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L’ITALIA DAL 1900 AL 1914

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L’ITALIA DAL 1900 AL 1914

Quadro storico

Dopo le amarezze della repressione del 1898, proprio con l’ondata reazionaria di fine secolo, il Novecento si apre in un clima apparentemente più disteso.

I primi cinquant’anni del nostro secolo vedono grandi mutamenti in tutti i campi e la crisi di ideologie e istituzioni secolari, il sorgere di nuove idee, forze e istituti che nel complesso hanno conferito una nuova fisionomia alla civiltà.

Con il nuovo ministero Giolitti non si parla più di leggi eccezionali e si ristabiliscono i diritti di associazione e di libertà di stampa tanto a giungere addirittura a parlare di diritto di sciopero.

Una politica largamente liberale si raggiunge soprattutto quando Giolitti prende in mano le sorti del governo, che tiene, tranne qualche breve intervallo, fin quasi alla vigilia della prima guerra mondiale.

Uno dei principali intenti di Giolitti è quello di favorire l’elevazione delle classi popolari attuando una notevole legislazione sociale che regola il lavoro delle donne e dei bambini, stabilisce la responsabilità degli imprenditori per gli infortuni sul lavoro, istituisce le Casse di previdenza; egli attua in sintesi riforme tali da apare i bisogni più urgenti delle masse.



Comprendendo pienamente il fatto che lo sviluppo industriale avrebbe conferito maggior peso alle forze lavoratrici, rendendo più consapevole la loro coscienza sociale, tenta di fare in modo  che i problemi si risolvano entro lo Stato onde evitare ogni eventualità di una rivoluzione contro di esso: di qui la legislazione sociale e la ricerca di un’allenza con il socialismo riformista.

I miglioramenti salariali, acquisiti dalle masse popolari, aumentano la capacità di acquisto, che si traduce nell’aumento del benessere e del tenore di vita generale. Il periodo giolittiano risulta essere appunto notevole per la floridezza della nazione.

Si aggiunga il compimento di imponenti opere pubbliche, tra cui l’acquedotto pugliese ed il traforo del Sempione.

La fiducia nelle classi popolari di è comprovata, nel 1911, dalla nuova legge elettorale con il suffragio universale: gli elettori sono portati a da 3 milioni a 8 circa.

Giolitti invita alla collaborazione le due forze rimaste estranee al risorgimento ed ostili allo Stato da esso uscito: socialisti e cattolici, forze ormai avviate a riscuotere sempre maggiori consensi.

Il fallimento di tale intento avrà poi gravi ripercussioni nel primo dopoguerra.

Pur avendo dato frutti apprezzabili la politica giolittiana non raggiunge i suoi scopi finali per alcuni limiti intrinseci (il clientelismo, l’aver favorito il Nord industrializzato non occupandosi abbastanza del Sud), ma anche per il mutamento del quadro politico italiano (sindacalismo rivoluzionario, massimalismo socialista, nazionalismo), delle tendenze economiche (con i liberisti contrari all’intervento dello stato nell’economia), nonché della stessa cultura: Lo scoppio della prima guerra mondiale con la partecipazione dell’Italia al conflitto, segna la sconfitta di Giolitti e la vittoria dell’irrazionalismo.

La cultura

Le tensioni sempre più aspre create dalla politica imperialistica e coloniale tra le grandi potenze europee; le contraddizioni insite nel sistema capitalistico, fonti di conflitti sociali spesso accesi e violenti; il successo dell’ideologia marxista che favorisce la maturazione nel proletariato di una coscienza di classe sempre più solida, il clima politico e sociale nell’insieme fanno sì che si vada approfondendo, soprattutto tra le giovani generazioni, una crescente insoddisfazione per la cultura positivista, che giunge al rifiuto consapevole di ogni forma di razionalismo.

Viene meno l’ottimismo positivista, la fiducia nel prograsso inarrestabile dell’umanità e subentra per contro un pessimismo che sfocia spesso nell’attesa di qualche imminente catastrofe o sciagura (pessimismo per altro accentuato dalle due guerre mondiali), di cui si trova traccia nelle principali opere dell’epoca (Pirandello, Kafka, Mann, Svevo ecc..)

Arte e filosofia convergono i loro interessi ora sull’uomo, sulla centralità dell’uomo come soggetto, insorgendo contro l’accentuata trasformazione tecnologica e il dominio conoscitivo della scienza.

Tornano in primo piano i problemi dell’interiorità, del destino, della funzione dell’uomo nel mondo, mondo in cui l’uomo si muove spinto da recondite sollecitazioni che sfuggono a ogni regolamentazione: si passa in sintesi dal razionalismo all’irrazionalismo, fenomeno che concerne in generale tutta la cultura del primo Novecento e che si concretizza in quella vasta corrente denominata “Decadentismo” e che aveva inoltre trovato precedenti nelle correnti filosofiche dell’irrazionale sorte negli ultimi decenni dell’Ottocento (intuizionismo di Bergson, superomismo di Nietzsche per citarne solo alcuni).




In realtà il sopravvento dell’irrazionalismo è in stretta relazione con la crisi di quegli ideali che avevano costituito il vanto dell’espansione e del primato della borghesia, la quale ormai cominciava a perdere slancio e fiducia nei propri miti anche per le ragioni su esposte.

Nella società industriale gli scrittori si sentono emarginati, il contrasto tra uomo e società, in particolare intellettuale e società si inasprisce sempre di più; allora il poeta invano ricerca la propria funzione, un nuovo rapporto con il pubblico; anziché adoperarsi per offrire soluzioni alle contraddizioni socio-culturali del tempo gli scrittori si sottraggono all’impegno rifugiandosi nell’irrazionalismo e nell’attivismo (D’Annunzio e Futuristi), ora invece si schierano con la borghesia meno evoluta nella ricerca di soluzioni autoritarie (sipensi al caso Dreyfus in Francia , o all’ondata reazionaria di fine secolo in Italia), infine arrivano a riaffermare il valore redentorio della guerra “igiene del mondo”, “bagno di sangue” purificatore (Papini e le riviste fiorentine del primo Novecento, da “Hermes” a “Il Regno”, a “Il Leonardo” a “Lacerba”).

Il Decadentismo finisce per riprendere il soggettivismo romantico esasperandolo; scopre la presenza dell’inconscio nell’uomo; ricerca, al di là dell’apparenza delle cose, una più profonda  realtà che sfugge alla ragione e alla quale ci si può accostare solo attraverso l’intuizione artistica: la poesia è intesa pertanto come immediata illuminazione dell’inconscio, rivelazione di una realtà noumenica che si contrappone a quella fenomenica, tanto  che la poesia stessa si libera da ogni vincolo logico, metrico e stilistico. Il poeta diviene “veggente” e per esprimere la più profonda realtà delle cose si affida a “parole-musica”, simboli, sinestesie.

Nato da un’età di profonda crisi spirituale il Decadentismo esprime la consapevolezza della precarietà della condizione umana con la susseguente scoperta della solitudine dell’uomo che ha di fronte una società ostile ed incomprensibile, che ha difficoltà a comunicare con altri uomini per il polisensismo della parola e l’impossibilità di fissare una volta per tutte la propria identità e quella degli altri. Nasce così l’angoscia esistenziale che poi sfocerà nella corrente filosofica esistenzialista.

Tuttavia il poeta decadente, capace di crearsi un suo mondo grazie all’arte, si sente padrone della sua sorte ed avverte che il suo compito è quello di svelare l’ignoto, da qui i vari atteggiamenti quali il mito del “superuomo” o l’estetismo. Divenendo l’arte “pure atto di vita” e non potendo la vita realizzarsi in tuta la sua essenza che nell’arte, i confini delle due si trasfondono (D’Annunzio, Wilde):

Nell’eterogeneità di atteggiamenti che caratterizza il Decadentismo, incluso quello italiano troviamo un rifugio nella fede con la ura del “santo” per Fogazzaro così come la celebrazione dell’eroismo in D’Annunzio con il suo mito del superuomo; il ritorno alla natura rivista con gli occhi ingenui del “fanciullino” per Pascoli; la rinuncia alla fede e ad ogni altro mito consolatorio e innalzano a protagonista del loro tempo l’”inetto”, l’uomo “senza qualità” ponendosi agli antipodi del superuomo dannunziano.

Esprimendo le aspirazioni della media e piccola borghesia italiana del tempo, borghesia abbandonata a sogni di grandezza e spinta ad un attivismo di tipo irrazionalistico per non affrontare concretamente e consapevolmente i problemi del tempo, D’Annunzio raccoglie maggiori consensi tra tutti.

Non a caso gli ideali dannunziani ispirano Papini e Prezzolini, fondatori delle riviste fiorentine “Il Leonardo”,”La voce”, “Lacerba”, sulle cui ine oltre a trovare espressione tali ideali si accende un dibattito significativo ai fini stessi dell’intervento italiano nella prima guerra mondiale. Si ricordi che “Lacerba”, rivista futurista (e il Futurismo rappresenta la prosecuzione per molti versi degli ideali dannunziani) si scioglie appena dichiarato l’intervento da parte del nostro paese, ritenendo assolto il suo compito primario.

Si può pertanto concludere affermando che il trionfo degli ideali dannunziani favorisce in primis al  partecipazione dell’Italia alla Guerra del 1914-l8, per poi condurre alla vittoria del fascismo propiziata dal poeta stesso.







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