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PARADISO - DANTE

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PARADISO

 

Canto I

 

1-36. Proemio al paradiso.

 

La gloria di colui che muove tutto [Dio] penetra nell’universo  e risplende più in una parte [Paradiso] e meno altrove [Terra]. Io mi trovai nel cielo che riceve di più la sua luce [Empireo] e vidi cose che chi da là discende non sa né può riferire, perché il nostro intelletto, avvicinandosi al suo massimo desiderio [di conoscenza: Dio], vi si addentra tanto che memoria - I processi di memorizzazione dall’acquisizione al richiamo - Studi comparati" class="text">la memoria non può ritornarvi indietro. Tuttavia, di quanto potei far tesoro nella mia memoria del regno santo, sarà ora argomento del mio canto.

O buon Apollo, per (affrontare) quest’ultima fatica rendimi un vaso così pieno del tuo valore [poetico], quanto tu stesso richiedi per concedere il tuo amato alloro [simbolo del titolo di poeta]. Fino a qui mi fu sufficiente una sola delle due cime del Parnaso [cioè la tecnica poetica inspirata dalle sole Muse, alle quali era dedicata una delle due cime]; ma ora mi è necessario entrare nel campo di battaglia con entrambe entra nel mio petto, ed ispirami, così come quando strappasti Marsia dall’involucro delle sue membra [riferimento al racconto di Ovidio nel quale si racconta che il satiro Marsia, avendo sfidato il dio per le sue capacità musicali, fu punito con lo scorticamento]. O divina virtù [Apollo], se mi dai aiuto quel tanto che basta perché io possa mostrare l’ombra del beato regno rimasta nella mia memoria, mi vedrai venire ai piedi del tuo amato albero [l’alloro] e coronarmi delle foglie di cui tu, e l’argomento trattato, mi farete degno. Cosi poche volte, padre, si coglie l’alloro per celebrare il trionfo di un imperatore o di un poeta, per colpa e vergogna dei desideri dell'uomo, che la fronda peneia [patronimico: Dafne, la ninfa trasformata in alloro da Apollo, era lia di Peneo] dovrebbe portare gioia nella lieta divinità delfica [Apollo stesso. È un’incongruenza: Dante si rivolge direttamente ad Apollo, ma qui ne parla in terza persona], quando essa viene desiderata da qualcuno. Una grande fiamma segue una piccola favilla: forse dopo di me si pregherà con voci migliori perché Cirra risponda [metonimia per indicare Apollo. Cirra era una città vicina a Delfi].



 

37-81. Trasumanazione e ascensione di Dante.

 

Il sole sorge per i mortali (apparentemente) da diversi punti; ma da quel punto in cui quattro cerchi si intersecano con tre croci [la costellazione dell’Ariete, favorevole per la formazione di personalità poetiche], esso esce congiunto con una costellazione migliore, procedendo con corso migliore, e plasma e dà meglio il suo marchio alla materia del mondo [gli uomini]. Tale punto aveva portato la mattina di là [nel Purgatorio] e di qua [sulla terra] sera, e quasi tutto quell’emisfero era illuminato, e l’altro scuro, quando vidi Beatrice rivolta sul fianco sinistro, che fissava il sole: mai un’aquila lo fissò in tal modo [allora si pensava che l’aquila potesse fissare il sole]. E cos’ come il raggio riflesso è solito nascere dal primo e risalire in su, proprio come un pellegrino che vuole ritornare, così dal suo [di Beatrice] atto, infuso per mezzo degli occhi nella mia facoltà immaginativa, si generò il mio, e fissai gli occhi nel sole oltre le nostre capacità. Molte cose sono consentite là [in paradiso] che qui, sulla terra, non sono possibili per le nostre facoltà, grazie all’influenza del luogo creato propriamente per il genere umano [il Paradiso Terrestre]. Non lo sopportai a lungo, né così poco, che io non lo vedessi sfavillare intorno, come il ferro che esce bollente dal fuoco; e improvvisamente sembrò che la luce del giorno fosse raddoppiata, come se colui che può [Dio] avesse adornato il cielo di un altro sole.

Beatrice stava tutta fissa con gli occhi nelle ruote eterne [il sole, o cieli rotanti]; ed io fissai in lei gli occhi, rimossi da lassù. Nel guardarla diventai dentro tale e quale divenne Glauco quando gustò l’erba che lo fece, nel mare, simile agli altri dei [mitico pescatore di cui parla Ovidio, divenuto un dio del mare dopo aver mangiato un’erba che donava l’immortalità]. Non è possibile spiegare con le parole cosa significhi trasumanare [oltrepassare i limiti della natura umana]; perciò basti l’esempio a colui il quale la grazia riserba l’esperienza [chi è destinato alla beatitudine]. Tu sai, amore che governi il cielo [Dio], che mi sollevasti con la tua grazia,  se io ero solo quello che tu creasti per ultimo [l’anima, infusa nel corpo per ultima, secondo la tradizione aristotelica]. Quando il moto dei cieli, che tu rendi eterno con il desiderio che essi hanno di te, mi attrasse a sé, con quell’armonia che tu regoli e distingui, allora una parte del cielo tanto grande mi parve accesa della fiamma del sole, che né pioggia, né fiume formarono mai lago tanto esteso.

 

82-93. Primo dubbio di Dante.

 

La novità del suono e la grande luce mi accesero un tale desiderio di conoscerne la causa, che mai ne avevo sentito uno così intenso. Così ella [Beatrice], che vedeva in me come io stesso, prima che lo domandassi, aprì la bocca per calmare il mio animo commosso, e cominciò: «Tu stesso ti rendi ottuso con una falsa supposizione, così che non vedi ciò che vedresti se te ne fossi liberato. Tu non sei in terra, così come credi; ma il fulmine, allontanandosi dal suo luogo d’origine [la sfera del fuoco], non si mosse mai tanto velocemente come stai facendo tu adesso che vi ritorni [al luogo d’origine dell’uomo, il Paradiso].»

 

94-l42. Secondo dubbio e soluzione di Beatrice: l’ordine dell’universo.

 

Se io fui liberato dal primo dubbio dalle poche parole dette sorridendo, mi trovai impigliato ancora di più in uno nuovo, e dissi: «Già soddisfatto, mi calmai dalla grande meraviglia; ma ora mi stupisco che io possa attraversare questi corpi leggeri [aria e fuoco].»

Per cui ella, dopo un pietoso sospiro, alzò gli occhi verso di me con quell’atteggiamento che ha la madre quando il lio è in delirio, e cominciò: «Tutte quante le cose sono ordinate tra di loro, e questo (ordine) è la forma che rende l’universo somigliante a Dio. Qui, le creature dotate di ragione [angeli e uomini] vedono l’orma del valore eterno [Dio], che è il fine per cui è dato quell’ordine di cui si è accennato. Nell’ordine di cui parlo sono inclinate tutte le nature, secondo diverse sorti, più o meno vicine al loro principio [Dio]; dal quale si muovono verso fini diversi, attraverso il grande mare dell’essere, e ciascuna (si muove) con l’istinto che le è dato perché la porti. Questi [l’istinto] porta il fuoco verso la luna [la sfera del fuoco era immaginata lungo il cielo della Luna]; questi è principio motore negli esseri irrazionali; questi stringe e raduna in sé la terra [le forze di coesione e gravità]; questo arco [l’istinto] non colpisce soltanto quelle creature prive di intelligenza, ma anche quelle che hanno intelletto e volontà. La Provvidenza, che così ordina (l’universo), apa con la sua luce il cielo dentro il quale si muove quello più veloce [L’Empireo, nel quale ruota il Primo Mobile, più veloce]; e ora lì, come a sede stabilita, ci porta la forza di quell’arco, che dirige a lieto bersaglio ciò che scocca. È vero che, come la forma molte volte non si accorda con l’intenzione dell’artista, perché la materia è sorda a rispondere, così talora l’uomo, che ha il potere, pur così spinto, di cambiare direzione, devia dalla retta via; e così come si può vedere il fulmine cadere dalla nube, così la naturale inclinazione atterra l’uomo [verso i bene terreni], traviato dal falso piacere. Non devi più stupirti, se non mi sbaglio, del tuo salire, se non come di un fiume che scende dall’alto del monte verso il basso. Ci sarebbe da meravigliarsi nei tuoi riguardi se, libero dal peccato, fossi rimasto fermo giù, come (farebbe meraviglia) sulla terra la quiete nel fuoco vivo.»

Poi, rivolse lo sguardo verso il cielo.

 

 

Canto II

 

1-l8. Monito ai lettori.

 

O voi che siete su di una piccola barca [metafora per indicare il lettore che non conosce filosofia e teologia], desiderosi di ascoltare, e avete seguito il mio legno [metonimia per barca] che varca (il mare) cantando, tornate a rivedere le vostre spiagge: non vi mettete in mare, perché forse, perdendo me, vi smarrireste [senza una base culturale, non è possibile comprendere la verità].Le acque verso cui mi dirigo non furono mai esplorate da nessuno. Minerva [sapienza] mi inspira, e mi conduce Apollo [ispirazione poetica], e le Nove Muse mi mostrano l’Orsa [la rotta]. Voi, pochi altri che volgeste in tempo la mente alla sapienza divina, della quale qui, sulla terra, si vive, ma di cui non si è mai sazi, potete mettere a buon ragione in mare la vostra nave, seguendo la mia scia, davanti al punto nel quale l’acqua si richiude. Quegli uomini gloriosi che [gli Argonauti] che passarono nella Colchide non si meravigliarono come farete voi, quando videro Giasone divenuto contadino [per conquistare il vello d’oro].

 

19-45 Dante e Beatrice giungono al cielo della Luna.

 

Il concreato [creato insieme all’intelletto] e perpetuo desiderio del regno creato a somiglianza di Dio ci portava quasi con la velocità con cui vedete (ruotare) il cielo. Beatrice guardava in alto, ed io in lei, e forse tanto (velocemente) quanto una freccia (impiega) a staccarsi dallo snodo dell’arco, volare e colpire, mi vidi giunto dove una mirabile cosa mi costrinse a girare lo sguardo verso di essa; e perciò, colei a cui la mia preoccupazione non poteva essere nascosta [Beatrice], girata verso di me, così lieta come bella, mi disse: «Volgi la mente con gratitudine a Dio, che ci ha condotti alla prima stella [Luna].»

Mi sembrava che ci coprisse una nube, lucida, spessa, solida e pulita, quasi un diamante che ferisse il sole. Le gemma incorruttibile ci accolse dentro di sé, come l’acqua che riceve un raggio di luce rimanendo unita. Se io ero corpo, e qui, sulla terra, non si concepisce come un corpo possa sopportarne un altro, il che è necessario avvenga se un corpo si insinua in un altro, dovrebbe accendersi ancor di più il desiderio di vedere quella essenza [Gesù Cristo] in cui si vede come la nostra natura (umana) si unì a quella di Dio. Lì (in Paradiso) si vedrà ciò in cui crediamo per fede, sebbene non dimostrato, ma sarà conosciuto in modo naturale come gli assiomi ai quali l’uomo crede.

 

46-l05. Teoria delle macchie lunari: Beatrice confuta l’opinione di Dante.

 

Io risposi: «Madonna [Beatrice], così devoto come più non posso essere, ringrazio colui che mi ha allontanato dal mondo mortale. Ma ditemi: cosa sono quei segni scuri di questo corpo celeste [le macchie lunari], che laggiù sulla terra fanno favoleggiare di Caino?»

 

[…]

 

Spiegazione di Beatrice: le macchie lunari sono dovute alle maggiori o minori influenze delle intelligenze celesti (gli angeli che portano il volere di Dio nel mondo) in vari luoghi.

 

 

Canto III

 

1-33. Apparizione delle anime beate.

 

Quel sole che prima mi aveva scaldato il petto d’amore [Beatrice], provando e riprovando [discussioni filosofiche tipiche della scolastica: smantellamento della tesi opposta e dimostrazione della propria ipotesi], mi aveva mostrato il dolce aspetto della bella verità; e io, per confessare di essermi corretto (nell’errore) e di essere certo, alzai il capo più dritto, quanto si conviene, per parlare; ma apparve una visione che mi attirò talmente, per esser veduta, che non mi ricordai della mia confessione. Così come in vetri trasparenti e puliti o attraverso acque nitide e tranquille, non così profonde che il fondo sia scuro, sono riflessi i contorni dei nostri visi, così indistinti che una perla su una fronte bianca non arriva meno forte alle pupille; tali vidi io molte facce pronte a parlare; per cui io incappai nell’errore contrario a quello che fece innamorare l’uomo e la fonte [Narciso]. Non appena mi accorsi di loro , credendo che esse fossero immagini riflesse, volsi gli occhi indietro per vedere di chi fossero: e non vidi nulla, e li rigirai in avanti, dritti negli occhi della dolce guida, che, sorridendo, ardeva negli occhi santi. Mi disse: «Non ti meravigliare che io sorrida, a proposito del tuo pensiero puerile, poiché (il pensiero) non poggia ancora il piede sulla verità, ma ti fa voltare, come suole (quando si hanno idee errate), al vuoto: quelle che tu vedi sono vere anime, relegate qui per inadempienza al voto. Perciò parla con esse, ascoltale, e credi ( a ciò che dicono); perché la verace luce che le apa [Dio] non lascia che si allontanino da sé [quindi dalla verità]

 

34-57. Piccarda Donati.

 

E io mi rivolsi verso quell’anima che più mi sembrava desiderosa di parlare, e cominciai, quasi come un uomo che è confuso dal troppo desiderio: «O ben creato spirito [perché destinato alla salvezza], che senti la dolcezza dei raggi di vita eterna, che, se non guastata, non può essere compresa, mi sarà gradito se mi dirai il tuo nome e la vostra condizione.»



Quindi ella, pronta e con occhi ridenti: «La nostra carità non si oppone ad un giusto desiderio, se non come quella che vuole simile a sé tutta la sua corte [la carità di Dio]. In vita fui suora; e se la tua memoria si rivolge in sé, l’essere più bella non mi celerà a te, ma riconoscerai che io sono Piccarda, che, posta qui con questi altri beati, sono beata nel cielo più lento. I nostri affetti, che sono solo infiammati dall’ardore dello Spirito Santo, gioiscono formati secondo l’ordine di Dio. E questa condizione, che in terra sembra tanto grande, ci è data perché i nostri voti furono trascurati, e in parte manchevoli.»

 

58-90. Piccarda spiega a Dante i vari gradi di beatitudine.

 

E io a lei: «Nelle vostre meravigliose sembianze risplende qualcosa di divino che vi trasforma dalle prime impressioni : per questo non fui svelto a ricordare; ma ora mi aiuta ciò che tu mi dici, così che riconoscerti mi è più facile. Ma dimmi: voi che siete qui felici, desiderate voi essere in un cielo superiore per meglio vedere ed essere più vicini [a Dio]?»

Con quelle altre anime prima (ella) sorrise un poco; poi mi rispose tanto lieta, che sembrava ardere dell’amore del primo fuoco [Dio]: «Fratello, la nostra volontà è apata dalla virtù di carità, che ci fa desiderare solo ciò che abbiamo e non ci fa volere altro. Se desiderassimo essere più in alto, i nostri desideri sarebbero discordanti dal volere di colui che qui ci colloca [Dio]; il che non è comprensibile in questi cieli, se qui è necessario vivere in carità e se guardi bene la sua natura. Anzi è essenziale alle condizioni di beato rimanere nel desiderio divino, attraverso il quale si creano i nostri stessi desideri: così che, come noi siamo di gradino in gradino in questo regno [metafora per indicare i vari gradi di beatitudine], a tutto il regno [tutti i beati] piace come al re che ci fa volere ciò che vuole. E la nostra pace è nella sua volontà: egli è quel mare nel quale tutto si muove, ciò che egli crea (direttamente) o ciò che è prodotto dalla natura.»

Mi fu allora chiaro come ogni luogo in cielo è beatitudine, anche se la grazia del sommo [Dio] non è distribuita in un solo modo.

 

91-l08. Spiegazione dell’inadempienza del voto.

 

Ma così come avviene, se un cibo sazia e di un altro rimane ancora il desiderio, che di quest’ultimo si chiede e del primo si ringrazia, così feci io con atto e con parola, per apprendere da lei quale fu la tela dalla quale non trasse fino in fondo la spola [metafora per il voto inadempiuto].

Mi disse: «Una vita perfetta e un alto merito collocano più in su nel cielo una donna [S. Chiara di Assisi], secondo la cui norma nel vostro mondo si prende l’abito e il velo monacale [l’ordine delle Clarisse], perché fino alla morte si vegli e si dorma con quello sposo che accetta ogni voto [Dio], che rende conforme la carità [in senso classico: amore solidale e affetto senza tornaconto]al suo volere. Per seguirla, fuggii dal mondo ancora giovane, e mi chiusi nel suo abito e promisi di seguire la via del suo ordine. Poi uomini più abituati al male che al bene mi rapirono dal dolce chiostro: Dio sa quale fu poi la mia vita.

 

109-l20. Piccarda addita lo spirito di Costanza Imperatrice.

 

E questo altro splendore che ti si mostra alla mia destra e si illumina di tutta la luce del nostro cielo, capisce per sé ciò che io dico di me; fu monaca, e così le fu tolta dal capo l’ombra delle sacre bende [il velo monacale]. Ma anche se fu riportata di nuovo nel mondo contro la sua volontà e contro le giuste regole, nel cuore non fu mai disciolta dai suoi voti. Questa è la luce della grande Costanza che dal secondo vento [Enrico VI] di Soave [Casa Sveva] generò il terzo e l’ultima potenza [Federico II, ultimo imperatore della dinastia Sveva].»

 

            In realtà Costanza non è mai stata suora, e questa diceria è nata da voci guelfe che cercavano, per motivi politici, di gettare discredito sulla famiglia imperiale.

 

121-l30. Sparizione delle anime.

 

Così mi parlò, e poi cominciò a cantare “Ave, Maria” e cantando svanì come un oggetto pesante nell’acqua profonda. La mia vista, che la seguì tanto quanto fu possibile, dopo che l’ebbe perduta, si volse al soggetto di maggior desiderio e si convertì del tutto a Beatrice; ma quella abbagliò il mio sguardo così che dapprima la vista con riuscì a sopportarlo; e ciò mi fece più lento a chiedere.

 

 

Canto V

 

1-33. Beatrice spiega a Dante il valore del voto.

 

«Se io ti apparisco splendente come una fiamma nell’amore divino in modo che sulla terra non è possibile, così che vinco la capacità visiva dei tuoi occhi, non ti meravigliare, perché ciò deriva dalla perfetta visione [di Dio], la quale come percepisce (il bene), così si addentra nell’amore conosciuto di Dio.Vedo bene come già risplende nel tuo intelletto l’eterna luce, che, una volta vista, essa sola per sempre accende l’amore di sé; e se un’altra cosa attrae il vostro [dei mortali] amore, non è altro che una traccia di quella [l’eterna luce], mal conosciuta, che traluce nell’altra cosa. Tu vuoi sapere se con un’altra opera buona si può rendere abbastanza, per un voto mancato, che assicuri l’anima da ogni controversia.»

Così Beatrice cominciò questo canto; e così come un uomo che non interrompe il suo discorso, continuò in tal modo il santo processo [il procedimento con cui difende il voto]: «Il dono maggiore, più conformato alla sua bontà, e che egli apprezza di più, che Dio per la sua generosità fece creando, fu la libertà di volontà; del quale tutte le creature intelligenti, tutte e sole, furono e sono dotate [angeli e uomini, sono esclusi gli animali]. Ora ti apparirà chiaro, se da qui ragioni, l’alto valore del voto, se sia fatto in modo che Dio acconsenta a quanto tu stesso acconsenti; perché, nell’affermare il patto tra Dio e l’uomo, si fa sacrificio di questo tesoro [il libero arbitrio], così come ti dico; e ciò si fa con un suo atto [di libertà]. Dunque cosa si può rendere come compenso? Se credi di usare a tuo piacimento quello che hai offerto , è come se volessi fare un’opera buona con ciò che è stato tolto con l’inganno.

 

34-63. Possibilità di permutazione della materia del voto.

 

Tu sei ormai certo del punto principale; ma poiché la Santa Chiesa concede dispense riguardo a ciò [la materia di voto], che sembra in contraddizione con la verità che ho rivelato, ti conviene sedere ancora un poco alla mensa [immagine tradizionale: starmi ancora a sentire], perché il cibo duro che hai preso [la difficile dottrina] richiede ancora aiuto alla tua digestione. Apri la memoria a quello che io ti mostro e fissavelo dentro; che non vi è conoscenza, avendo compreso, se non rimane nulla (nella memoria). Due cose si convengono all’essenza di questo sacrificio [il voto]: l’una è di cosa si fa sacrificio; l’altra è la forma. Quest’ultima non si cancella ma se non viene osservata; e a proposito di essa si è già parlato così precisamente più sopra: perciò fu necessario per gli Ebrei l’obbligo delle offerte (a Dio), sebbene alcune offerte fossero permutate, come dovresti sapere. L’altra, che ti è stata presenta come “materia” (del voto), può ben essere tale che non si commette peccato se si converte con altra materia. Ma nessuno trasmuti il carico [metafora per la materia del voto] della sua spalla per suo arbitrio, senza la volta della chiave bianca e di quella gialla [senza l’assenso dell’autorità sacerdotale]: e credi che ogni cambiamento sia insensato, se la materia che si lascia non è contenuta in quella scambiata, come il quattro nel sei [l’impegno scambiato deve essere più pesante]. Perciò, qualunque materia tanto pesante per il suo valore che faccia traboccare ogni bilancia, non si può soddisfare con un’altra offerta.

 

64-84. Ammonizione agli uomini.

 

I mortali non prendano alla leggera il voto: siate fedeli e non biechi nel farlo, come Iefte al suo primo dono [giudice di Israele che fece voto di sacrificare a Dio ciò che per primo fosse uscito dalla sua casa; ne uscì la lia ed egli la fece uccidere]; a cui più si conveniva dire “Feci male”, perché nell’osservarlo, fece peggio; e così stolto puoi ritrovare il grande comandante dei Greci [Agamennone], per cui Ienia pianse per la sua bellezza, e fece piangere di sé i folli e i savi che udirono parlare di tale sacrificio. Siate, Cristiani, più ponderati a muovervi: non siate come penna ad ogni vento, e non crediate che ogni acqua vi lavi. Avete il Nuovo e il Vecchio Testamento, e il pastore della Chiesa che vi guida [il Papa]; questo vi basti per la vostra salvezza. Se la malvagia cupidigia vi spinge a fare voti sconsiderati, siate uomini, e non pecore matte, così che il Giudeo vivendo in mezzo a voi, non rida di voi! Non fate come l’agnello che lascia il latte della sua madre, e sciocco ed irrequieto e combatte a suo piacere con sé stesso [metafora per indicare colui che nel suo essere folle provoca danno a sé stesso]!»

 

85-99. Ascensione al cielo di Mercurio.

 

Così Beatrice (si rivolse) a me come io scrivo; poi si rivolse tutta desiderosa verso quella parte dove il mondo è più vivo [● Verso il sole; ● Verso l’alto, genericamente; ● Verso il Cielo di Mercurio]. Il suo silenzio e il suo cambiare aspetto [la bellezza di Beatrice aumenta] posero silenzio al mio ingegno desideroso di apprendere, che già aveva nuove domande da porre; e così come una freccia che colpisce il bersaglio prima che la corda smetta di vibrare, cos’ corremmo nel secondo regno. Qui vidi la mia donna così lieta, non appena entrò nella luce di quel cielo, che il pianeta si fece più lucente. E se la stella [pianeta: Mercurio] si illuminò ancor di più, come divenni io, che per la mia natura umana sono soggetto ad ogni impressione!

 

100-l39. Apparizione di una schiera di beati: Dante si rivolge ad uno di essi.




 

Come in una peschiera tranquilla e pura i pesci accorrono a quello che viene dall’esterno, purché lo considerino loro cibo, così io vidi ben più di mille splendori [anime] venire verso di noi, e da ciascuna si sentiva: «Ecco chi accrescerà i nostri amori» [● La presenza di Dante accresce la virtù delle anime; ● Dante andrà un giorno ad unirsi alle anime (ma sarebbe vanità)]. E così come ciascuna veniva a noi, si vedeva l’ombra piena di letizia nella luce chiara che da lei usciva.

Pensa, lettore, se quello che cui inizia (ad essere raccontato) non procedesse, come tu avresti angosciosa miseria di sapere di più; e per conto tuo vedrai come avevo desiderio di conoscere le condizioni da questi (spiriti), non appena li vidi.

«O fortunato al quale la grazia divina conce di vedere i seggi dell’eterno trionfo [i beati trionfanti nell’Empireo] prima di morire, noi siamo accesi della luce [della carità divina] che si diffonde in tutto il cielo; e perciò, se desideri di avere conoscenza di noi, chiedi a tuo piacimento (per essere saziato).»

Così mi fu detto da uno di quegli spiriti pii; e da Beatrice: «Chiedi, chiedi sicuramente, e credi come fossero divinità.»

«Io vedo bene come tu stai dentro nella tua stessa luce, e che trai il lume dagli occhi perché esso lampeggia avvivandosi quanto più ridi; ma non so chi sei tu, né perché hai, anima degna, il grado della sfera che si nasconde ai mortali con i raggi del sole.»

Questo io dissi dritto alla luce che prima mi aveva parlato; per cui ella si fece assai più lucente di quello che era. Così come il sole che si cela da sé per troppa luce, quando il caldo ha consumato i fitti vapori che temperavano la luce, così per più gioia si nascose a me dentro al raggio della sua santa ura; e così nascosta mi rispose nel modo in cui canta il seguente canto.

 

 

Canto VI

 

1-27. Risposta alla prima domanda: Giustiniano narra la sua vita.

 

«Dopo che Costantino portò l’aquila [L’aquila è simbolo dell’Impero] da occidente ad oriente, che già essa seguì l’antico [Enea] che prese in moglie Lavinia [quindi da oriente ad occidente], l’uccello di Dio si trattenne nell’estremo dell’Europa per cento e cento anni, vicino ai monti dai quali uscì [la Troade]; e sotto l’ombra delle sacre penne lì [a Bisanzio] governò il mondo, passando da imperatore ad imperatore e, così cambiando, arrivò a me. Fui Cesare e sono Giustiniano, che, per ispirazione dello Spirito Santo, tolsi dalle leggi il superfluo e l’inutile. E prima di dedicarmi all’opera, credevo che Cristo avesse una sola natura, non di più [quest’eresia, a cui si credeva che Giustiniano aderisse, affermava che in Cristo ci fosse solo la natura divina, e non quella umana], ed ero contento di tale fede; ma il benedetto Agapito, che fu papa, mi indirizzò con le sue parole alla vera fede. Io gli credetti; e ciò che vi era nella sua fede, ora lo vedo così chiaramente, come tu vedi di ogni contraddizione quale sia falsa e quale vera. Non appena procedetti insieme alla Chiesa, a Dio per grazia piacque ispirarmi l’alto lavoro [la riforma legislativa], al quale mi dedicai completamente; e al mio Belisario [generale di Giustiniano] affidai le imprese militari, a cui il favore del cielo fu così favorevole che questo fu segno che io dovessi lasciare il comando.

 

28-36. Ragioni della digressione sull’Impero.

 

Ora qui finisce la mia risposta alla prima domanda; ma il suo carattere mi costringe a far seguire un’aggiunta, perché tu veda con quanta ragione si muovono contro il sacrosanto simbolo [l’Aquila Imperiale] sia chi se ne appropria [i Ghibellini] sia coloro che vi si oppongono [i Guelfi]. Considera quante imprese virtuose l’abbiano fatta degno di venerazione [l’Aquila]; e queste cominciarono nel momento in cui Pallante morì per darle un regno [Pallante, alleato di Enea, morì combattendo contro Turno; è quindi il simbolo del primo caduto di Roma].

 

37-54. Storia dell’Aquila Romana: l’età dei re e della repubblica.

 

55-96. Storia dell’Aquila Romana: l’età imperiale.

 

97-l11. Invettiva contro i Guelfi e i Ghibellini.

 

112-l26. Risposta alla seconda domanda: condizione degli spiriti del cielo di Mercurio.

 

127-l42. Giustiniano indica lo spirito di Romeo di Villanova.

 

 

 

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Canto VIII

 

1-l2. Origine del nome del pianeta Venere.

 

Il mondo era solito credere, a suo pericolo, che la bella Ciprigna [Venere] irradiasse l’amore sfrenato, dall’epiciclo del terzo cielo; perché non soltanto a lei le genti antiche offrivano sacrifici e preghiere votive, nell’antico errore [l’idolatria]; ma onoravano e Cupido, la prima come sua madre, il secondo come suo lio, e dicevano che egli sedette in grembo a Didone [richiamo ad un episodio dell’Eneide]; e da colei con la quale inizio questo canto essi prendevano il nome della stella che corteggia il sole ora guardandola dalla parte della nuca [coppa], ora dalla parte del viso [ciglio].

 

13-30. Salita al terzo cielo e incontro con le anime.

 

Io non mi accorsi del salire in essa; la mia donna, che io vidi farsi più bella, mi rese abbastanza certo d’esservi dentro. E come si vede la favilla nella fiamma, e come in un canto si distingue una fede, quando una è tenuta ferma e l’altra modula le variazioni [va e riede], io vidi in quella luce altre luci [le anime] muoversi in giro più o meno velocemente, secondo, credo, alle diverse intensità della visione di Dio. Dalle fredde nubi [dalle alte regioni dell’atmosfera] non discesero mai venti, visibili [fulmini] o no, tanto veloci, che non sembrassero impacciati e lenti a chi avesse visto quelle luce divine venire a noi lasciando la danza prima cominciata nel Primo Mobile [o nell’Empireo]; a dentro a quelle che vero più vicine suonava un “Osanna”, in tal modo che in seguito non rimasi mai senza desiderio di risentirlo.

 

31-84. Colloquio con Carlo Martello.

 

Quindi uno di essi si fece più vicino a noi e solo cominciò: «Tutti siamo pronti a risponderti, perché tu possa gioire di noi. Noi ci muoviamo danzando insieme ai Principati del terzo cielo, con un movimento circolare, un ritmo di danza e un identico desiderio di Dio, dei quali tu, uomo ancora mortale, già parlasti: “”Voi che intendendo [Con la forza del vostro intelletto] muovete il terzo cielo” [è l’incipit di una canzone commentata da Dante nel Convivio]; e siamo così pieni d’amore che, per farti piacere, non sarà meno dolce un po’ di quiete.»



Dopo che i miei occhi si furono rivolti riverenti alla mia donna, ed essa li aveva resi contenti e certi di sé stessa, essi si rivolsero alla luce che si era tanto (cortesemente) offerta e la mia domanda permeata di grande affetto fu:  «Deh, chi siete?».

E quanto più grande e luminosa vidi farsi quella luce per la nuova letizia che si aggiunse, quando parlai, alle sue letizie! Così fatta, mi disse: «Rimasi al mondo per poco tempo [a parlare è Carlo Martello, lio di Maria d’Ungheria, che morì poco più che ventenne]; e se fossi vissuto di più, molti dei mali che vi sono nel mondo non vi sarebbero. La mia letizia, che si irraggia intorno e mi nasconde quasi come il baco chiuso nella seta, mi tiene nascosto a te. Mi amasti molto, e ne avesti buona ragione; che se io fossi vissuto più a lungo, ti avrei mostrato il mio amore non solo con le parole. A suo tempo [alla morte del padre] mi aspettavano come signore sulla riva sinistra è bagnata dal Rodano dopo che si incontra con il fiume Sorga [la Provenza meridionale], e quel corno d’Italia che ha come punti estremi Bari, Gaeta e Catona [Reggio Calabria], dal punto in cui il Tronto e il Garigliano sgorgano in mare [l’Italia meridionale]. Mi brillava già in fronte la corona di quella terra che il Danubio taglia dopo che abbandona le rive tedesche [l’Ungheria]. E la bella Trinacria [la Sicilia], tra Pachino [Capo Passero] e Peloro [Capo Faro], su quel golfo che riceve maggior danno dall’Euro [vento di Scirocco], coperta di vapori non per colpa di Tifeo [mitico gigante] ma a causa delle nascenti eruzioni (dell’Etna), avrebbe atteso ancora i suoi re, nati per me da Carlo I d’Angiò e Rodolfo d’Asburgo, se il mal governo [di Carlo I] che addolora sempre i popoli sottomessi, non avesse mosso Palermo a gridare: “Morte, morte!” [ai francesi, riferimento ai Vespri Siciliani]. E se mio fratello (Roberto) prevedesse questo, scapperebbe già dalla gretta avarizia della Catalogna [di Roberto stesso o dei suoi ministri], perché non gli arrecasse danno; perché bisogna che si provveda, da lui o da altrui, così che la sua barca già carica non si riempia di altro carico [metafora per indicare lo stato]. La sua natura, che discese avara da una stirpe generosa, avrebbe bisogno di tali funzionari che non si curassero di ammassare tesori nella cassa.

 

85-l35. Spiegazione di Carlo Martello sull’indole degli uomini.

 

«Poiché io credo che la grande gioia che il tuo parlare mi infonde, mio signore, tu la possa vedere là dove ogni bene inizia e termina [Dio], come la vedo io, essa mi è più grata; e mi è anche caro il fatto che tu la vedi specchiandoti in Dio [come beato]. Mi hai reso lieto, e quindi chiariscimi, poiché parlando, mi hai fatto nascere un dubbio su come può nascere un frutto amaro da un dolce seme [riferimento alla vicenda di Roberto].»

Questo dissi io a lui; ed egli a me: «Se io posso mostrarti la verità, terrai gli occhi su quello che domandi, così come ora gli tieni volte le spalle. Il bene che fa muovere e apa tutto il regno che tu stai ascendendo [Dio], fa sì che la sua provvidenza diventi virtù in questi corpi celesti. E nella mente che è di per sé perfetta [Dio] non solo sono determinate le nature [degli uomini], ma insieme ad esse i loro destini: per cui qualunque cosa che quest’arco scocca, cade predisposto ad un determinato fine, così come una freccia diretta al suo bersaglio. Se così non fosse, il cielo che tu percorri produrrebbe sì i suoi effetti, che non sarebbero opere d’arte, ma rovine; e ciò non può essere, se le intelligenze celesti che muovono queste stelle non sono difettose, e manchevole Dio, che non li ha resi perfetti.  Vuoi che ti si chiarisca di più questa verità?»

E io: «Non è così, perché ritengo impossibile che la natura sia difettosa in ciò che è necessario.»

Ed egli ancora: «Ora dimmi: per l’uomo che vive sulla terra, sarebbe la cosa peggiore se non vivesse nella società?»

«Sì.» Risposi io; «e di questo non chiedo dimostrazione.»

«E può egli [l’uomo] essere (parte della società), se sulla terra non si vive diversamente con compiti diversi? No, se il vostro maestro scrive la verità [riferimento ad Aristotele, che giudicava le disuguaglianze sociali necessarie e dipendenti dall’indole dell’uomo]. Così arrivò deducendo [secondo il metodo scolastico, con il procedimento deduttivo: dal generale al particolare] fino a questo punto, poi concluse: «Dunque è necessario che le radici delle vostre azioni siano diverse: per cui uno nasce Solone [legislatore] , un altro Serse [Guerriero], un altro Melchisedéch [sacerdote] e un altro colui che perse il lio volando nell’aria [Dedalo e il lio Icaro]. La natura circolare dei cieli, che è sigillo dell’indole degli uomini, svolge ben il suo compito, ma non distingue tra casa e casa [tra famiglia e famiglia]. Così avviene che Esaù differisce sin dalla nascita da Giacobbe; e Romolo discende da un padre così vile, che lo si attribuisce a Marte [per nobilitarlo]. L’indole dei li seguirebbe sempre il cammino dei genitori, se non fosse vinta dalla provvidenza divina.

 

136-l48. Necessità di assecondare le varie tendenze.

 

Ora, quello che ti era dietro, ti è davanti [i dubbi di Dante sono sciolti]: ma perché tu sappia che mi piace intrattenermi con te, voglio che un corollario ti circondi [il discorso è come una dimostrazione matematica]. La natura, se trova la sorte discorde dal suo volere, come ogni altro seme fuori dal suo tipo di terreno, fa sempre mala prova. E se il mondo laggiù accettasse le inclinazioni date dalla natura, seguendole, le persone sarebbero giuste. Ma voi costringete alla religione chi è nato per cingersi con la spada, e fate re chi è portato alla vita religiosa [allusione a Roberto d’Angiò; per cui il vostro cammino è fuori dalla retta via.»

 

 

CANTO X

 

1-27. Invito al lettore a contemplare il sapiente ordine del creato.

 

Ammirazione dell’ordine dell’universo creato da Dio il cui valore non può essere non goduto da chi lo contempla. Dante invita il lettore ad ammirare la perfezione del movimento celeste, in quella parte dove si incontrano due opposti movimenti, quello equatoriale diurno del sole, da est ad ovest, e quello zodiacale annuale dei pianeti, da ovest ad est.

 

28-51. Salita al cielo del Sole e apparizione delle anime.

 

            Dante, senza accorgersene, sale con Beatrice al cielo del Sole. Qui, nell’intensa luce, vede ire le anime dei beati, ancora più luminose, ed afferma di non poterle descriverle, perché la vista umana non può concepire una luce maggiore a quella solare.

 

52-63. Ringraziamento a Dio.         

 

            Beatrice invita Dante a ringraziare Dio per averlo fatto salire a questo cielo: il poeta si dimentica della presenza della donna, rendendola così lieta che la luce nei suoi occhi si accresce ulteriormente, scuotendo Dante dal suo raccoglimento.

 

64-81. La corona degli spiriti beati.

 

            Le anime beate danzano intorno a Dante e Beatrice; dopo aver girato intorno tre volte, si fermano, sospendendo il canto.

 

82-l38. S. Tommaso presenta se stesso e gli altri undici beati della prima corona.

 

            Una delle anime dichiara che tutte sono pronte ad apare la curiosità di Dante e leggendo nel suo pensiero, rivela chi sono gli spiriti sapienti che formano la ghirlanda luminosa. Presenta se stessa come Tommaso d’Aquino, il proprio maestro, Alberto Magno, e gli altri spiriti: Graziano, Salomone, Severino Boezio. Pietro Lombardo, etc. [Sono tutti classici sapienti cristiani].

 

139-l48. Canto e danza delle anime.

 

            Terminata la presentazione, le anime ricominciano la danza e il canto.

 

 

 

CANTO XI

 

CANTO XII

 

CANTO XV

 

97-l17. L’antica Firenze.

 

            Cacciaguida, avo di Dante, uno degli spiriti militanti del cielo di Marte descrive la condizione felice e pacifica di Firenze al momento della sua nascita.

 

Firenze, dentro l’antica cerchia di mura, dove ancora si suona la terza e la nona ora [la chiesa di Badia, dove venivano suonate le ore (le nove di mattina e le quindici del pomeriggio), era stata costruita presso la prima cerchia di mura], viveva in pace, con sobrietà e onestà di costumi.

Non aveva catenelle, né corone, né gonne ricamate, né cinture, che fossero più appariscenti delle persone che le portavano [ornamenti sfarzosi ed eccessivi].

La lia non preoccupava il padre, nascendo, poiché l’età e la dote eccedevano la misura da una parte e dall’altra [Allusione all’uso di maritare le fanciulle in giovane età con doti eccessive].

Non vi erano case di famiglia vuote [troppo grandi per il lusso esagerato]; non era ancora giunto Sardanapalo a mostrare ciò che è possibile nelle camere [Sardanapalo era un re assiro simbolo di lussuria e corruzione].

Montemalo [un colle vicino a Roma] non era ancora vinto dal vostro Uccellatoio [un colle vicino a Firenze], che, come ora è vinto in grandezza, così lo sarà nella decadenza [la ricchezza e l’opulenza degli edifici fiorentini non aveva ancora superato quella di Roma].

Io stesso vidi Bellincion Berti [qui simbolo di sobreità e onestà di costumi] andare cinto con (una cintura di) cuoio e (fibbia di) osso, e vidi venire la sua donna dallo specchio senza il viso dipinto; e vidi i Nerli e i Vecchio [nobili famiglie fiorentine] essere contenti di indossare semplici casacche di pelle e le loro donne stare in casa a filare la lana.

 

 


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