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DAL POPOLO-NAZIONE AL POPOLO-RAZZA: IL CONCETTO DI “POPOLO” NELL’800 E NEL ‘900

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Il concetto di “popolo-nazione” nasce, insieme al concetto di “classe”, durante l’Ottocento, per interpretare il senso della storia e della società. In contrapposizione alle tendenze cosmopolite ed universalizzanti tipiche dell’Illuminismo, nacque infatti, in pieno Romanticismo, il concetto di “nazione” intesa come senso della singolarità di ogni popolo e, quindi, come insieme di genti legate da una comunanza di tradizioni storiche, lingua, costumi, religione. In Italia i romantici sentirono che amare la patria, in quel momento, significava riconoscerne obiettivamente la decadenza ed individuarne le cause, per tentare di superarla, e che fine della letteratura era ridestare l’anima del popolo e reinserirlo nella vita e nella storia. Gli intellettuali romantici furono, dunque, i propugnatori del Risorgimento nazionale e vollero essere guida di una nazione rinnovata da una cultura nuova, liberale, patriottica, democratica. La letteratura romantica, oltre ad essere moderna e nazionale, doveva essere “popolare” e, quindi, adeguata alle esigenze di un pubblico nuovo e più vasto.

“Classe” e “nazione” davano luogo a immagini diverse della realtà storica, vedendosi in essa come dominante, nel primo caso, lo scontro tra gli interessi antagonistici delle forze sociali, ossia la lotta tra classi, tra sfruttati e sfruttatori, e, nel secondo, lo scontro ­tra popoli ciascuno dei quali ha una propria fisionomia etnica e vuole affermare ­la propria autonomia politica. In entrambi i casi si trattava di una visione dinamica, collegata con esigenze di emancipazione o del proletariato o delle na­zionalità oppresse; per esempio, secondo l'impostazione di Augustin Thierry, di cui sentì l'influenza anche Manzoni, l'originaria distinzione etnica serve a spiegare ­anche la disuguaglianza sociale: dai conquistatori discendono i gruppi sociali di maggior potenza e prestigio, ma l'interesse dello storico deve piuttosto rivolgersi ­a esplorare la vita oscura e in gran parte ignota delle masse conquistate. È vero però che la storia dei popoli finiva per conurarsi come una vicenda di invasioni e conquiste, di oppressori e oppressi, di gruppi etnici forti o deboli, che ci porta vicini all’immagine di una lotta tra razze. Esisteva, infatti, da molto tempo un terzo modello interpretativo, operante in profondo nella cultura occi­dentale: il modello razzistico, secondo il quale gli umani sono distinti e classificati con un criterio che si presume biologico e la storia è vista come necessario dominio delle razze superiori, le quali tuttavia non cessano di essere esposte alla minaccia di processi degenerativi per la presenza e la pressione delle razze inferiori. ­Il modello di cultura razzistico ha i seguenti tratti peculiari: visione classificatoria ­e gerarchizzata dei gruppi umani; attribuzione di un carattere naturale e perciò necessario alla disuguaglianza che si è formata storicamente; tendenza alla staticità, dato che una gerarchia di ruoli e di potere fondata sulla separazione tra razze non ammette passaggio dall’inferiore al superiore, e quindi tendenza a riconoscere nell'“ordine” (ciascuno al suo posto) un valore sociale supremo; culto della purezza razziale e timore della contaminazione, che potrebbe avvenire so­prattutto attraverso le mescolanze di «sangue»; quindi, ossessive fantasie sessuali e ­moltiplicazione dei divieti relativi ai matrimoni e ai contatti misti. L'archetipo, per­ così dire, del razzismo occidentale fu fissato in base alla contrapposizione bianco/nero, che si sviluppò nel corso dell'espansione coloniale europea e della grande razzia di popolazioni africane nei secoli XVI-XVIII, radicandosi soprattutto nei paesi, come il Sud degli Stati Uniti, in cui essa serviva a giustificare nella coscienza comune il persistente dominio del bianco. Ma è nel tardo Ottocento che, mentre con il positivismo e l'evoluzionismo veniva posto il problema della classificazione in termini scientifici dei gruppi umani, l'ineguaglianza delle razze divenne il fondamento anche di ideologie e di teorie storico-filosofiche. Va sottolineato che quest'uso del concetto di razza non ha nulla di scientifico: esso con­siste semplicemente nell'associare l'idea della superiorità razziale ad alcune caratteristiche morfologiche e inoltre alla registrazione dei rapporti di forza: sono considerati di razza superiore i popoli storicamente vittoriosi. La vera novità fu che si comincio ad avere una iper-applicazione del modello: l'uomo bianco applicò a se stesso le distinzioni e le gerarchie razziali, inventando un tipo ideale, quello dell'«ariano», e all'estremo opposto una razza «paria», quella dell'ebreo, e trasformando così l’antisemitismo, che da sempre era almeno latente in Europa, da fenomeno giustificato con argomentazioni religiose o culturali o economiche in fatto viscerale, autorizzato da una differenza di natura. Il nazismo, cioè il regime di tipo fascista più coerente e, nel suo genere, sofisticato, volle ­attuare la teoria, perseguendo nei fatti con assoluta fedeltà alle dichiarazioni programmatiche e con burocratica e tecnocratica precisione lo sterminio degli ebrei e di altre razze inferiori, tra cui gli zingari e gli slavi; e applicando lo stesso schema ideologico anche ad alcune categorie di avversari politici, come i comunisti, equiparati ai “subumani”.

La dottrina razziale nazista, che fu esposta da Hitler nell'opera in parte autobiografica “Mein Kampf”, ossia “La mia battaglia”, e fu quindi rielaborata da Alfred Rosenberg nel saggio “Il mito del ventesimo secolo”, si può riassumere in pochi punti. Depositario dei valori è il popolo, la cui identità è definita dai caratteri storici, ossia mentalità e tradizione, e soprattutto dal sangue. Progenitore del vero tedesco è l’ariano, ed è compito della rivoluzione nazista farne riemergere dal passato la supremazia. Modello di vita sociale è la comunità di popolo, cementata dall'affinità razziale e dal cameratismo; ma la comunità di popolo è un’utopia, realizzabile solo attraverso l'incessante rieducazione dei lavoratori fuorviati dall'influenza dei loro capi ebrei-marxisti: di un unico complotto ebraico-bolscevico sono state conseguenze la decadenza dell'Europa, la rivoluzione in Russia, la sconfitta militare della nazione tedesca. Oltre al sangue è il suolo che forma la nazione tedesca: la Germania ha bisogno di uno spazio vitale che le consenta di non dipendere economicamente da altri.



A dominare gli uomini, secondo Hitler, «sarà chiamata una razza superiore, una razza di padroni, che disporrà dei mezzi e delle possibilità di tutto il globo». Il progetto razziale comprende perciò una fase distruttiva, consistente nella eliminazione degli avversari, degli irrecuperabili e dei minorati, degli ebrei e nell’assoggettamento delle altre razze, e una fase costruttiva, consistente nell’incremento demografico dei veri ariani e nella loro espansione nel mondo: in questa fase svolgono una funzione primaria le donne, a cui il nazismo assegna ruoli e schemi comportamentali premoderni, vedendole quasi esclusivamente come riproduttrici.

L'antiegualitarismo, che si esprime nella dottrina razziale, caratterizza in senso ideologico anche i rapporti interni alla società tedesca: sancisce l'inferiorità naturale delle donne, stabilisce differenze tra la gente comune e i membri del partito, tra questi e il corpo selezionato delle “ss”, le squadre di protezione, perfetti esemplari ariani. Al vertice, chi fa parte del gruppo dirigente può permettersi rispetto all’ideologia ufficiale un'adesione più o meno convinta, che va dal fanatismo­ mistico di Himmler all'ossequio soltanto formale di Goring; per quel che ne sappiamo tuttavia il principio di fondo, vale a dire la fiducia nella superiorità razziale germanica, fu condiviso da tutti.

A questo punto occorre chiedersi se, a distanza di circa settant’anni dall’affermarsi della concezione nazista, abbia ancora senso, in una società cosmopolita e globale come quella attuale, parlare di “nazione”. Oggi viviamo due fenomeni opposti: quello di globalizzazione e quello di tribalizzazione; cioè man mano che cresce il “villaggio globale”, cresce anche il villaggio delle “tribù”: basti pensare a fenomeni quali i localismi e le leghe. È necessario un termine medio che possa equilibrare tra questa voglia di disperdersi nel cosmo e questa voglia di chiudersi in casa e di trincerarsi nella tribù. E perciò è utile ancora il valore della nazione, ma oltre che utile è giusto perché tutti noi abbiamo un repertorio di tradizioni, di radici, di memorie collettive da conservare e tutelare. La nazione è un valore che non possiamo cancellare. Dobbiamo imparare a convivere con l’idea di patria, ma coniugandola non più con l’idea di aggressività verso le altre patrie, che può degenerare in pericolosi nazionalismi, ma con l’impegno di riconoscere e rispettare, nelle loro diversità e specificità, le altre identità nazionali. Il cosiddetto “sogno multietnico” è, appunto, la speranza di iniziare il prossimo millennio fuori dalla angosciante ambivalenza dei nostri giorni per cui metà del mondo si illude di aver superato ormai ogni diversità, e l’altra metà ancora si affronta barbaramente in nome delle differenze di razza, religione, cultura, abitudini e altro ancora. Non è la speranza illusoria di ritrovarsi tutti uguali, ma quella più concreta di imparare a rispettarsi davvero nelle reciproche diversità e nelle diverse ricchezze culturali. La speranza insomma di coniugare dialetticamente la globalizzazione e il localismo. Il globale, in questa visione, può rispettare il locale, e viceversa.




 






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