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Miti del Decadentismo: il fanciullino

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Miti del Decadentismo: il fanciullino

Fu il critico C. Salinari che in un suo famoso saggio, risalente ormai a circa quaranta anni fa, credette di individuare nel Decadentismo italiano almeno tre miti, e cioè il fanciullino, il superuomo e il santo, portati rispettivamente da Pascoli, D'Annunzio e Fogazzaro. Vogliamo qui ora occuparci del primo dei tre.

Giovanni Pascoli è stato consegnato dalla critica crociana alla nostra generazione come il poeta di San Valentino, X Agosto, L'aquilone, La quercia caduta, La cavalla storna, La voce, Novembre e poesie simili. Un uomo mite, animato da un sentimento di umana partecipazione per le classi subalterne, con nel cuore la spina dell'assassinio del padre avvenuto quando egli era ancora adolescente, perciò desideroso di vedere la pace regnare tra gli uomini e pronto al perdono.

Pascoli però non è solo questo; la sua personalità è assai complessa e si riflette in una produzione letteraria articolata che va dalle liriche a sfondo autobiografico a quelle di contenuto squisitamente politico. Pascoli fu poeta georgico e poeta cosmico, irenista e cantatore della guerra d'Africa, classico e sovvertitore della tradizione, di temperamento romantico assorbì poi completamente la lezione del Decadentismo esprimendo, soprattutto con la raccolta delle Myricae, il suo simbolismo e la sua visione del mondo.



L'immagine tradizionale del poeta, tuttavia, è ancora valida, resta anzi rafforzata dalla poetica del Nostro espressa in una prosa dal titolo Il fanciullino. L'opera prende nome dall'immagine di un fanciullo, dedotta dal Fedone di Platone, che sarebbe in ognuno di noi sin dalla nascita e 'poetica del fanciullino' viene perciò detta quella pascoliana.

Si tratta di un insieme di idee, in parte in aperta polemica contro la poetica del suo maestro Carducci e la tradizione lirica italiana, ancora legata al Petrarca, in parte esprimenti la concezione della poesia (e perciò anche dei mezzi dei quali si deve servire, del fine che deve perseguire, del pubblico al quale si deve rivolgere, eccetera). L'idea di Pascoli è che per essere veramente poeti occorre recuperare quella condizione di animo che è tipica dei fanciulli. Essa è contraddistinta da verginità spirituale, fatta da assenza di malizia, estrema semplicità, capacità di meraviglia di fronte ad ogni scoperta relativa al mondo che ci circonda. Il fanciullino, per dirla con le parole del poeta stesso, e quello che 'ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere..che piange e ride senza perché di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione…egli è l'Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente'.

L'uomo dunque che voglia essere poeta deve saper recuperare la dimensione interiore del fanciullo, che è poi la sua condizione primeva. Perché quando noi cresciamo 'egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena meraviglia'. E il poeta per Pascoli è 'colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta' e non ha 'altro fine che quello di riconfondersi nella natura donde uscì, lasciando in essa un accento,un raggio, un palpito nuovo, eterno, suo'. Il poeta pertanto è sempre un fautore di buoni e civili costumi, ma questo non deve essere il fine diretto della sua opera, perché 'il poeta è poeta e non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro' , 'egli non trascina, ma è trascinato, non persuade, ma è persuaso'. E la poesia per Pascoli è una lampada 'che migliora e rigenera l'umanità, escludendone, non di proposito il male, ma naturalmente l'impoetico. Ora si trova che …impoetico è ciò che la morale riconosce cattivo e ciò che l'estetica proclama brutto. Ma ciò che è cattivo e brutto non lo giudica il barbato filosofo. E' il fanciullo interiore che ne ha schifo'. 'Poesia è trovare nelle cose, come ho a dire? il loro sorriso e la loro lacrima; e ciò si fa da due occhi infantili che guardano semplicemente e serenamente tra l'oscuro tumulto della nostra anima'.

Ora a voler comprendere come sia nata e si sia sviluppata in Pascoli siffatta concezione del poeta-fanciullino, e come questo sia potuto divenire un mito, occorre ricordare una molteplicità di eventi, alcuni dei quali relativi all'esperienza personale del poeta, altri invece di carattere più generale riguardanti la società dell'età in cui egli visse.

Volendo sintetizzare in maniera estrema, possiamo dire che tutto può essere ricondotto da una parte all'assassinio del padre e dall'altra alla minaccia rappresentata dalla sinistra rivoluzionaria socialista italiana del tempo.

Dobbiamo ricordare a questo punto che il padre di Giovanni, Ruggero Pascoli, amministratore della tenuta 'La Torre' dei principi Torlonia, fu assassinato la notte del 10 agosto dell'anno 1867 mentre tornava a casa con il suo calesse. Nonostante che alcune persone dedite al contrabbando fossero state arrestate come sospette e processate, il verdetto fu di assoluzione. Questo fatto prostrò tutta la famiglia Pascoli, convinta della loro colpevolezza, e determinò nel tempo in Giovanni una volontà di ribellione e di protesta. Così negli anni degli studi universitari a Bologna egli si avvicinò al movimento socialista facendo anche amicizia con personaggi come Ugo Brilli, Severino Ferrari, ed Andrea Costa. Si impegnò nell'attività politica partecipando ad assemblee e dimostrazioni di piazza, ospitando il Costa fuggiasco, ricostituendo assieme ad altri la sezione bolognese dell'Internazionale, finché non fu arrestato per aver partecipato ad una dimostrazione a favore dell'anarchico Passanante. Non c'è da credere però che Pascoli fosse uno scalmanato e neppure che avesse idee molto chiare sull'anarchismo, tanto che agli inquirenti dichiarò egli voleva ' il miglioramento della società, senza pervertimenti dell'ordine '. Il suo insomma era un socialismo senza Marx, nascente da una spinta umanitaria e non dalla adesione a precise dottrine politiche. Egli stesso peraltro dichiarò una volta: 'Io mi sento socialista, ma socialista dell'umanità, non d'una classe'. Con il passare del tempo anzi finì con il sentire, come tanti borghesi, la minaccia di una rivoluzione proletaria come un qualcosa che poteva tradursi da un momento all'altro in un'ondata di violenze. Evento per lui da scongiurare. Così avvertì sempre più pressante l'esigenza della necessità di un incontro tra le diverse fasce sociali, nell'ottica di una concordia ordinum che la classe di governo avrebbe potuto realizzare seguendo una strada che egli aveva chiara in mente. Si era convinto, infatti, che per sollevare almeno parte del proletariato dalla miseria, sarebbe stata sufficiente una riforma agraria che desse le terre a chi era disposto a coltivarle. La costituzione di un ceto medio di piccoli proprietari terrieri sarebbe stata una soluzione anche rispetto agli sconvolgimenti ideologici che l'industrializzazione stava portando perché avrebbe necessariamente rinsaldato quei valori della civiltà italiana contadina fatta di onestà, laboriosità, solidarietà e desiderio di pace. Da un certo punto in poi dunque il poeta puntò su una poesia ispirata ai valori della fratellanza, della filantropia, dell'amore per la famiglia, valore supremo, del rifiuto di ogni forma di violenza per l'affermazione della legge non dell'occhio per occhio, dente per dente, ma del perdono. Bellissima è in merito una sua espressione che dice 'meglio giacere Abel, che stare in pié Caino'. Per cui tanta sua poesia si informò al desiderio di pace tra gli uomini.




In questo contesto ideologico pertanto la metafora del fanciullino, presente in lui sin dagli esordi della sua poesia, quasi si tradusse in una realtà umana divenendo, per altro aspetto, pure un mito: quello dell'essere innocente che, divenuto adulto, non vuole abbandonare del fanciullo la semplicità, la mancanza di malizia, lo spirito di immediato amore verso tutto e verso tutti.

E questo mito poi Pascoli realizzò come poeta, scrivendo le migliori sue liriche, ed incarnare, come uomo, andando a vivere con la sorella Maria a Castelvecchio, nella casetta acquistata con i suoi risparmi, conducendovi una vita esemplare per modestia, semplicità ed onestà.

Pascoli perciò si pone come esempio di una coerenza estrema tra arte e vita, ideali predicati e virtù personali, nella traduzione di un mito letterario in un mito umano.






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