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I Galli e la battaglia di Alesia

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 I Galli e la battaglia di Alesia


I GALLI

La società gallica




La società era divisa in tre livelli: al I livello apparteneva il druido anche chiamato Virgobrete che un uomo di legge, di scienze esoteriche, indovino, conoscitore degli astri e della natura e medico.

Al II livello apparteneva il cavaliere cioè un uomo di potere economico, politico e militare, cui fonte di ricchezza era il bestiame ed il commercio.

Al III livello apparteneva il popolo cioè tutti i servitori.

La società gallica in Irlanda si sviluppò in pieno, tanto che si formarono più livelli: re, druidi, nobili inferiori, contadini(cioè i possessori di terre), bardi(ceto borghese) e gli artigiani. Con l’avvento del Cristianesimo i poteri dei druidi aumentarono: infatti essi divennero Anacoreti assumendo il ruolo di consiglieri della chiesa celtica, che fu per molto tempo in contrasto con quella romana.

Dopo il periodo di La Tene le comunità galliche si identificavano in gruppi economici dove tutti vivevano per quella o quelle attività  che un signore locale gestiva. Per questo quando un cavaliere decideva di combattere, tutto il popolo si preparava, poiché ere in giuoco la sua stessa sopravvivenza.

In seguito i gruppi economici si identificarono dando vita a delle tribù divise in base al territorio che abitavano.

I Galli a differenza dei Romani preferivano convivere con la natura, piuttosto che dominarla.

Nella società gallica il maschio era espressione di vigore e forza e viveva insieme agli altri maschi, finché non era il tempo di sposarsi, per cui si avvicinava alle donne, con cui avrebbe vissuto insieme, continuando comunque a frequentare comunità maschili. Le donne, a loro volta, vivevano in gruppi separati dagli uomini. Esse esprimevano il coraggio e la tenacia, per questo avevano grande rispetto per loro ed erano molto legati ad esse.

Gli uomini gallici amavano le feste, dove si raccoglievano insieme raccontando favole e saghe. I riti comunitari dove molte volte avvenivano duelli mortali, prediligevano il bere ed il mangiare in particolare il maiale arrosto. Inoltre secondo la tradizione, un buon celtico, oltre ad essere un bravo guerriero, doveva essere eloquente. Di solito in battaglia il guerriero celtico si dipingeva il volto di vari colori, urlava sia perché  voleva spaventare il nemico, sia per esprimere il proprio vigore di cui andava fiero.

Amava radersi e viveva a contatto con la natura.

Attività

Il popolo Gallico era prettamente nomade.

I Galli furono i primi ad introdurre l’uso dei pantaloni, chiamate brache, infatti era molto abili nella tessitura e nella tintura delle vesti.

Erano anche molto abili nella lavorazione dei minerali e conoscevano varie tecniche di fusione; erano anche capaci nella cottura del vetro e nell’uso dello smalto e dell’ambra.

I Galli erano molto dediti all’allevamento del bestiame ed in particolare di mucche e pecore:da queste ultime ricavavano la lana.

Erano soprattutto degli abili guerrieri. Per le battaglie usavano splendidi elmi piumati e a volte corazze, poiché preferivano combattere nudi. Le spade celtiche erano corte ed in seguito divennero più lunghe e decorate con pietre preziose.

Prima di andare in battaglia usavano colorarsi il viso e dopo aver danzato si gettavano nudi addosso al nemico e dimostrare tutto il loro vigore. Nelle battaglie prediligevano il corpo a corpo ed il I primo assalto. Il primo re celtico che si rese conto che bisognava adottare una strategia per combattere fu Vergingetorige: infatti i galli andavano in battaglia senza adottare alcuna tecnica militare. I galli dal punto di vista edilizio, abitavano in villaggi. In seguito con l’influenza di greci ed etruschi cominciarono a costruire case di pietra. Erano soliti commerciare sale, e molti Galli che vivevano in zone marittime svilupparono un abile capacità di navigazione: infatti possedevano delle navi simili a quelle romane. Inoltre lavoravano l’ambra, con le quali arricchivano le loro collane.

I Galli erano grandi amanti del vino e producevano anche la birra. Erano dediti alla manifattura e al commercio.   

Religione

La religione gallica è molto simile alle altre religioni indoeuropee, in particolare a quella scita.

Questa religione si basa su concetti molto semplici: la reincarnazione, la rigenerazione, la risurrezione, l’amore per la natura e la sacralità di alcune piante. I Galli pensavano che gli alberi facessero da tramite con il firmamento, separando gli uomini dagli dei; infatti vicino ad ogni albero erano situati dei boschi sacri, di solito querceti. La morte per i Galli era una breve pausa. Infatti credevano nella reincarnazione e amavano la natura perché si poteva rinascere sotto altre forme di vita. Per simboleggiare il concetto di rigenerazione, concetto per loro fondamentale, usavano la croce celtica. Anche il concetto di reincarnazione è fondamentale perché indicava che la vita era eterna e che si poteva scongere la morte. Dunque il celtico non si preoccupava di morire in battaglia, anzi riceveva più onore,  tanto poi tornava in vita. I guerrieri andavano nudi in battaglia perché durante il combattimento entravano in comunicazione con gli dei e il loro calore corporeo aumentava. Per meglio mettersi in contatto con le divinità, inoltre, essi prima della battaglia eseguivano delle danze propiziatorie. I Galli non credevano nel peccato, quindi la loro morale era molto semplice. Collezionavano le teste dei nemici uccisi sia per il loro prestigio, sia perché un nemico rinato senza testa era più debole, e quindi più facile da scongere. La donna era il simbolo della fertilità e del coraggio, molto utile in battaglia, e infatti esisteva una forte venerazione per la madre. Non è escluso che ci fossero inoltre dei druidi di sesso femminile come le sacerdotesse della Britannia o quella di Vix della Baviera.



I druidi erano il centro della vita celtica. Essi si adoperarono anche nella politica: infatti durante la dominazione romana nella Gallia, portarono spesso un sentimento rivoluzionario antiromano. I druidi non erano esenti dal amento delle tasse. Non era obbligatorio il servizio di leva e rappresentavano i veri e propri capi della tribù, e per farsi riconoscere portavano  in mano un falcetto. Inoltre i druidi si riunivano in assemblea, a cui partecipava il Majestix ( il re), che affidava a loro i vari compiti. La religione contava trecentosettantaquattro divinità, molte delle quali erano le copie di altre, per cui se ne contano sessanta e tra queste si ricordano: Teutate, dio barbuto, presente nei riti sacrificali; Beleno corrispondente ad Apollo; Belisama corrispondente a Minerva; Nemetona, dea della guerra. E infine il più importante, Lug, che era rappresentato come un grande druido che sapeva suonare l’arpa, lavorare il ferro, combattere valorosamente e lanciare magie.

Le lingue

Le lingue celtiche sono una sottofamiglia della famiglia linguistica indoeuropea. Geograficamente le lingue celtiche si dividono in due grandi gruppi. Gruppo continentale ( ormai estinto), e gruppo insulare. Le lingue insulari si dividono in due gruppi: il britannico, e il godelico o gaelico. A loro volte queste due lingue sono suddivise. Il britannico comprende:

  • Bretone: la lingua bretone è attualmente parlato in Bretagna. Nacque fra il IV e il VI sec tra gli esuli in fuga dal Galles. Il bretone fu riconosciuto come materia scolastica negli ultimi cinquant’anni di questo secolo;
  • Cornico: il cornico, un tempo lingua della Cornovaglia, è estinto sin dalla fine del XVII sec nonostante recenti tentativi di riportarla in vita;
  • Gallese: il gallese, detto cymraeg o cimirico (da Cymru, “Galles”) dei suoi parlanti è la lingua originaria del Galles ed è la più diffusa delle lingue celtiche. Organizzazioni come la società della lingua Gallese hanno preservato la lingua dall’estinzione e si stanno battendo per farla riconoscere ufficialmente accanto all’inglese. La grafia è fonetica, cioè rappresenta in modo non ambiguo i singoli suoni della lingua;                                   

Mentre il gaelico comprende:

·        Irlandese: l’irlandese, o gaelico irlandese, è la più antica lingua del gruppo gaelico. L’irlandese, che in origine era un lingua altamente flessibile conserva essenzialmente solo due casi: il nominativo e il genitivo, mentre il dativo sopravvive nel singolare dei nomi femminile. È parlato principalmente nella Rep. d’Irlanda, ove è la lingua ufficiale;

·        Gaelico scozzese: verso il V sec invasori portarono una forma di Gaelico in Scozia, dove sostituì la vecchia lingua, quella britannica. L’alfabeto dell’irlandese, di diciotto lettere, è identico a quello scozzese. Il Gaelico scozzese usa quattro casi: nominativo, genitivo, dativo e vocativo;

·        Mannese: La lingua dell’isola di Man è considerata un dialetto del gaelico scozzese con forti influssi norvegesi.

Queste lingue nel corso della storia si estesero dalla Gallia e dalla Germania occidentale a parte della Sna, delle isole Britanniche e dell’Italia settentrionale.

Successivamente l’espansione dei Romani da sud e la pressione dei popoli germanici da est ebbero come conseguenza la ssa totale del Gaelico continentale e sopravvissero soltanto i gruppi britonico e gaelico nelle isole britanniche.

Le regole di pronuncia in tutte le lingue celtiche sono estremamente complicate; la grafia generalmente complicate, la grafia generalmente non corrisponde alla pronuncia o le consonanti iniziali cambiano in base al suono della parola che precede.



Tutte le lingue celtiche moderne usano l’alfabeto latino. Possiedono solo due generi: maschile e femminile. All’inizio della frase mettono sempre il verbo, esprimono il complemento d’agente sempre per mezzo del verbo passivo impersonale.   

Arte

Nonostante il maggiore sviluppo dell’arte celtica sia datato tra il V sec e il IV sec, queste date non sono ancora certe. La durata di queste tradizione è dovuta alla capacità di adattamento dei disegni decorativi. Gli artigiani nella decorazione degli oggetti ricorsero a vari motivi come ad esempio nodi, intrecci e spirali.

Sicuramente la civiltà di La Téne fu quella che si sviluppo maggiormente nel campo artistico. Sono state individuate quattro tendenze principali: lo stile arcaico, lo stile di Waldalgesheim, lo stile plastico e lo stile delle spade.

Lo stile arcaico, che nacque probabilmente dopo il 480 a.C., è caratterizzato da una predilezione per i motivi decorativi classici e orientali; lo stile di Waldalgesheim, nato dopo il 350 a.C., ebbe un’evoluzione nel campo della gioielleria e degli accessori dei carri durante l’espansione celtica; dopo il 290 a.C., troviamo lo stile plastico, in cui gli artisti accentuarono maggiormente la tridimensionalità nelle loro composizioni; dopo il 190 a.C. si diffuse l’ultimo stile, quello delle spade, associato alle incisioni che arricchiscono le impugnature e i foderi di alcune spade. La maggior parte dei reperti trovati che riguardano il periodo di La Téne, è costituita da accessori cerimoniali o oggetti sacrificali. Le armature cerimoniali erano tra gli oggetti più usati per le offerte votive; i maggiori reperti ritrovati dagli storici sono spade ed elmi. I due più interessanti elmi trovati erano coperti da foglie d’oro, ornati da volute e intarsiati con corallo e vetro colorato. I Celti raggiunsero l’equilibrio tra funzionalità e ostentazione: infatti, per il combattimento, usavano grandi e pesanti spade, le cui grandi else erano riccamente decorate. L’impugnatura poteva essere rivestita con foglie d’oro e intarsiata con materiali preziosi come ambra ed avorio.

La battaglia di Alesia

Con la spedizione in Britannia, Cesare aveva conquistato il territorio fino al Tamigi, e sarebbe andato avanti se non fosse giunta la notizia che in Gallia era scoppiata una rivolta. Sbarcato sul continente sconfisse la tribù degli Eburoni, coloro che avevano preso l’iniziativa rivoluzionaria, e lasciò nei loro territori a Nord il grosso del suo esercito, tornando con una piccola scorta in Lombardia.



Era appena arrivato però che fu richiamato in Gallia per una questione grave.

Infatti, nel 52 a.C., sei anni dopo il suo arrivo in Gallia, doveva soffocare una vera e propria coalizione anti-romana di tutte le tribù galliche, per la prima volta unite, guidate da Vercingetorige, re degli Arverni. Dopo essersi riunito con il grosso del suo esercito disposto a Nord, sconfisse separatamente gli àvari e i Cenabi.

Si accorse però di essere in un territorio ostile, schiacciato uno a dieci dai nemici.

Giocando il tutto per tutto sconfisse Vercingetorige a Digione e lo confinò nella città di Alesia ( l’attuale Alise-Sainte-Reine).

Subito i Romani posero l’assedio alla città, mentre i Galli scavavano fossati ed erigevano muri appena fuori della città per ostacolare gli assedianti e Vercingetorige inviava messaggeri per esortare tutti i capi della Gallia a formare un grande esercito per attaccare Cesare alle spalle.

La battaglia di Alesia, nel complesso durò tre giorni. Gia prima della battaglia  iniziarono i problemi per assediati e assedianti: si cominciava a patire la fame. Per prendere tempo gli assediati spedirono fuori dalla città i Mandubii, proprietari della città, perché erano inadatti al combattimento; questi si offrirono come prigionieri dei Romani, che però li rimandarono in città perché anche loro soffrivano la fame.

Nel frattempo giunse l’esercito di soccorso gallico, comandato da Commio, che si preparò alla battaglia contro le legioni romane, accampandosi a poca distanza da esse.

Il giorno dopo Commio da il segnale di attacco; il suo schieramento avanza però senza un ordine: infatti davanti a tutti c’è la cavalleria, mischiata però alla fanteria leggera e arceri, mentre dietro segue il grosso dell’esercito, formato dalla fanteria pesante.

Giulio Cesare non perde il controllo: contro Commio manda la sola cavalleria per aggirare l’esercito gallico ai lati, mentre piazza la fanteria a ridosso del muro per evitare che Vercingetorige e Commio si incontrino. La mossa di Cesare è astuta e lo porta alla vittoria: infatti, mentre i legionari respingono i Galli che escono dalla città, la cavalleria mette in fuga l’esercito di Commio. In questo modo termina, a favore dei Romani, il primo giorno di battaglia.

Il giorno seguente, il re degli Arverni prova di nuovo a fare una sortita dalla città ma, nonostante l’espediente di un finto attacco in un altro punto della linea difensiva romana, è nuovamente costretto a rifugiarsi nella città di Alesia a causa delle legioni guidate da MarcAntonio e Gaio Trebonio. Anche Commio è costretto a ripiegare, dopo aver subito gravi perdite nei suoi accampamenti.

Tra il secondo e il terzo giorno di battaglia, grazie all’oscurità della notte, un esercito di cinquantamila Galli comandati da Vercassivellauno’ esce dalla città e riesce a posizionarsi sopra le alture a Nord di Alesia e di conseguenza ha la possibilità di attaccare dall’alto il presidio formato da due legioni romane al comando di Gaio Antistio Regino e Gaio Caninio Rebilio.

A mezzogiorno i Galli sferrano l’attacco e costringono Cesare a prendere in mano il comando delle operazioni a causa dello sbandamento delle truppe causato dalla sorpresa.

Nel frattempo Vercingetorige prova quella che sarà la sua ultima sortita per provare a congiungersi con Vercassivellauno. Per evitare ciò Cesare manda contro quest’ultimo sei coorti, più di mezza legione, agli ordini di Labieno, mentre contro Vercingetorige scatena la potenza delle legioni di Giunio Bruto e Gaio Fabio.

La cavalleria pesante romana protegge la fanteria che nel mentre attacca, e la cavalleria leggera attua un accerchiamento delle truppe nemiche. Migliaia di Galli cadono uccisi, mentre altrettanti fuggono; Vercassivellauno viene fatto prigioniero proprio mentre stava per fuggire; Vercingetorige , per evitare di essere catturato anche lui, si rifugia per la  terza e ultima volta ad Alesia.

Il giorno dopo, il capo dei Galli capendo di non essere più in grado di combattere e, gettando le armi davanti a Cesare, si arrende chiedendo la grazia per i suoi uomini. Cesare la concesse alla città, però divise i ribelli gallici ai legionari come bottino di guerra. Dopo un anno lo sfortunato capitano venne condotto a Roma, in catene dietro il carro di Cesare, che viene osannato come un grande trionfatore dal popolo dell’Urbe. Dopo sei anni di reclusione nel carcere Mamertino di Roma, Vergingetorige verrà assassinato da uno schiavo su comando di Cesare.

Stando alle forze in campo, i Galli avrebbero dovuto prevalere sull’esercito di Cesare; infatti i Galli potevano contare su un esercito immenso: circa duecentocinquantamila uomini, mentre Giulio Cesare poteva contare sulla forza di dieci legioni, circa sessantamila uomini, già stremati dalla battaglia di Digione.

Quindi le cause della sconfitta dei Galli sono da ricercarsi, secondo Polibio, nella scarsa organizzazione dell’esercito gallico, che basava la sua forza sull’impeto iniziale della battaglia, nella mancanza di tattica militare e nelle armi usate dai guerrieri gallici: piccoli scudi e spade scadenti.

Comunque la causa forse maggiore della sconfitta dei Galli fu dovuta alla mancanza di pazienza e perseveranza: infatti se invece di attaccare avessero atteso la fine delle scorte alimentari romane, avrebbero potuto scongere i Romani con un minimo numero di perdite.

Narra lo stesso Cesare che, se avessero insistito ancora per un giorno, avrebbero vinto.






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