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La moda negli anni ‘30

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La moda negli anni ‘30


L’Italia e l’autarchia


In Italia, il fascismo cerca di portare avanti il discorso di una moda nazionale, pubblicizzata soprattutto attraverso i grandi matrimoni dell’epoca (Umberto di Savoia e Maria Josè, Edda Mussolini e Galeazzo Ciano), in consonanza con lo spirito nazionalistico che successivamente diverrà autarchico.

La primavera del ’32 vede Firenze al centro di una iniziativa tesa a portare in luce la creatività sartoriale italiana.Al teatro della Pergola si tiene infatti la Mostra della moda italiana, alla quale partecipano le più insigni sartorie cittadine.


Moda e nazionalismo


Nell’estate del 1933 la principessa di Piemonte si fa fotografare con indosso costumi regionali italiani: è un incentivo a riflettere sull’importanza di un abito di stile nazionale. Maria Josè stessa, benché avesse con sé un fornitissimo guardaroba di abiti francesi e di tessuti di Fiandra, vi rinuncia fin dal momento del suo arrivo in Italia; vuole vestire solo italiano, e fornisce così un esempio importante.



Pochi anni dopo, a Milano, si cerca di lanciare la prima bambola “conformata” col fisico di una donna matura (simile in qualche modo alla Barbie americana degli anni ’60), ma l’esperimento italiano, in cui si veste la bambola con costumi regionali, fallisce commercialmente. Si vede come in questo tentativo si richiami il concetto di donna “fattrice”, nonché di abito nazionale.

A Torino,Roma, Milano e Firenze, come del resto in ogni altra parte del paese, i grandi sarti continuano a ispirarsi alla moda francese.

La moda italiana di sartoria non è dedicata alle masse, bensì alle donne alto-borghesi, alle nobili, alle nuove ricche, ed è a queste che viene demandato il compito di fare sfoggio in tutto il mondo dei lussuosi prodotti italiani.

Nel 1932 si giunge all’approvazione, da parte del governo fascista, un disegno di legge per la costituzione a Torino dell’”Ente Autonomo per la Mostra Permanente”. Questo provvedimento è inteso a organizzare tutti i settori dell’abbigliamento e ad assicurare una produzione che abbia in Italia tutto il suo ciclo,dalla creazione dei modelli a quella degli accessori e degli ornamenti. Si programmano anche due mostre annuali da tenersi a Torino. Un nuovo decreto legge del 1935 intende mettere maggior ordine nel settore abbigliamentario. Il nome dell’istituzione diviene “Ente Nazionale della Moda”, ed ogni attività di questo settore è tenuta a farvi riferimento: da questo settore è tenuta a farvi riferimento: da questo momento in poi le italiane dovranno vestire secondo i voleri del Duce e gli improrogabili disegni della patria. Viene istituita la marca di garanzia per i modelli riconosciuti “di ideazione e produzione nazionale”. Rigidissimo diventa il controllo sulle case di moda, tant’è che nelle collezioni è obbligatorio avere almeno il 35% (che in seguito diventerà il 50%) di modelli originali italiani, sia per il resto delle creazioni possono continuare ad essere interamente realizzate su originali patron francesi.

Una nuova immagine intanto si fa’ strada, quella della donna florida dalle curve dolci; la ritroviamo, oltre che sulle riviste italiane, nei maggiori saloni parigini, tra i quali spicca quello di Schiaparelli, che punta su modelli dalla vita sottile, le spalle ampie e il busto in evidenza. Così, nonostante la volontà di differenziarsi il regime si trova ad andare di pari passo con la tanto aborrita moda d’oltralpe.

Ma gli attacchi alla Francia non terminano qui. Infatti, nel 1937, l’”Ente Nazionale della Moda” si occupa dell’influenza che i vestiti possono avere sulla demografia incolpando un certo gusto parigino di fuorviare le signore dalla loro sacrosanta funzione procreatrice, e di proporre un’immagine femminile che tutto incarna fuorché il ruolo della madre.

Nell’ambito delle materie tessili,nel 1937 l’Italia conta su 300mila famiglie coloniche dedite alla cura dei bachi da seta,mentre si programma, visto l’enorme disavanzo economico, la produzione di cotone nelle colonie recentemente conquistate; è già stata fondata una comnia per il cotone d’Etiopia e si pensa di integrare questo filato con almeno 50% di rayon in fiocco.

E’ di questi anni la creazione, compiuta dall’italiano Ferretti di una fibra tessile sostitutiva della lana ricavata dalla caseina del latte e denominata prima Lanital e successivamente Merinova.

Molta fortuna nello stesso periodo trova anche un’altra fibra artificiale: la viscosa che, creata nel 1895, ha particolare successo dal 1919 in poi. Destinata in gran parte a sostituire la seta e il cotone, è presente assieme al Lanital e al Rayon in tutte le mostre del tessile autarchico. Intanto, nel 1938, in America viene prodotto il Nylon che però arriverà sui nostri mercati solo nel secondo dopoguerra. Gli anni dell’autarchia sono quelli del trionfo delle “zeppe” di Ferravamo, creatore che si sbizzarrisce nei più svariato modelli, utilizzando il sughero di Sardegna come succedaneo per le suole, solitamente realizzate in cuoio straniero. Molti lo seguiranno nella voga da lui lanciata ma nessuno, nonostante l’abilità di molti artigiani di quegli anni, riuscirà ad imitare la calzabilità e la comodità delle sue scarpe.

Questa è dovuta soprattutto agli accurati studi anatomici che Ferravamo conduce, allo scopo di definire prima di tutto una sana postura del corpo.




Le tendenze negli anni ‘30


Madeleine Vionnet, nel 1935, rivisita il passato reinterpretando il Settecento; la Garbo, attraverso il successo del film “La regina Cristina”, impone un Seicento molto di maniera; ci si ispira ancora una volta alla Grecia antica, al Medioevo. Vionnet, rifacendosi anche all’Ottocento, crea un abito a volani per la cui gonna occorrono dieci metri di stoffa; per i giornali è l’abito più largo della stagione.

Continuano a imperare i colori scuri e tra questi il nero, il violaceo, il verde cupo. Tra i tessuti trionfano i crespi, opachi e rilevati, i velluti e i rasi lucidissimi, i cellophane e lamè, che vanno a sottolineare la linea sirena, aderente come una guaina. Profonde scollature evidenziano il dorso femminile, incorciate, a bretelle tipo kalasiris. Le paillettes invadono le superfici unite dei tessuti, o ornano le giacche e le tuniche lisce; si portano a pranzo, a cena; a teatro e anche al cinema.

Per il giorno invece si portano abiti di lana dal taglio sobrio e semplice, con orlo quasi alla caviglia; la linea però rimane quasi dritta. La pelliccia è usata più come rifinitura che come capo di per sé, e di nuovo compaiono i manicotti.

All’inizio dell’anno vanno i berretti grandi di feltro e di velluto, poi ecco la moda dei berretti alti, “detti alla tirolese”. Si vedono piccole “toques”, e la veletta fin sul naso.

Le foggie hanno nomi stravaganti: budino, dottore di Oxford, alla cosacca, alla fascista, a pentolino.

Quanto alla moda legata all’automobile, la signora in “Balilla” si veste col mantellone di lana a grandi risvolti, accomnato dalla sciarpa colorata. Si afferma anche la gonnapantalone, in tweed e in panno. I bottoni sono grandi e sulle maniche compaiono anche grosse cifre.

Dappertutto in Italia c’è un gran fermento per la moda nazionale; interpreti ne sono i disegnatori Grau, Brunetta, Sabina, e due giovani signore romane che si firmano Vaga.

Il regime impone la canapa e l’Orbace sardo, reinterpretati in modo da renderli meno ruvidi e scomdi, ma il successo è scarso.

Nel 1937 la pubblicità si concentra tutta sull’abito italiano, e le immagini delle creazioni straniere diminuiscono sensibilmente sui giornali. Si pubblicizzano la ginnastica, l’estetica “senza cosmetici”, le cure contro l’obesità e anche quelle contro la magrezza. Nelle rubriche si parla di tutti quei sarti che hanno tentato uno stile italiano.

Nel 1938 continua questa imposizione e celebrazione della moda italiana, specialmente attraverso la riproduzione fotografica. Si affermano le case Solomon a Roma, Trombetta a Genova, Valsecchi a Milano.

Sulle riviste si legge: “L’eleganza della donna non è più in contraddizione con la salute, né in antagonismo alla bellezza della razza.”

Si tenta di riportare in auge la moda impero che ben si adatta a forme più floride. La moda italiana, pur rimanendo di livello internazionale, si trasforma e si piega alle necessità estetiche e sociali, alle risorse industriali, artistiche e artigianali del Paese.

Anche nella moda domina l’autarchia. Ma il mondo si avvia verso la tragedia del secondo conflitto e, mentre le signore rubano con gli occhi i cappelli “scarpa” di Schiaparelli, si decidono le sorti di milioni di persone.

Per la moda italiana si aprirà, pur tra le difficoltà, un periodo di intensa sperimentazione.

Passato il conflitto i sarti, reduci nei loro atelier dai vetri oscurati per il coprifuoco, saranno pronti a dare vita ad una creatività di nuovo vigore.








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