato Senofonte cercasse di persuaderli a fermarsi e celebrasse sacrifici in tal senso [senza farne partecipe l'esercito], mentre in pubblico non spendeva una parola sull'argomento. 28 A quel punto Senofonte si trovò costretto a intervenire:

«Soldati, io sì, sacrifico, come vedete, quante più vittime mi è possibile, nell'interesse vostro e nel mio, perché grazie alle mie parole, ai miei pensieri, alle mie azioni il successo e il prestigio possa arridere a voi e a me. Anche adesso ho celebrato un sacrificio con uno scopo ben preciso, per vedere se fosse opportuno cominciare a esporvi e attuare i miei intendimenti oppure se fosse meglio non mettere neppure mano all'impresa. 29 Silano, l'indovino, mi ha fornito l'indicazione principale, e cioè che i responsi delle vittime erano favorevoli: del resto sapeva che non sono uno sprovveduto, perché partecipo ogni volta ai riti divinatori. Ma mi ha anche detto che nelle vittime era apparso il segno di un inganno, di un'insidia tramata ai miei danni, e certo, perché sapeva che proprio lui si preparava a calunniarmi ai vostri occhi. Ha sparso infatti la voce che mi riproponevo di realizzare il mio disegno senza neppure persuadervi. 30 Ma io, se vi vedessi in situazione critica, cercherei di escogitare per voi il modo di impadronirvi di una città: da qui, chi di voi lo avesse voluto, avrebbe potuto partirsene sùbito; chi no, avrebbe avuto modo di andar via dopo aver raccolto mezzi sufficienti per portare un aiuto ai suoi familiari. 31 Ma poiché vedo che gli abitanti di Eraclea e di Sinope vi mandano le navi per salpare, tanto più che qualcuno vi promette il soldo a partire dalla luna nuova, l'idea migliore mi pare di trarci in salvo dove ci faccia comodo, tanto più che ci ano solo per mettere al sicuro la nostra vita! Desisto dalle mie precedenti intenzioni e, a chi mi aveva avvicinato per garantirmi il suo appoggio, dico che è meglio desistere.

32 Questo so: finché riuscirete a restare tutti uniti come adesso, sono convinto che manterrete il rispetto di tutti e avrete i viveri. Essere più forti significa anche prendere i beni dei più deboli. Ma se vi dividerete e la vostra forza risulterà frazionata, non riuscirete neppure a trovare di che sfamarvi né avrete modo di andarvene nella massima sicurezza. 33 Sono del vostro stesso avviso, bisogna ritornare in Grecia. Anzi, se qualcuno fosse sorpreso a disertare prima che tutto l'esercito sia ormai al sicuro, penso che lo si debba processare come malfattore. Chi è d'accordo, alzi la mano». La alzarono tutti quanti.

34 Silano cominciò a sbraitare, farfugliando che era giusto lasciar partire chi lo voleva. I soldati non tollerarono le sue parole, ma presero a minacciarlo: se l'avessero sorpreso che se ne andava, l'avrebbe ata cara.

35 Allora, quando gli abitanti di Eraclea vengono a sapere che si era deciso di salpare e che proprio Senofonte aveva avanzato la proposta, inviarono le navi, ma quanto al denaro promesso a Timasione e Torace non mantennero la parola [circa il amento del soldo]. 36 Allora i due che avevano promesso il soldo rimasero turbati, temendo la reazione dell'esercito. Prendono con sé gli altri strateghi che avevano reso partecipi delle loro passate azioni - tutti, tranne Neone di Asine, che faceva le veci di Chirisofo, non ancora rientrato - e si recano da Senofonte, spiegandogli che avevano cambiato idea e pensavano, adesso che avevano le navi, di far rotta verso il Fasi e di insediarsi nel paese dei Fasiani. 37 Su di loro regnava un nipote di Eeta. Senofonte replicò che non avrebbe detto nulla del genere ai soldati: «Se volete, radunateli voi ed esponete la vostra proposta». A quel punto Timasione di Dardano espresse il parere che era inopportuna un'assemblea, sostenendo che ciascuno doveva cercare innanzitutto di convincere i propri locaghi. Si separarono e cominciarono l'opera di persuasione.





1 I soldati vennero a sapere lo scompiglio che stava succedendo. Neone sparge voce che Senofonte, dopo aver convinto gli altri strateghi, ha in mente di ingannare le truppe e di ricondurle indietro, verso il Fasi. 2 Alle sue parole i soldati se l'ebbero a male, cominciarono a formare crocchi e c'era davvero da temere che ripetessero gesti come quelli contro gli araldi dei Colchi e gli agoranomi. [Chi di loro non era riuscito a gettarsi in mare, era finito lapidato.] 3 Quando intuì come stavano le cose, Senofonte pensò bene di convocare al più presto l'assemblea e di non dar adito a riunioni spontanee: ordinò all'araldo di proclamare l'adunata. 4 I soldati, non appena udirono l'araldo, accorsero con grande prontezza. Allora Senofonte, pur senza accusare gli strateghi di averlo avvicinato, si espresse così:

5 «Soldati, mi è giunto alle orecchie che qualcuno mi calunnia andando in giro a dire che io, con l'inganno, medito di portarvi verso il Fasi. Ascoltatemi, in nome degli dèi: se mi riterrete colpevole, non bisogna che mi lasciate partire di qui prima di avermi fatto scontare la giusta pena; ma se verrà alla luce che i colpevoli sono gli stessi individui che mi calunniano, allora trattateli come meritano. 6 Voi», proseguì, «sapete benissimo dove sorge il sole e dove cala e sapete pure che, se uno intende dirigersi in Grecia, deve far vela verso tramonto, mentre se vuole navigare verso le terre dei barbari, gli tocca andare dalla parte opposta, verso aurora. E chi sarebbe capace di farvi credere che il sole sorge dove tramonta e che tramonta dove sorge? 7 Senza ombra di dubbio sapete, poi, che borea porta le navi fuori dal Ponto, verso la Grecia, mentre noto le sospinge all'interno, in direzione del Fasi, per cui, secondo il detto: quando soffia borea, è il momento buono per veleggiare verso la Grecia. È mai possibile che uno riesca a irretirvi al punto da farvi imbarcare quando soffia noto? 8 Poniamo il caso che io vi ordini di salire sulle navi quando c'è bonaccia. Navigherò pur sempre su una sola imbarcazione, mentre voi sarete su cento, come minimo, o no? Come potrei allora costringervi, con la forza o con un sotterfugio, a seguire la mia rotta, contro il vostro volere? 9 Ma ammettiamo pure che, da me ingannati e ammaliati, approdiate al Fasi. Sbarchiamo a terra: ben vi accorgerete di non essere in Grecia! E allora io, l'ingannatore, sarò solo e voi, gli ingannati, sarete quasi diecimila, tutti armati. Con un piano del genere, come potrebbe un uomo attirarsi peggio di così la vostra vendetta?

10 Non sono altro che chiacchiere di gente stupida e invidiosa di me, perché godo della vostra stima. Eppure non hanno ragione di invidiarmi: a chi di loro impedisco di parlare, se ha da proporre un consiglio utile? A chi di combattere, se vuole, per il vostro vantaggio e per il proprio? A chi di vegliare per la tutela della vostra sicurezza? E allora? Quando scegliete i capi, sono di intralcio per qualcuno? Bene, mi faccio da parte, comandino pure altri, a patto che diano chiara prova di agire per il vostro bene. 11 Per quanto riguarda me, sull'argomento ho già speso parole a sufficienza: se tra voi c'è chi ritiene che io abbia raggirato o lui in prima persona oppure altri, parli, lo dimostri. 12 Nel caso invece che ne abbiate abbastanza, non sciogliete l'assemblea prima di aver ascoltato quale marciume vedo diffondersi nell'esercito. Se la cosa dovesse aver seguito e venire a determinarsi secondo la tendenza che ora mostra, è giunto per noi il momento di prendere una decisione sul nostro stesso conto, per non apparire come gente spregevole e ignobile sia agli occhi degli dèi che degli uomini, amici e nemici».

13 Alle sue parole i soldati si domandarono con stupore a che cosa alludesse e lo invitarono insistentemente a spiegarsi. Allora Senofonte riprese: «Sapete che tra i monti sorgono piazzeforti dei barbari, alleati di Cerasunte; da tali fortezze alcuni di loro sono scesi fin qui per venderci animali da sacrificio e altri loro prodotti. Mi risulta che anche qualcuno di voi si sia recato nella piazzaforte più vicina per fare compere e poi sia rientrato al campo. 14 Non appena Cleareto il locago viene a sapere che questa fortezza era piccola e priva di sorveglianza perché ci consideravano amici, di notte muove contro i barbari per depredarli, senza farne cenno a nessuno di noi. 15 Aveva concepito il piano, nel caso che gli fosse riuscito di prendere la fortezza, di non far più ritorno all'esercito, ma, caricato l'eventuale bottino, meditava di imbarcarsi su una nave con cui i suoi comni navigavano sotto costa, per poi prendere il largo e lasciare il Ponto. Il suo disegno era stato accolto dai suoi comni della nave, stando a quanto adesso sento. 16 Chiamati a sé tutti gli uomini che gli riuscì di convincere, puntò contro la piazzaforte. Ma la luce del giorno lo sorprende ancora in marcia, per cui la gente della fortezza si raduna e, colpendo dall'alto delle salde postazioni con una gragnuola di proiettili, uccide Cleareto stesso e parecchi altri, mentre pochi riescono a ripiegare su Cerasunte. 17 Il fatto accadde lo stesso giorno in cui ci siamo messi in marcia per venire fin qui. E a Cerasunte rimanevano anche alcuni che si dovevano imbarcare ma non avevano ancora preso il largo.

Dopo di che, stando al racconto dei Cerasuntini, si presentano tre anziani che venivano dalla fortezza e chiedevano di essere ammessi alla nostra assemblea. 18 Poiché non ci avevano trovati, ai Cerasuntini domandarono che cosa ci fosse saltato in mente di attaccarli. Di fronte all'assicurazione che l'episodio non dipendeva da una delibera dell'esercito, i tre, rinfrancati, si prepararono a salpare, per comunicarci l'accaduto e invitarci a recuperare i nostri morti per la sepoltura. 19 Il caso però volle che a Cerasunte si trovassero ancora i Greci che erano scampati al massacro sotto la fortezza. Intuendo dove volessero andare i barbari, ebbero l'ardire di bersagliarli di pietre e di esortare gli altri a seguire il loro esempio. E così i tre finirono lapidati, e dire che erano in ambasceria.

20 Dopo l'accaduto, si presentano i Cerasuntini e ci informano della faccenda: noi strateghi, nell'udire le loro parole, ci irritiamo per il misfatto e cominciamo a discutere con loro su come seppellire i Greci morti. 21 Ce ne stavamo seduti fuori dell'accampamento, quando d'un tratto sentiamo un gran baccano: 'Colpisci, colpisci. Tira, tira'. E sùbito vediamo una massa di gente correre contro di noi con in mano delle pietre, mentre altri le raccoglievano strada facendo. 22 I Cerasuntini, visto quanto era accaduto nella loro città, in preda al pànico fuggono verso le navi. E c'era, per Zeus, anche qualcuno di noi atterrito. 23 Io invece mi sono fatto incontro e ho chiesto che cosa stesse succedendo. C'era chi non ne sapeva niente, ma comunque le pietre, in mano, le aveva. Poi capita uno che era al corrente: gli agoranomi, dice, stanno vessando gravemente l'esercito. 24 Nello stesso istante qualcuno, vedendo l'agoranomo Zelarco dirigersi verso il mare, lanciò un urlo: gli altri, non appena lo udirono, si gettarono su di lui, come se avessero avvistato un cinghiale o un cervo. 25 I Cerasuntini, quando li vedono muovere nella loro direzione, ritenendo senz'altro di essere il bersaglio, se la danno a gambe e si gettano in mare. Anche alcuni di noi seguono il loro esempio, e chi non sapeva nuotare è morto annegato. 26 Potete immaginarveli, i Cerasuntini? Non ci avevano fatto niente, ma hanno avuto paura che avessimo preso la rabbia, come i cani.

Se dunque si ripeteranno casi del genere, guardate che ne sarà del nostro esercito. 27 Voi non sarete più padroni né di dichiarar guerra a chi vogliate né di porvi termine, ma il primo venuto potrà guidare, di propria iniziativa, l'esercito contro chi più gli piaccia. Se vi si presenteranno emissari per chiedere pace o che altro, chiunque potrà ucciderli e impedirvi di ascoltare i discorsi di chi vi si rivolge. 28 Poi tutti i comandanti scelti da voi non saranno tenuti in nessun conto; basta che qualcuno si elegga da solo stratego o che gli salti in mente di gridare 'Tira, tira', e sarà capace di ammazzare chiunque di voi voglia, un capo o un soldato semplice, senza neppure processo, se ci sarà gente che gli presterà orecchio, come è accaduto anche ora. 29 Che cosa abbiano combinato per voi questi strateghi, che si sono autonominati, potete vederlo. Se davvero si era macchiato nei vostri confronti, l'agoranomo Zelarco non ha ato la sua colpa, perché ha levato le ancore e preso il largo; ma se non era colpevole, fugge dall'esercito per timore di morire innocente e senza processo. 30 Coloro che hanno lapidato gli emissari hanno fatto sì, che adesso, unici tra i Greci, non potete entrare a Cerasunte senza correre rischi, a meno che non ricorriate alla forza. E i morti, che prima i loro stessi uccisori vi invitavano a seppellire, adesso non potreste più recuperarli in completa sicurezza, neppure se vi recaste là col caduceoin mano. Chi sarà infatti disposto ad assumersi il compito di araldo dopo aver ucciso gli araldi altrui? Comunque abbiamo pregato i Cerasuntini di provvedere alla sepoltura. 31 Se vi sta bene così, date apertamente il vostro avallo, in modo che, dovendo ripetersi fatti del genere, ciascuno possa stare personalmente in guardia e cercare di piantare la tenda in posizione ben munita e soprelevata. 32 Se al contrario vi sembra che tali comportamenti si addicano alle bestie feroci e non agli uomini, studiate un rimedio per porvi fine; altrimenti, per Zeus, con che coraggio potremo sacrificare agli dèi, se commettiamo atti empi? O come potremo mai affrontare il nemico, se ci scanniamo tra noi? 33 Quale città ci accoglierà in amicizia, vedendo che tra noi regna l'illegalità? Chi avrà il coraggio di aprirci il mercato, se ci mostreremo macchiati di misfatti così gravi? Là dove pensiamo di ottenere l'approvazione di tutti, chi sarà disposto a lodarci, se ci comporteremo così? Saremmo noi stessi a bollare come malfattore chi agisce così, ne son sicuro».

34 Allora tutti saltarono su: gli istigatori di simili azioni dovevano are e per il futuro non bisognava più tollerare iniziative illegali; chi si fosse fatto promotore di gesti del genere, andava messo a morte; gli strateghi dovevano essere incaricati di istituire processi contro tutti i colpevoli e bisognava rispondere in giudizio per qualsiasi colpa commessa a partire dal giorno della morte di Ciro. Come giudici vennero nominati i locaghi. 35 Su suggerimento di Senofonte e per concorde approvazione degli indovini, si decise di purificare l'esercito. E la purificazione venne eseguita.





1 Si decise che anche gli strateghi dovessero render ragione del loro precedente comportamento. Filesio e Santicle furono condannati a un'ammenda di venti mineper negligente controllo delle merci sulle navi da carico loro affidate. Sofeneto invece dovette are dieci mine, perché, dopo essere stato eletto, *** aveva svolto il compito con trascuratezza.

Alcuni chiamarono in causa Senofonte, asserendo di essere stati da lui percossi, e presentarono l'accusa di abuso di potere. 2 Al suo primo accusatore, Senofonte chiese di spiegare in quale circostanza lo avesse colpito. L'altro rispose: «Quando eravamo morti di freddo e c'era una tormenta di neve». 3 Senofonte continuò: «Se davvero durante la tempesta di cui parli, quando il pane ci era venuto a mancare, mentre del vino non se ne sentiva neppure l'odore, sfiniti dalle tante fatiche e coi nemici alle calcagna, se dunque in un tale frangente sono arrivato a tanto, devo proprio ammettere che sono più prepotente degli asini, che, come dice la gente, quando si tratta di prepotenza non sono mai stanchi. 4 Comunque spiegami», proseguì Senofonte, «per quale motivo ti ho percosso. Ti ho forse chiesto un oggetto e, siccome non me lo hai dato, ho alzato le mani? Oppure ti ho domandato di restituirmi qualcosa? Sono sceso in lizza per dei ragazzi? O forse avevo bevuto ed ero ubriaco fradicio?». 5 L'altro rispose di no e Senofonte passò a domandargli se era un oplita. Disse di no. Allora se era un peltasta: nemmeno. «Spingevo un mulo per ordine dei miei comni, ma sono di condizione libera». 6 Allora Senofonte lo riconobbe e gli chiese: «Non sei quello che trasportava un infermo?». «Sì, per Zeus», ribatté, «mi ci avevi costretto tu! E hai gettato a terra i bagagli dei miei comni». 7 «Quanto all'aver gettato via i bagagli», disse Senofonte, «ecco come si sono svolte le cose: li ho affidati ad altri per il trasporto, con l'ordine di riconsegnarmeli; quando me li hanno ridati, te li ho restituiti, intatti, dal primo all'ultimo, non appena mi hai riportato il malato. Ma ascoltate questa storia», disse, «ne vale la pena.

8 Un uomo era rimasto indietro, perché non ce la faceva più a muovere un passo. Di lui sapevo solo che era uno dei nostri. Allora ti ho costretto a trasportarlo, per non lasciarlo morire: avevamo i nemici alle spalle, mi pare, e tu eri d'accordo. 9 Allora», proseguì Senofonte, «dopo averti mandato in avanti, mentre procedevo con la retroguardia ti ho ritrovato che stavi scavando una fossa per seppellire quell'uomo, per cui mi sono avvicinato e, fermandomi accanto, ti ho coperto di elogi. 10 Ma mentre eravamo lì, l'uomo piegò una gamba e i presenti cominciarono a gridare 'È vivo!'. E tu: 'Affari suoi. Io non lo porto più'. È stato a quel punto che ti ho colpito, sì, dici il vero; ma ho avuto l'impressione che tu lo sapessi, che era vivo». 11 «E allora?», ribatté l'altro. «Quando te l'ho riportato, non era morto lo stesso?». «Anche noi», sbottò Senofonte, «moriremo tutti; ma è un buon motivo per dover essere sepolti vivi?».

12 Allora tutti cominciarono a urlare che gliene aveva date poche. Senofonte invitò gli altri a spiegare, caso per caso, perché li aveva percossi. 13 Siccome nessuno si alzava, continuò così: «Uomini, ammetto di aver usato le maniere forti con qualcuno, per la sua indisciplina, in particolare con la gente che pensava solo a salvarsi grazie a voi, che procedevate nei ranghi e combattevate quando la situazione lo richiedeva, mentre loro non domandavano altro che rompere le righe e correre in avanti, per far bottino e prendere anche la vostra parte. Se tutti ci fossimo comportati così, non se ne sarebbe salvato neppure uno di noi. 14 Senz'altro ho percosso e costretto a riprendere il cammino chi tendeva a cedere e non voleva rialzarsi, ma si consegnava nelle mani del nemico. Quando la tempesta di neve si era fatta più intensa, anch'io, un giorno, mentre aspettavo dei comni che preparavano i bagagli, sono rimasto seduto per parecchio tempo e poi mi sono accorto che faticavo a rialzarmi e a distendere le gambe. 15 Prendendo esempio dalla mia esperienza, quindi, ogni volta che vedevo qualcuno a terra, indolente, lo spingevo a riprendere la marcia: il movimento e la virilità d'animo producevano un certo calore e scioltezza per le membra, mentre il rimaner seduti e fermi mi accorgevo che contribuivano a raffreddare sangue - Componenti del sangue, Il plasma, I globuli rossi, I globuli bianchi, Le piastrine" class="text">il sangue e a mandare in cancrena le dita dei piedi, male di cui hanno sofferto molti, lo sapete anche voi. 16 E forse qualcun altro, che rimaneva indietro per riposarsi, ostacolando così la marcia a voi dell'avanguardia e a noi delle retrovie, le ha buscate da me, ma perché non si buscasse una lancia nemica! 17 Adesso però che sono sani e salvi, possono pretendere la mia punizione, se mai hanno subìto da me qualche torto. Se però fossero caduti in mano nemica, che pene avrebbero patito? E quale punizione avrebbero preteso come risarcimento?

18 Il mio ragionamento», aggiunse, «è semplice. Se ho punito qualcuno a fin di bene, merito di subire la stessa pena che i genitori ano ai li e i maestri ai loro allievi. Anche i medici cauterizzano e amputano, a fin di bene. 19 Se ritenete che io abbia agito così per arroganza, allora fateci caso: adesso, grazie agli dèi, mi sento più sicuro di prima, sono più spavaldo di prima e bevo molto più vino, eppure non picchio nessuno, perché vi vedo in una situazione tranquilla. 20 Ma quando c'è tempesta e il mare diventa grosso, non vi accorgete che, al minimo cenno, il nostromo si infuria con i marinai di prua e il timoniere con quelli di poppa? Sono momenti in cui basta il benché minimo errore, e tutto va a catafascio. 21 Ma anche voi avete sanzionato che facevo bene a colpirli: eravate lì presenti infatti, con in pugno le armi e non i sassolini per il voto, per cui avreste potuto soccorrerli, se volevate. Ma, per Zeus, non siete accorsi né in loro aiuto né avete collaborato con me a punire chi non rispettava la disciplina. 22 Perciò, dando mano libera ai delinquenti, non avete fatto altro che concedere loro licenza di abusare.

Se volete prestare attenzione, vi accorgerete senz'altro che chi in passato era il più codardo ora è il più arrogante. 23 Boisco ad esempio, il pugile tessalo, prima si batteva per non portare lo scudo, dandosi malato, ma adesso mi giungono voci che ha già spogliato dei beni molti Cotioriti. 24 Se dunque avrete senno, farete il contrario di quello che si fa con i cani: se sono aggressivi, li si lega di giorno e li si scioglie di notte. Per cui Boisco, se avrete buon senso, lo terrete in catene di notte e lo libererete di giorno.

25 Però mi meraviglio che, se mi sono creato antipatie con qualcuno di voi, ve le teniate a mente e non le passiate sotto silenzio, mentre se a qualcuno ho portato soccorso nel gelo invernale, se l'ho protetto dal nemico, se l'ho aiutato a trovare un rimedio quando era stremato o in difficoltà, non c'è nessuno che se ne ricordi. E se ho elogiato qualcuno per il suo operato o, per quanto potessi, reso onore a un valoroso, nemmeno di questo vi ricordate. 26 Eppure è bello, giusto, santo e dolce rammentare il bene più che il male».

Allora si alzarono in piedi e il loro pensiero corse al passato. E finì che tutto si accomodò.




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