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Tito Lucrezio Caro

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Tito Lucrezio Caro, nasce nel 99 a. C. probabilmente a Pompei e morì nel 55 a. C., non si sa se avvelenato o suicida. Della sua vita non si conosce quasi nulla per il fatto che sono pervenuti pochissimi scritti. Il poema che ha lasciato è il De Rerum Natura (intorno alla natura delle cose).

Il punto di vista da cui guarda il mondo si rifà alla dottrina del filosofo greco Epicuro, l'epicureismo; Lucrezio non crede in un altro mondo, non crede nella sopravvivenza dell'anima, ma si limita a descrivere e a esaltare la vita terrena. La virtù, la felicità, il piacere, il dolore, ecc. sono per lui sentimenti, modi di essere, legati strettamente alla nostra esistenza fisica; rifiuta la religione ana e ne crea al suo posto una che non ha bisogno di dèi, è la religione dell'uomo e della natura. Si limita a descrivere ed esaltare la vita terrena.

Il pubblico a cui si indirizza è la classe dirigente del tempo.




DE RERUM NATURA

E' un poema epico-didascalico in esametri, suddiviso in sei libri.


Suo oggetto è l'esposizione della filosofia epicurea, nella quale vede l'unica via per risolvere i problemi esistenziali dell'uomo. 

Il destinatario è un certo Memmio, al quale dedica l'opera, forse per ottenere da lui un qualche protettorato. 


Lucrezio ribadisce il valore strumentale e divulgativo della forma poetica, destinata a mediare in modo efficace contenuti che altrimenti riuscirebbero ostici al lettore.

E' molto importante l'influenza di Empedocle: con quest'ultimo ha in comune non solo la forma esametrica e l'argomento, ma anche la profonda convinzione di una missione da compiere per il bene dell'umanità.


CONTENUTO DELL'OPERA

Il poema è preceduto da un proemio ed è concluso da un epilogo; i libri dispari (I, III, V) forniscono le premesse concettuali per la spiegazione dei fenomeni analizzati nei libri pari successivi.

I e II libro: descrizione fisica del mondo

III e IV libro: descrizione dei comportamenti dell'uomo

V e VI libro: hanno per oggetto la cosmologia che si conclude con la descrizione della Peste di Atene.


STILE: utilizza molte ure retoriche (allitterazioni, anafore, chiasmi e arcaismi).


La noia in Lucrezio

La noia è, per Lucrezio, come una malattia. Essa deriva dall'impossibilità dell'uomo di soddisfare i propri desideri, le proprie ambizioni, passioni, impulsi. Tutto ciò crea all'uomo una sensazione di profondo disagio di cui spesso non riesce a stabilire le cause precise. L'apamento dei singoli desideri e delle pulsioni umane sarà solo momentaneo e illusorio: apato un desiderio ne verrà di nuovo un altro e così via. Solo da un'accurata conoscenza della natura delle cose, e dall'adottamento della filosofia epicurea (atarassia), si può scongere la noia ed evitare il senso di disagio.

Gli uomini si affannano perseguendo falsi scopi, miraggi illusori: gareggiano per emergere, contendono tra loro per conquistare ricchezze e potere, che sono fonti non di vera gioia ma di apprensioni, inquietudini e sofferenze. E non si accorgono che la natura non richiede altro che l'assenza di dolore fisico e spirituale: condizione che si può ottenere con la massima facilità, apando semplicemente i bisogni elementari.


Natura madre o matrigna

Lucrezio ci fornisce una visione del mondo e della natura triste e sconsolata: la natura è ostile all'uomo e rende la sua vita sulla terra difficile e dolorosa. Tale quadro negativo può far pensare a una visione pessimistica della realtà. Spesso afferma con accenti di profonda convinzione che è possibile per l'uomo, purché aderisca alla verità e alla sapienza epicurea, trasformare positivamente una situazione esistenziale difficile e dolorosa, scongendo la sofferenza e conquistando la felicità (riferimento alla concezione Leopardiana, che si basa sugli stessi principi, ma giunge a una conclusione negativa).

La religio tradizionale e il sacrificio di Ienia

Lucrezio è soprattutto poeta della ragione; aspra pertanto è la sua polemica contro la RELIGIO, cioè la superstizione, causa di errori e persino di delitti, come l'uccisione di Ienia, sacrificata dal padre Agamennone per favorire la partenza della flotta greca dal porto di Aulide: ' Tantum religio potius suadere malorum ' (A tanti mali poté spingere la superstizione).

Dal verso 62 del primo libro, inizia a descrivere la condizione infelice degli uomini che vivevano prigionieri delle superstizioni religiose.

Epicuro fu il primo essere mortale a sfidare tali superstizioni e a indagare con la forza del pensiero scientifico la natura delle cose.

Le critiche alla religio fatte da Epicuro (Lucrezio spiega a Memmio) non sono empie, ma empi sono i riti tradizionali che una concezione sbagliata degli dei e della loro attività ha imposto agli uomini. In particolare è empia l'uccisione di Ienia.

Gli dei esistono ma non aiutano, né ostacolano, né puniscono gli uomini (quello succedeva presso i Romani).

SEQUENZE | Libro I vv 62-l001:

Immagine della religione

Immagine di Epicuro (vincitore) ed esposizione dell'opera di Epicuro: "Epicuro dapprima osò sollevare  gli occhi mortali contro la religione e per primo osò resisterle . volle rompere per primo le porte chiuse della natura".

Vittoria della filosofia di Epicuro sulla religione: "e percosse con la mente e l'animo tutto l'universo da cui vincitore ci riportò".

[84-99] Scena drammatica della morte di Ienia: "quella religione di cui ho parlato prima portò ad azioni empie e sciagurate".

[100-l01]   Giudizio sulla religione: "indurre a si gran misfatto poté la religione"

Humana ante oculos foede cum vita iaceret

Quando la vita umana giaceva vergognosamente sotto gli occhi (di tutti)

in terris oppressa gravi sub religione

sulla terra oppressa sotto il peso della superstizione

quae caput a caeli regionibus ostendebat

che mostrava il (suo) volto dalle regioni del cielo

65 horribili super aspectu mortalibus instans,

minacciando dall'alto i mortali col (suo) orribile aspetto,

primum Graius homo mortalis tollere contra

per la prima volta un uomo Greco osò alzare contro (di essa)

est oculos ausus primusque obsistere contra,

gli occhi mortali e per primo (osò) resisterle contro,

quem neque fama deum nec fulmina nec minitanti

e non lo spaventarono né i falsi racconti sugli dèi né i fulmini 

murmure compressit caelum, sed eo magis acrem

né il cielo col minaccioso brontolio, ma  ancor più

70 inritat animi virtutem, effringere ut arta

stimolarono l'indomita energia del animo, tanto che egli

naturae primus portarum claustra cupiret.

desiderò spezzare per primo gli stretti serrami delle porte della natura.

Ergo vivida vis animi pervicit, et extra

Dunque la sua vivida intelligenza trionfò, e lontano

processit longe flammantia moenia mundi

si spinse al di là delle ardenti barriere dell'universo

atque omne immensum peragravit mente animoque,

e percorse l'universo immenso con la mente e col cuore,

75 unde refert nobis victor quid possit oriri,

di dove ci riferisce trionfatore che cosa possa nascere,

quid nequeat, finita potestas denique cuique

che cosa non possa, per quale ragione vi sia per ogni

quanam sit ratione atque alte terminus haerens.

cosa un potere delimitato e un termine assolutamente fisso.

Quare religio pedibus subiecta vicissim

Così la religione abbattuta sotto i piedi, è calpestata a

obteritur, nos exaequat victoria caelo.

sua volta, e (questa) vittoria ci eguaglia al cielo.

80 Illud in his rebus vereor, ne forte rearis

Una cosa io temo in questi argomenti, che tu (= Memmio)

impia te rationis inire elementa viamque

per caso creda di iniziarti agli elementi di una dottrina

ndugredi sceleris. Quod contra saepius illa

empia e di incamminarti per la strada del male. Invece

religio peperit scelerosa atque impia facta.

proprio essa, la religione, ha partorito fatti scellerati ed empi.

















































In the english literature Blake and Dickens speak of the theme of illusion.





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