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DIALOGUS DE ORATORIBUS - AGRICOLA, GERMANIA

DIALOGUS DE ORATORIBUS - AGRICOLA, GERMANIA
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DIALOGUS DE ORATORIBUS

L’attribuzione a Tacito del Dialogus era incerta poiché lo stile, improntato al modello neociceroniano, appariva troppo distante dallo stile aspro, irregolare e asimmetrico delle opere storiche tacitiane. Le perplessità vengono superate inquadrando l’opera entro i confini del genere (il trattato di argomento retorico in forma dialogica), vincolato a un ben preciso codice espressivo e a un modello fondamentale (Cicerone). Alcuni studiosi collocano la data di composizione intorno all’80, altri la spostano intorno al 102. L’autore afferma di riferire una conversazione cui egli aveva assistito in casa di Curiazio Materno, oratore e poeta tragico. Interlocutori del dialogo, oltre a Materno, sono i maggiori oratori dell’epoca: Marco Apro, Giulio Secondo e Vipstano Messalla. Dapprima Apro rimprovera Materno di tralasciare l’eloquenza – di cui tesse un altissimo elogio considerandola un’attività nobile, piacevole e proficua – per dedicarsi alla poesia, che presenta lo svantaggio di costringere i suoi cultori ad una vita solitaria ed appartata. Sopraggiunge Messalla, che sposta la questione sulle cause dell’attuale decadenza dell’oratoria. ½ è poi un diverbio tra Apro, che nega che l’eloquenza moderna sia inferiore a quella degli antichi, e Messalla che afferma invece la superiorità degli oratori del passato. Egli addita le cause all’abbandono dei sistemi educativi di un tempo e all’incompetenza dei maestri. Segue, dopo una lacuna nel testo, l’intervento conclusivo di Materno, il quale individua le vere cause, a suo dire politiche, della ssa della grande eloquenza: quest’ultima non può fiorire se non in tempi di libertà politica, nonostante essa porti con sé anche il sangue delle guerre civili. In uno stato tranquillo, i cittadini godono i vantaggi della pace, ma la fiamma dell’eloquenza non può far altro che spegnersi. Le tesi presenti coincidono con quelle di Tacito esposte nelle opere storiche. L’autore accetta la realtà del principato, riconoscendone l’inevitabilità di fronte alla degenerazione dell’antica libertas in licentia, ma non nasconde la sua profonda ammirazione per gli uomini, le tradizioni e i valori spirituali della libera repubblica, pur essendo consapevole di guardare ad un passato che non potrà mai più ritornare. Tuttavia egli non rinuncia a delineare un ideale di vita che consenta al magnus vir di salvaguardare la propria innocentia, dignità e libertà anche in tempi di servilismo e adulazione. Viva e attuale appare l’esigenza di trovare un equilibrio fra gli antichi mores e le nuove forme del potere.




AGRICOLA

L’Agricola pare sia stato composto intorno al 97 ed è incentrato sulla ura di Giulio Agricola. L’opera si apre con un proemio ove si annuncia un chiaro ed articolato programma storiografico: narrare i rovinosi eventi del principato di Domiziano e quelli più felici dell’età di Nerva e Traiano. L’autore rievoca poi le origini, la formazione e la carriera del protagonista fino al momento in cui egli assume la carica di governatore della Britannia. Si apre a questo punto un excursus a carattere geografico ed etnografico sull’isola, i suoi abitanti, il clima, cui segue una ricostruzione della conquista e della dominazione romana in quella regione. La parte centrale e più cospicua dell’opera è dedicata all’attività di Agricola durante la sua permanenza sull’isola. Saggi provvedimenti di riforma sul piano amministrativo e civile si accomnano a fortunate operazioni militari, che portano alla conquista di nuovi territori. Ad interrompere l’opera di Agricola viene il richiamo del princeps Domiziano, invidioso dei successi del suo generale. Di ritorno nella capitale, il protagonista si ritira a vita privata e la morte lo coglie prematuramente. L’epilogo esalta le virtù esemplari dell’estinto. L’opera si sviluppa in una zona di intersezione fra generi letterari diversi che vanno dalla laudatio funebris alla biografia encomiastica, dall’opera storica ed etnografica al libello politico. Nella pluralità dei modelli, l’unità del libretto è assicurata dallo sguardo teso e appassionato dell’autore, dalla complessità del suo pensiero politico, dalla forza sentenziosa e drammatica della narrazione. Elogiando Agricola, Tacito si propone di indicare un modello di comportamento politico: pur vivendo in un’epoca difficile, Agricola non si era sottratto ai suoi doveri, continuando a servire Roma. La polemica è rivolta contro quanti avevano scelto una forma di protesta sterile e plateale, preferendo un’ambitiosa mors (suicidio degli stoici), all’onesto lealismo di funzionari come Agricola. L’elogio di Agricola è anche l’elogio della medietas, virtù basilare nel sistema etico classico, via di mezzo tra il deforme obsequium di quanti si avvilirono fino al servilismo più abietto e l’abrupta contumacia di quanti si irrigidirono in una sterile opposizione.

GERMANIA

La Germania è una breve monografia di argomento geo-etnografico, composta e pubblicata intorno al 98. Il testo è diviso in due parti. Nella prima, dopo rapidi cenni riguardo la posizione e i confini della regione, vengono trattati gli aspetti comuni a tutte le tribù germaniche: origini e aspetto fisico della stirpe; conurazione del territorio, clima; usi, credenze, istituzioni e costumi dei Germani nella vita pubblica e nella vita privata. Nella seconda parte vengono analizzate le caratteristiche particolari delle singole popolazioni germaniche. Partendo dalle sponde del Reno, l’autore s’inoltra nell’interno del paese fino al Mar Baltico, passando in rassegna una settantina di popoli. L’opera si conclude con un suggestivo accenno a misteriose genti ancor più remote. Di tutte le sue fonti, verosimilmente Livio, Sallustio, Cremuzio Cordo, Plinio il Vecchio, Tacito nomina soltanto Cesare, definito summus auctorum che scrisse un excursus etnografico sui Germani nel De bello Gallico. La Germania veniva vista dalle genti dell’Europa meridionale come un paese favoloso e remoto, il Reno appariva come il confine naturale tra mondo civile e barbarie, anche se per oltre mezzo secolo Roma tentò di varcarlo e di stabilire il proprio dominio, assestandosi il più delle volte su posizioni difensive, essendo l’espansionismo romano traumaticamente arrestato dai Germani. Tacito non si sottrae alla suggestione di un popolo che gli apparve vigoroso, fiero ed integro: i Germani sono descritti come guerrieri forti e intrepidi che disdegnano il lusso, non temono nessun pericolo ed ambiscono unicamente a segnalarsi per il loro valore in battaglia. Le donne non sono da meno per coraggio, fierezza ed energia. L’elogio dei Germani sottintende un continuo confronto con Roma, svolto in modo indiretto ed allusivo.  Secondo l’autore a rendere così ardua la sottomissione dei Germani è l’amore per la libertas che da sempre contraddistingue le tribù germaniche. La virtus di un popolo è indivisibile dalla sua libertà. Se i Germani sono indomabili è perché essi sono liberi: questo concetto – fondamentale nel pensiero politico tacitiano – assume un evidente significato polemico nei confronti della recente storia dell’impero, caratterizzata dalla perdita della libertas e dal degrado dei valori del popolo romano. L’autore non si astiene dall’evidenziare i caratteri negativi dei Germani, la loro indolenza, la crudeltà, la rissosità, l’ubriachezza, l’inettitudine alle attività che non siano guerresche, ma è forse con un misto di sarcasmo e di angoscia che Tacito annota le debolezze dei Germani, sperando che proprio da esse possa derivare la salvezza per Roma, altrimenti destinata a perire sotto l’impeto delle tribù germaniche.








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