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Il Totalitarismo

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Il Totalitarismo

Sentimenti e presagi

Due guerre mondiali in una generazione, separate da un’ininterrotta catena di guerre locali e rivoluzioni, e non seguite da un trattato di pace per i vinti e da una pausa di respiro per i vincitori, si sono risolte nella previsione di una terza guerra mondiale fra le due grandi potenze rimaste in lizza.

Questo momento di attesa è come la calma che interviene quando ogni speranza è svanita. Noi non speriamo più nel futuro ristabilimento del vecchio ordine mondiale con tutte le sue tradizioni, o nella reintegrazione delle masse di cinque continenti, che sono state gettate nel caos prodotto dalla violenza di guerre e rivoluzioni e dalla progressiva disintegrazione di quanto era stato risparmiato. Nelle condizioni e circostanze più disparate assistiamo allo svolgimento degli stessi fenomeni: mancanza di patria su una scala senza precedenti, sradicamento in una profondità inaudita.

Mai il nostro futuro è stato più imprevedibile, mai siamo stati tanto alla mercé di forze politiche che non si può confidare seguano le norme del buon senso e del proprio interesse, forze che danno l’impressione di pura follia se giudicate coi criteri di altri secoli. E’ come se l’umanità si fosse divisa fra quelli che credono nell’onnipotenza umana (ritenendo che tutto sia possibile purché si sappia come organizzare a tale scopo le masse) e quelli per cui l’impotenza è diventata la maggiore esperienza della loro vita.



Sul piano dell’indagine storica e del pensiero politico prevale in genere il consenso, sia pure in modo mal definito, sul fatto che la struttura essenziale di ogni civiltà è sul punto di rottura. Benché possa sembrare meglio preservata in certe parti del mondo che in altre, essa non può fornire la guida allo sfruttamento delle possibilità del secolo, o un’adeguata risposta ai suoi orrori. Speranza ingiustificata e disperato timore sembrano spesso più vicini al centro di tali avvenimenti che il giudizio e la visione improntati ad equilibrio. Gli avvenimenti fondamentali del nostro tempo sono efficacemente dimenticati tanto da quelli che credono nell’inevitabile rovina quanto da quelli che si sono abbandonati a un cieco ottimismo.

Tanto è il pessimismo in quest’amaro sfogo del filosofo Hannah Arendt, che si può leggere nella prefazione alla prima edizione del 1951, terminata già nel 1949, del suo saggio 'Le origini del Totalitarismo'. Lo sfogo è amaro, ma non si abbandona cieco a se stesso; come già si può vedere dagli ultimi passi del tratto citato, la Arendt ha ancora un impeto verso l’attività; indegno è solo colui che non analizza ciò che è successo con criticità e su tutti i fronti, prescindendo da ogni pregiudizio ideologico. Ciò si può chiaramente intuire dal passo successivo:

Questo libro è stato scritto su uno sfondo di ottimismo e disperazione sconsiderati. Esso ritiene che progresso e rovina siano due facce della stessa medaglia; che entrambi siano articoli di superstizione, non di fede. E’ stato scritto nella convinzione che sia possibile scoprire il segreto meccanismo in virtù del quale tutti gli elementi tradizionali del nostro mondo spirituale e politico si sono dissolti in un conglomerato, in cui ogni cosa sembra aver perso il suo valore specifico ed è diventata irriconoscibile per la comprensione umana, inutilizzabile per fini umani. Quella di cedere al mero processo di disintegrazione è diventata una tendenza irresistibile, non solo perché esso ha assunto l’equivoca grandezza di 'necessità storica', ma anche perché ogni cosa ad esso estranea ha cominciato ad apparire inanimata, esangue, insignificante e irreale.

La convinzione che tutto quanto avviene sulla terra debba essere comprensibile all’uomo può condurre ad interpretare la storia con grandi luoghi comuni. Comprendere non significa negare l’atroce, dedurre il fatto inaudito da precedenti, o spiegare i fenomeni con analogie ed affermazioni generali in cui non si avverte più l’urto della realtà e dell’esperienza. Significa piuttosto esaminare e portare coscientemente il fardello che il nostro secolo ci ha posto sulle spalle, non negarne l’esistenza, non sottomettersi supinamente al suo peso. Comprendere significa insomma affrontare spregiudicatamente, attentamente la realtà, qualunque essa sia. In questo senso deve esser possibile affrontare e comprendere il fatto straordinario che un fenomeno così piccolo (e nella politica mondiale così insignificante) come la questione ebraica e l’antisemitismo sia potuto diventare il catalizzatore, prima, del movimento nazista, poi di una guerra mondiale, e infine della creazione delle fabbriche della morte. O il grottesco divario fra causa ed effetto che inaugurò l’era dell’imperialismo, quando le difficoltà condussero in pochi decenni a una profonda trasformazione delle condizioni politiche in ogni parte del mondo. O il curioso contrasto fra il cinico 'realismo' professato dai movimenti totalitari e il loro palese disprezzo per l’intero tessuto della realtà. O l’irritante incompatibilità fra l’effettivo potere dell’uomo moderno (così grande da permettergli di mettere in forse la stessa esistenza del suo universo) e la sua incapacità a vivere in un mondo creato dalla sua forza e a comprenderne il senso.

Il tentativo totalitario di conquista del globo e di dominio totale è stato un modo distruttivo per uscire dal vicolo cieco. La sia vittoria poteva, e può, coincidere con la distruzione dell’umanità; dovunque ha imperato, esso ha cominciato a distruggere l’essenza di uomo. Ma voltare le spalle alle forze distruttive del passato non serve a nulla.

Il nostro periodo ha così stranamente intrecciato il bene col male che senza 'l’espansione per l’espansione' degli imperialisti il modo non sarebbe mai diventato tutt’uno; senza l’invenzione della borghesia, il 'potere per il potere', non si sarebbe mai scoperta l’estensione della forza umana; senza il mondo fittizio dei movimenti totalitari, in cui sono venute in luce con ineguagliata chiarezza le incertezze essenziali del nostro tempo , noi saremmo forse stati spinti verso la rovina senza neppure renderci conto di quel che stava accadendo.

E se è vero che nelle fasi finali del totalitarismo appare un male assoluto (assoluto perché non lo si può più far derivare da motivi umanamente comprensibili), è altresì vero che senza di esso non avremmo forse mai conosciuto la natura veramente radicale del male.



L’antisemitismo (non il semplice odio contro gli ebrei), l’imperialismo (non la semplice dittatura), il totalitarismo (non la semplice dittatura) hanno dimostrato, uno dopo l’altro, uno più brutalmente dell’altro, che la dignità umana ha bisogno di una nuova garanzia che si può soltanto in un nuovo principio politico, in una nuova legge sulla terra, destinata a valere per l’intera umanità pur essendo il suo potere strettamente limitato e controllato da entità territoriali nuovamente definite.

Non possiamo più permetterci il lusso di prendere quel che andava bene in passato e chiamarlo semplicemente retaggio, di scartare il cattivo e considerarlo semplicemente un peso morto che il tempo provvederà a seppellire nell’oblio. La corrente sotterranea della storia occidentale è finalmente venuta alla superficie usurpando la dignità della nostra tradizione. Ecco perché tutti gli sforzi compiuti per evadere dall’atmosfera sinistra del presente nella nostalgia per un passato ancora intatto, o nell’oblio anticipato di un migliore futuro, sono vani.

Questa è la condizione comune a tanti intellettuali del nostro secolo. Questa, a mio parere, è la convinzione che contraddistingue gli intellettuali del nostro secolo che hanno sposato l’onestà come punto cardinale del loro pensiero; di quegli uomini che, pur rimanendo fedeli alle loro idee politiche, non hanno potuto chiedere gli occhi di fronte ai corpi straziati nei gulag siberiani, non hanno potuto impedire che le terrificanti urla provenienti dai lager raggiungessero le loro orecchie.

Ma prima di esaminare come si siano espressi questi uomini, non possiamo prescindere da una definizione più dettagliata del fenomeno totalitarismo.

L’età dei Totalitarismi

2 + 2 = 5

sectiunello affisso a Mosca durante il primo piano quinquennale.

L’età dei totalitarismi è, soprattutto, l’arco di storia compreso tra le due guerre mondiali. Per totalitarismo s’intende un sistema politico sociale (cioè l’organizzazione complessiva di una società) che tende a mettere in pratica un’ideologia totalitaria, traducendola nelle forme di governo, nelle leggi, e nei costumi, nella cultura diffusa, nell’insieme dei rapporti sociali. Il totalitarismo può essere quindi definito un’ideologia totalitaria realizzata: non deve perciò essere confuso con l’assolutismo o con la dittatura, sebbene abbia assunto di regola forme assolute o dittatoriali.

Ma il fenomeno dei totalitarismi si collega e in parte dipende da altri fenomeni storici più generali e di più lunga durata, ai quali è necessario dedicare qualche parola. Uno di questi è il profilarsi, nel primo dopoguerra, di movimenti sociali e civili di massa, cioè quei movimenti che mobilitano e coinvolgono estesi gruppi sociali, per il raggiungimento di comuni obbiettivi determinati da una comune ideologia. Alla base dei movimenti di massa stavano le trasformazioni provocate dalla società industriale, a base capitalistica, che produceva due effetti contrastanti. Da un lato tendeva a uniformare il corpo sociale, sia uniformando i prodotti che uscivano dal sistema industriale ed estendendone il consumo, sia uniformando, per quanto possibile, le abitudini, le aspettative, gli stili di vita di strati sociali sempre più estesi (grande influenza dei mass-media).Dall’altro lato, la società industriale, almeno ai suoi inizi, tendeva ad accrescere i conflitti, perché creava diversità e dislivelli tra gruppi e classi sociali, e nello stesso tempo forniva loro gli strumenti e le occasioni per prendere coscienza dei comuni problemi e per agire in modo organizzato. Così, per fare degli esempi, quegli stessi mezzi di comunicazione che potevano servire ad uniformare i modi di pensare e di vivere, potevano anche servire per diffondere messaggi alternativi o rivoluzionari; quella stessa fabbrica che rendeva uniforme la vita di migliaia di operai, poteva diventare il luogo in cui essi si organizzavano in modo solidale per far valere le proprie rivendicazioni. La guerra mondiale, che aveva imposto una disciplina autoritaria alle masse combattenti, aveva anche alimentato molteplici impulsi verso un nuovo ordine politico sociale.

Da quanto detto derivano due conseguenze importanti. La prima è che nelle società industriali venivano assumendo un’importanza crescente le organizzazioni, cioè le strutture stabili della vita collettiva, che davano forma alle masse, raccogliendole e indirizzandole. Sotto questo aspetto il passaggio tra il XIX e il XX secolo fu segnato dalla tendenziale prevalenza delle organizzazioni sugli individui, o almeno dall’emergere di un dualismo tra la vita individuale e quella organizzata. La seconda conseguenza è che i movimenti di massa mutarono alla radice i termini in cui si era svolta sino allora la lotta politica. Il cammino compiuto dalle società industriali rese anacronistica la concezione della politica e del governo degli Stati riservati a gruppi sociali più o meno ristretti. Nel dopoguerra fecero irruzione nella politica i ceti e le classi che ne erano rimaste ai margini: la piccola borghesia, gli operai, i contadini.




Questo fatto cambiò i soggetti e gli strumenti della politica, e in qualche misura ne modificò anche i fini e gli obiettivi.

Cambiò i soggetti politici, perché la scena venne occupata stabilmente dai partiti di massa. Essi si differenziavano dalle forme politiche dell’età precedente per il fatto di avere una struttura organizzativa stabile e capillare, una diffusa militanza di base e un’ideologia di riferimento che ne costituiva il principale fattore d’identità.

Cambiarono anche gli strumenti della politica. In un tale cambiamento esercitò un ruolo fondamentale la somma di esperienze compiute durante la prima guerra mondiale. Un primo effetto dell’esperienza bellica fu il trasferimento dell’uso della violenza organizzata dalla sfera militare a quella della lotta sociale e politica. Un secondo effetto fu l’uso della proanda come strumento di mobilitazione delle masse a fini politici. Un terzo effetto fu l’emergere di capi politici che istituivano un rapporto diretto con le masse, simile al rapporto esistente in guerra tra ufficiali e truppe.

Vi è infine da considerare che l’irruzione delle masse nella politica tendeva anche a modificarne i fini e gli obiettivi. Terminava l’epoca in cui i fini della politica e del governo erano quelli definiti, in linea teorica, dalla cultura e dalla tradizione liberale: convivenza civile, difesa, potenza nazionale, ordine pubblico, giustizia e amministrazione, promozione dell’istruzione popolare. Le nuove attese si erano tradotte, nel dopoguerra, in una diffusa aspirazione ad un nuovo ordine. Alla base di questa richiesta stava anzitutto l’idea di una diversa ripartizione del potere politico; c’era, quindi, una pressante richiesta di democrazia politica.

Ma proprio in tema di democrazia le strade si divaricarono radicalmente. Da una parte si collocarono i movimenti che, ispirandosi ai principi della democrazia rappresentativa, puntavano innanzitutto ad un allargamento della sua base sociale, a una profonda riforma dei suoi istituti, a un rinnovamento per vie parlamentari, a un più incisivo intervento da parte dello stato sul piano sociale. Obiettivi completamente diversi si proposero i movimenti e i partiti per i quali la democrazia rappresentativa era un simulacro di democrazia, una semplice copertura data al predominio delle classi e dei ceti dominanti (come affermava la sinistra rivoluzionaria), oppure era un fattore di disgregazione dell’unità, della compattezza e della forza dello Stato nazionale (come affermava la destra nazionalistica)

Ora la politica dilatava i propri confini e questa dilatazione raggiunse il suo culmine nelle ideologie totalitarie. Nelle ideologie totalitarie la politica si proponeva fini ultimi e supremi, che riguardavano non solo l’ordine sociale o l’organizzazione degli Stati, bensì l’uomo nella sua interezza e tutto il sistema di valori che ne dovevano orientare la vita, anche privata. Esse proclamavano come fine della politica la creazione di un uomo nuovo. La politica si assumeva pertanto aspetti sacrali, si alimentava di riti e di miti collettivi, penetrava nella sfera delle coscienze, richiedeva una dedizione totale e incondizionata, era autorizzata a servirsi di qualunque mezzo. In questo senso le ideologie totalitarie sono state definite religioni secolari, in quanto proponevano ai loro seguaci una salvezza terrena, cioè la realizzazione di un ordine perfetto in nome di valori supremi, ai quali tutti gli altri dovevano venire subordinati. Le ideologie totalitarie erano diverse tra loro in quanto ai contenuti e ai valori proclamati, ma erano simili in questo assegnare alla politica un significato di assolutezza e di totalità. Per questo motivo tutte si presentano come ideologie aggressive e ideologie intolleranti.


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