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Neoclassicismo e Foscolo

Neoclassicismo e Foscolo
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Neoclassicismo e Foscolo

Gli intellettuali, e soprattutto gli artisti, del Neoclassicismo non riconoscendosi più in tutto quello che aveva caratterizzato l’arte e la letteratura Barocca e della fase del Rococò, ritenuti ormai periodi dal gusto “bizzarro”, ritengono di doversi ispirare all’età classica poiché in essa e nei suoi tratti fondamentali, si rispecchiavano maggiormente.

Un critico dell’arte di questo periodo, il Milizia, definisce infatti il Barocco come «peste del gusto», questo per dimostrare quale fosse l’idea di Barocco degli intellettuali dell’età neoclassica, mentre nella seconda metà del ‘900, Croce riterrà che «tutto ciò che è arte, non è Barocco e tutto ciò che è Barocco non è arte».

Gli artisti ritengono di dover e poter recuperare l’età classica: di doverla, perché assoluta; di poterla perché in questi anni erano state scoperte le regole e i canoni di composizione delle opere d’arte, e quindi studiandoli essi avrebbero potuto riprodurre la perfezione e l’armonia delle opere di quell’epoca tanto remota; infatti uno dei canoni scoperti e studiati, poiché alla base della maggior parte delle opere scultoree classiche, si pensi al Discobolo, fu il canone di Policleto insieme alla sezione aurea. Winckelmann, un critico e uno storico dell’arte tedesco, introduce nel neoclassicismo il concetto di «Bello ideale»; egli ritiene che l’arte non debba imitare la natura (mimesi) ma debba fare una sintesi delle bellezze che la compongono per poi assolutizzarle. Winckelmann sostiene che la bellezza sia sempre contaminata dal «difetto», come il tempo, ma che bloccandola in un determinato istante si possa vincere il difetto dando vita così al bello ideale, che non invecchia e che quindi risulta assoluto, cercando così di raggiungere l’armonia dell’arte classica.



In seguito ad alcuni eventi storici, il Congresso di Vienna, ad esempio, gli uomini perdono quella sicurezza e quella fiducia in sé stessi che avevano acquisito, e così si rifanno ancora all’età classica ma perdono l’illusione di poterla recuperare.

Così con lo scoppio della Rivoluzione francese, alcuni artisti celebrano gli ideali per cui questa rivoluzione si combatteva, quindi un’arte impegnata civilmente e politicamente, un’arte engagé; un artista significativo è Jacques-Louis David che, ne «La morte di Marat», tramite un gioco di luci ed ombre, evidenzia la drammaticità dell’accaduto, mettendo in rilievo la componente civile e, contemporaneamente, umana di Marat, uno dei capi della rivoluzione ucciso a tradimento alle spalle. In un altro dipinto di David, il «Giuramento degli Orazi», egli riprende un tema della classicità, il giuramento degli Orazi appunto, trasferendolo in un contesto politico e ideologico presente, quindi egli attualizza, in un certo senso, la vicenda storica facendola aderire e richiamandola agli ideali rivoluzionari.

Con l’ascesa al potere di Napoleone Bonaparte, l’arte si fa al servizio dell’imperatore celebrandolo ad esempio nel dipinto «Napoleone valica il San Bernardo» in cui è rappresentato a cavallo in un atteggiamento imponente e quasi irreale come se fosse divinizzato.

Quindi l’arte del neoclassicismo non ha una connotazione ideologica ben definita infatti, Asor Rosa parla di una «interscambiabilità ideologica del Neoclassicismo» proprio per sottolineare come quest’arte sia engagé, impegnata, ma “aderisca”, spontaneamente e non, all’ideologia e alle richieste di coloro che sono al potere.

Nella produzione letteraria di Ugo Foscolo il richiamo alla classicità è molto forte. Foscolo infatti, poiché nato a Zante (un’isola della Grecia), sente la propria origine come una predestinazione alla letteratura e questo sentimento è molto presente nelle sue opere.




L’opera di Foscolo in cui traspare maggiormente la nostalgia verso l’età classica e verso i suoi ideali, è «Le Grazie», un’opera incompleta composta da tre inni: a Venere, Vesta e Pallade in cui egli descrive un mondo dove esiste ancora il valore della pudicizia, della giustizia e dell’ospitalità. Il poema di Foscolo, infatti, come sostiene Masiello al contrario di Croce, apparentemente non sembra impegnata ideologicamente ma in realtà il mondo che descrive entra in un rapporto dialettico con quello reale e rappresenta una critica verso quest’ultimo, in cui i valori più importanti per la civiltà sono passati in secondo piano, dando maggior importanza agli aspetti materiali.

Per Foscolo, infatti, il mito ha una funzione civilizzatrice perché da’ l’illusione di poter apprendere dagli errori commessi e quindi di poter ottenere e costruire un mondo che migliori giorno dopo giorno. Anche nel sonetto «A Zacinto» Foscolo riprende elementi della classicità, in primo luogo dato il luogo a cui è riferito il sonetto, ossia Zacinto, l’isola greca natia; poi perché riprende elementi della letteratura classica, poiché qui egli contrappone la propria esperienza a quella di Ulisse. Tutto il sonetto si muove nell’ambito del confronto tra l’esilio di Ulisse, a cui però il fato è amico perché gli permetterà di tornare ad Itaca, e quello di Foscolo, a cui il fato è ostile poiché egli “toccherà le sacre sponde” di Zacinto solo tramite la sua poesia. Foscolo non tornerà mai più nella sua isola e con questo sonetto egli dimostra quanto amasse la sua terra e, indirettamente, tutta la classicità a cui sente di appartenere profondamente.


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