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Questionario di storia - l’indipendenza delle colonie inglesi d’America e la nascita degli Stati Uniti

Questionario di storia - l’indipendenza delle colonie inglesi d’America e la nascita degli Stati Uniti
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1 - Spiega qual era il rapporto giuridico-civile ed economico-commerciale che legava le colonie inglesi d’America alla Madrepatria e perché i coloni non si sentivano considerati e trattati come gli inglesi di Inghilterra.

Nelle colonie inglesi d’America esistevano, le premesse virtuali per uno sviluppo nazionale autonomo: ciò non significava affatto che i coloni intendessero ribellarsi alla madrepatria, alla quale si professeranno fedeli sin quasi alla vigilia della dichiarazione di indipendenza. D’altra parte il sovrano d’Inghilterra Giorgio III di Hannover mise in atto un programma sistematico di corruzione del Parlamento per riuscire nella restaurazione dell’assolutismo, non per questo le pretese del Parlamento nei confronti dei coloni divennero, eccessive e intollerabili: Londra, in sostanza, esigeva che i suoi sudditi d’America contribuissero al amento delle spese dell’impero, dato che questo aveva pur offerto loro, prima e durante la guerra dei sette anni, una valida copertura contro le offensive francesi. Londra ribadiva il monopolio e il divieto a uno sviluppo industriale autonomo delle colonie infatti l’attività economica concessa ai coloni era quella di continuare a rifornire solo l’Inghilterra di materie prime e successivamente di comperare solo dall’Inghilterra i prodotti lavorati, così che i fabbricanti inglesi avevano sempre a disposizione un mercato senza concorrenti. Possiamo quindi affermare che l’Inghilterra si preoccupava, non solo e non tanto dei loro specifici interessi, ma degli interessi globali dell’impero. Né da una parte, né dall’altra esisteva dunque una volontà deliberata di contrasto, e gli stessi singoli incidenti, non erano di per se stessi, di una tale gravità da determinare una crisi senza ritorno. Se dunque, ciò nonostante, si giunse alla completa rottura fra le colonie e la madrepatria, alla dichiarazione d’indipendenza e alla guerra, ciò significa che, al di là dei singoli episodi, agivano ragioni profonde e oggettive, da individuare come cause reali della rivoluzione americana. Il problema si avvia a soluzione se si riconosce che mai le colonie avrebbero potuto svilupparsi sino a diventare il primo nucleo di quella gigantesca realtà che sono gli Stati Uniti d’America, se fossero rimaste inquadrate e soffocate nell’organizzazione imperiale inglese. Naturalmente ciò non implica che i coloni potessero “prevedere l’avvenire”: è però certo che i loro leaders, intuivano le mete prossime del loro sviluppo e se le vedevano precluse dall’ingerenza inglese.



La guerra dei sette anni, cui gli stessi coloni avevano dato un contributo, aveva sradicato la dominazione francese dai territori americani, cosicché i coloni non avevano più quell’assoluto bisogno di protezione che era stato uno dei principali motivi di attaccamento alla patria di origine. Inoltre la cultura illuministica, si diffusasi anche oltreoceano, denunciando l’assurdità delle restrizioni frapposte alla libertà di commercio. A ciò si aggiunsero molteplici iniziative del Parlamento, intese, come abbiamo detto, a imporre anche ai coloni di contribuire alle spese dell’impero: si trattava di imposte indirette su generi che, come la melassa usata per la produzione del rhum, avevano per gli Americani un’importanza notevole. Nel 1765 il governo inglese volle estendere alle colonie una tassa del bollo (stamp act), per la quale ogni uso della carta, nei giornali, nei documenti commerciali, negli atti legali eccetera, era sottoposto a un tributo, accertato appunto mediante apposizione di un bollo. Poiché il consenso dei contribuenti nella determinazione delle imposte era uno dei cardini tradizionali della libertà inglese, i coloni si rifiutarono di ottemperare alla legge e posero l’alternativa  di poter inviare i propri rappresentanti in Parlamento, o di essere esonerati da ogni tassa non approvata dai loro rappresentanti. Di fronte alla protesta dei coloni, la legge sul bollo fu abrogata, ma venne sostituita con una serie di imposte indirette su alcune merci (carta, vernici, piombo, tè) che le colonie importavano dall’Inghilterra. Con questo provvedimento il Parlamento intendeva porre una questione di principio, facendo valere concretamente il suo diritto di tassare tutti i sudditi dell’impero. I coloni non accettarono l’impostazione del Parlamento e la questione di principio rimase irrisolta, ma per il momento, il contrasto s’andò attenuando, soprattutto dopo che, nel 1770 le imposte indirette furono tutte abolite, salvo quella sul tè. Qualche tempo più tardi si ebbe però la chiara dimostrazione che gli interessi delle colonie erano irrimediabilmente inconciliabili con quelli dell’impero. Nel 1773 la East India Company ottenne dal Parlamento il diritto di vendere in esclusiva e mediante i suoi stessi agenti il te ch’essa importava dalla Cina, tagliando fuori gli intermediari americani che avevano fino all’ora goduto di un ampio e fruttoso giro d’affari. Questi ultimi, sostenuti dall’opinione pubblica e dalle organizzazioni popolari assaltarono alcune navi della Comnia e gettarono a mare il carico del te. In tale situazione, già molto tesa, subentrò una nuova decisiva ragione di conflitto quando, nel 1774, il Parlamento approvò il Québec Act che assicurava ai sudditi del Canada, di nazionalità francese, tutti i territori a nord del fiume Ohio, nei quali appunto i sudditi delle tredici colonie aspiravano ad espandersi. Quest’ultima legge non fece che accelerare il processo di ribellione ormai in corso.

2 - Le tredici colonie inglesi d’America non rappresentavano un quadro economico-sociale uniforme, e questo influì notevolmente sull’atteggiamento delle singole colonie verso la scelta della totale indipendenza dalla  madrepatria. Illustra sinteticamente qual era la diversa situazione delle colonie del Nord, del Centro e del Sud (ad esempio l’agricoltura), e spiega perché ad esempio le colonie del Sud accettarono solo con ritardo l’idea dell’indipendenza.

Le colonie inglesi erano indipendenti l’una dall’altra, anche se simile ne era l’organizzazione politica: un governatore esercitava il potere esecutivo, controllato da una assemblea di cittadini abbienti. Tra le colonie del Nord e quelle del Sud esistevano tuttavia forti differenze nel modo di vita degli abitanti.

Il Nord chiamato anche Nuova Inghilterra era costituito da quattro colonie: Massachusetts, Connecticut, New Hampshire, Rhode Island. La popolazione di queste colonie era totalmente inglese e costituita di pescatori, piccoli proprietari di camna, artigiani, fabbricanti di manufatti, specialmente di tessuti di lana, distillatori di acquavite, boscaioli (da queste regioni proveniva il legame con cui erano costituite  le navi delle colonie centrosettentrionali e spesso anche quelle della flotta britannica)… Nel Nord l’autorità della chiesa anglicana non era riconosciuta, in quanto vi era una popolazione costituita da profughi per motivi religiosi che aderivano alla tradizione puritana che non tollerava i non appartenenti alle chiese calviniste.

Nelle quattro colonie del centro (New York, Pennsylvania, New Jersey, Delaware) si trovava una popolazione costituita da olandesi, tedeschi, svedesi, irlandesi, scozzesi dell’Ulster. In queste colonie era diffusa la piccola proprietà terriera.

Nel Sud costituito da cinque colonie (Virginia, Maryland, North Carolina, South Carolina e Georgia), dominava, invece, la grande proprietà terriera; la vita si svolgeva nelle grandi fattorie di camna e nelle piantagioni di tabacco, di canna da zucchero e di cotone, estese lungo le rive dei grandi fiumi. Di qui i prodotti prendevano la via della madrepatria.

Questo diverso quadro economico-sociale influì notevolmente sull’atteggiamento delle singole colonie verso la scelta della totale indipendenza dalla madrepatria, infatti si formarono due schieramenti: da un lato i lealisti e i moderati, ossia i latifondisti del Sud favorevoli hai rapporti con la madrepatria per la vendita dei propri prodotti e in quanto consideravano il governo inglese come garante della conservazione sociale; mentre dall’altro lato troviamo i nordisti (i lavoratori, il popolo minuto, i piccoli agricoltori e gli uomini di frontiera) i più radicali sostenitori di una lotta contro l’Inghilterra che avesse per fine l’indipendenza.


3 - La Dichiarazione d’indipendenza delle tredici colonie inglesi d’America, proclamata dal congresso di Filadelfia il 4 luglio 1776, rappresentò la prima attuazione concreta dei principi del Giusnaturalismo, poiché in essa ad esempio si fa riferimento ad alcune fondamentali idee del pensiero politico maturato in Europa tra ‘600 e ‘700. Illustra i principi fondamentali e i filosofi al cui pensiero tale Dichiarazione si ispirò.

Il Giusnaturalismo a cui si è ispirata la Dichiarazione d’Indipendenza è una corrente filosofica in cui si concreta lo sforzo di rinnovamento politico del Rinascimento, nel vecchio continente. Non si tratta di rinnovare e ricostruire uno stato determinato col ritorno alle sue origini storiche, ma di rinnovare o ricostruire lo stato in generale col ritorno alle suo fondamento universale ed eterno. Si cerca la sostanza, il principio ultimo che dà forza e valore a ogni stato e si prospettano mutamenti e riforme che possono ricondurlo alla sua forma ideale. La forma ideale dello stato è, infatti, la sua struttura razionale; è la natura fondamentale di ogni comunità politica è riconosciuta nella ragione. Il vero e proprio Giusnaturalismo quello di Grozio (il suo maggior rappresentante), si sviluppa appunto su questo presupposto: l’identità del diritto naturale con le esigenze di una struttura puramente razionale della comunità. Il Giusnaturalismo combatte l’assolutismo delle monarchie nazionali indicando i diritti naturali che ogni Stato deve rispettare, opponendosi, in tal modo, all’invadenza del sovrano. Il Giusnaturalismo infatti sostiene l’esistenza di norme di diritto naturale anteriori a ogni organizzazione giuridica e sociale, norme considerate in sé positive e razionali. Anch’esso si contrappone alla violenza della guerra, dell’arbitrio. Si cerca dunque nello stato di natura la giustificazione dei diritti dell’uomo: il diritto alla felicità, alla convivenza pacifica, a leggi razionali.

Questo pensiero presume quindi un patto sociale tra i governati e i governanti, questi ultimi sono soggetti alla sovranità popolare che in caso di abusi e usurpazioni può abbatterli. Questo patto è solennemente trasferito nel documento scritto, il quale non si rifà ad antichi precedenti storici, bensì alla retta ragione che guida gli uomini a garantire a ciascuno i diritti naturali: uguaglianza, libertà, ricerca della felicità…

Il principio del Giusnaturalismo è presente nel pensiero politico di Locke, Montesquieu e Rousseau ai quali la Dichiarazione d’indipendenza si è ispirata.

4 - Se la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America rimane una tappa fondamentale nel cammino della moderna società politica e civile, tanto che ancora oggi costituisce parte integrante della costituzione degli U.S.A., ciò non significa che nella sua applicazione non manifestasse limiti e difetti, che successivi provvedimenti (la Carta dei Dieci emendamenti) hanno provveduto nel tempo a superare. Illustra i limiti fondamentali della società americana nata da tale Dichiarazione.

I Dieci emendamenti hanno provveduto a superare i limiti della società americana nata dalla Dichiarazione, infatti questi andavano maggiormente incontro alla richiesta degli stati contrari a un eccesso di accentramento federale, garantendo il complesso dei diritti di libertà dell’individuo in fatto di religione, libertà personale e stampa. Ma queste concessioni non tutelavano gli schiavi neri che rappresentavano una buona percentuale della popolazione degli Stati del sud e gli indiani, al contrario ridotti ad una minoranza. Gli Stati schiavisti avrebbero voluto che gli schiavi entrassero nel computo della popolazione, infine fu raggiunto un compromesso che consisteva nel considerare cinque schiavi come pari a tre cittadini.

5 - All’atto della concreta organizzazione dello Stato americano, con la Costituzione del settembre 1787, nacquero contrasti tra i sostenitori di un forte potere federale (federalisti) e coloro che invece avrebbero voluto privilegiare l’autonomia di ciascuno stato (confederali). Spiega quali gruppi sociali costituivano prevalentemente i due schieramenti e quali motivazioni li spingevano, eventualmente citando i principali esponenti di tali schieramenti.

La situazione concreta degli Stati Uniti, esaminata più da vicino presentava accanto al bilancio positivo alcune gravissime difficoltà, che potevano persino far dubitare della vitalità del nuovo organismo politico. Il processo di democratizzazione non era affatto uniforme in tutti i tredici Stati, i cui reciproci rapporti, cessato quel potente motivo di unificazione che era costituito dalla guerra, divennero inoltre tutt’altro che cordiali. I tredici stati erano in tale disordine che si parlava di possibili conflitti fra di essi. Litigavano per questioni di frontiera, i loro tribunali emettevano sentenze contrastanti. Il governo nazionale, cui si spettava di fissare le tariffe doganali e di regolare il commercio, nulla faceva, e lo stesso accadeva per l’imposizione di tasse per le necessità nazionali. Il governo avrebbe dovuto avere l’esclusivo controllo dei rapporti con l’estero, ma alcuni Stati avevano già iniziato, per conto loro, trattative dirette con altri paesi; avrebbe dovuto anche avere l’esclusiva direzione dei rapporti con gli Indiani, ma diversi Stati salvaguardavano unicamente i propri interessi. A tutto questo si aggiungevano forti contrasti di classe, gravissimi impedimenti per le attività commerciali, ostacolate dalla differenza delle monete e dalla difficoltà che i commercianti incontravano nell’esigere i propri crediti dai cittadini di altri Stati per la faziosità dei tribunali locali; e finalmente una situazione finanziaria fallimentare per la quale le entrate nazionali erano di gran lunga inferiori persino all’ammontare degli interessi del debito pubblico interno ed esterno, contratto durante la guerra.



Temendo una disgregazione i maggiori protagonisti della rivoluzione: G.Washington, B.Franklin, T.Jefferson ed A.Hamilton proposero un nuovo testo costituzionale che prevedeva uno Stato Federale. Questo testo doveva però essere approvato dai singoli Stati; il che avvenne fra la fine del 1787 e la prima metà dell’anno successivo, non senza gravi contrasti fra i federalisti, favorevoli al forte potere centrale previsto dalla Costituzione, e gli antifederalisti (o repubblicani), decisi a salvaguardare l’autonomia dei governi periferici delle eventuali interferenze del governo federale, vedendo in quest’ultimo il presupposto di uno stato unitario e dispotico. Prevalsa la fede federalista, più corrispondente agli interessi complessivi della nazione, la Costituzione entrò in vigore, con l’elezione di G.Washington alla presidenza, il 4 marzo 1789.

6 - La Costituzione degli Stati Uniti d’America applicò per la prima volta le teorie di Montesquieu circa la divisione dei poteri, teorizzata nello Spirito delle “ leggi”, ma anche tenne in considerazione le teorie fondamentali espresse da Rousseau nel “Contratto sociale” Spiega quali teorie montesquieuiane e rousseauiane trovarono applicazione nella Costituzione degli Stati Uniti.

Le teorie rousseauiane che trovarono applicazione nella Costituzione degli Stati Uniti sono espresse nel “Contratto sociale” di Rousseau dove lo stato civile de genere umano è basato sul principio della libertà e dell’uguaglianza. Proprio per salvaguardare la propria libertà e la propria uguaglianza gli uomini si uniscono con un contratto e danno vita alla società organizzata, cioè allo stato, in cui ciascun individuo non rinuncia ai propri diritti naturali e continuava ad essere libere ed a ubbidire a se stesso. La sovranità popolare è esercitata direttamente dal popolo mediante la volontà generale che esprime la umanità universale, la spiritualità interiore di ciascun individuo, e non è per ciò l’arbitrio del singolo. La volontà generale è diversa anche dalla volontà di tutti che è rivolta alla soddisfazione di interessi egoistici, e quindi è manifestazione di volontà particolare, anche nel caso che essa risulti unanime. La volontà generale, invece, è tale non per la quantità, cioè per il numero di coloro che  la professano, ma per la qualità, ossia per l’aspirazione universalistica che la ispira in quanto mira sempre al bene di tutti, della comunità. Invece le teorie di Montesquieu teorizzate nello “Spirito delle leggi” sono dirette a mostrare come ogni tipo di governo si realizzi e si articoli in un insieme di leggi specifiche riguardanti i più diversi aspetti dell’attività umana, e costituenti la struttura del governo stesso. Queste leggi riguardano l’educazione, l’amministrazione della giustizia, il lusso, il matrimonio, e insomma l’intero costume civile. Per garantire la libertà politica del cittadino occorre dividere i tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario in mani diverse, per evitare possibili abusi di potere. In tal modo ciascun organo bilancerebbe l’altro e si garantirebbe a tutti il godimento dei diritti naturali. Ma la libertà del cittadino deve essere anche garantita dalla natura particolare delle leggi che devono dargli la sicurezza nell’esercizio dei suoi diritti. Servono a questo scopo soprattutto leggi che regolino la pratica del potere giudiziario.

 

7 - Illustra l’ordinamento costituzionale degli U.S.A. costituito nel 1787 e tuttora in vigore, in tutte le istituzioni fondamentali, e spiega quali sono le competenze del governo federale e quelle dei singoli stati della confederazione.

Una “Convenzione”, riunitasi a Filadelfia, redasse la Costituzione, che sta tuttora a fondamento dello Stato americano. La Costituzione entrò in vigore nel 1787 e Washington fu il primo presidente degli Stati Uniti. Da allora gli Stati Uniti sono una “Federazione” di stati autonomi, che si governano con leggi e magistrati propri. Gli affari di interesse generale (politica estera, difesa, commercio, finanza) sono dirette da un Governo federale, di cui sono membri i ministri chiamati “segretari”. I potere legislativo è affidato a due Camere: la camera dei Rappresentanti, eletti dai singoli Stati in proporzione della loro rispettiva popolazione e il Senato al quale ogni Stato, indipendentemente dal numero degli elettori, invia due senatori (gli Stati meno popolosi erano così messi al riparo da eventuali sopraffazioni degli Stai più popolosi). Il potere esecutivo è esercitato da un Presidente elettivo, che è capo dello Stato e del Governo insieme; eletto per quatto anni, a suffragio indiretto, da “grandi elettori” rappresentanti l’insieme dei cittadini. Capo dell’esercito e della flotta, egli sceglie i propri ministri che sono responsabili sono nei suoi confronti. Una corte suprema federale assicura l’autonomia del poter giudiziario, composta di nove membri nominati a vita da Presidente, la quale giudica della costituzionalità delle decisioni del Presidente e del Congresso e ha il potere di annullarle qualora le ritenga contrarie alla Costituzione; la Corte Suprema è anche incaricata di dirimere le eventuali controversie degli stati fra di loro o di uno o più stai con il potere federale. La divisione dei poteri veniva attuata escludendo sia che le camere potessero venir sciolte anticipatamente dal Presidente sia che il Presidente potesse essere rovesciato da un voto di sfiducia delle camere. Tutto ciò si inspirava alle idee di Montesquieu, la sovranità popolare, le garanzie date alla libertà personale, di religione, di stampa e di associazione, la netta separazione tra Stato e Chiesa, la tolleranza, la parità dei diritti fecero della Costituzione americana un esempio a cui guardavano, in Europa, coloro che desideravano forme diverse, più libere e più giuste, di organizzazione della società umana.

8 - La colonizzazione delle regioni ad ovest costituì un fattore importantissimo di espansione degli Stati Uniti alla fine del 700 e nel corso di tutto l’800. Illustra le circostanze che portarono all’acquisizione degli S.U. degli immensi territori ad ovest dei monti Allegheny e il modo in cui fu favorita la colonizzazione e il popolamento di questi territori.

Un provvedimento  del luglio del 1787, la cosiddetta Ordinanza del Nord-Ovest, aveva dichiarato che le terre comprese fra i monti Allegheny e il Mississippi dovevano considerarsi federali, cioè non appartenenti a nessuno dei tredici Stati in particolare. Esse rimanevano perciò aperte alla libera colonizzazione, e si sarebbero costituite in nuovi stati, a pari diritto con gli Stati originari, man mano che avessero raggiunto una popolazione di almeno sessantamila abitanti. Si era così programmato il modello di sviluppo che avrebbe portato gli Stati Uniti ad estendersi progressivamente sino al Pacifico. Alla marcia verso Occidente, in atto sin d’allora, corrisponde intanto un costante e massiccio flusso migratorio dall’Europa, favorito dal modesto prezzo degli appezzamenti di terreno (2 dollari per acro = 0,4 ettari) e dalla buona retribuzione della mano d’opera, della quale il nuovo pese aveva grande necessità. Ben presto su questo vasto territorio si formarono sette nuovi stati: il Kentucky, Tennessee, Ohio, Indiana, Illinois, Mississippi e Alabama.

9 - Spiega quali popolazioni abitavano le regioni interne del continente nordamericano, i caratteri della loro civiltà: fattori economici e stile di vita, e soprattutto, in breve, le vicende che portarono alla distruzione di queste stesse popolazioni da parte dei coloni americani.

Quando i coloni europei cominciarono a stanziarsi nell’America del Nord, viveva qui circa un milione di indigeni. Furono chiamati “pellerossa” per l’abitudine che avevano di tingersi o tatuarsi il viso di color rosso; “Indiani”, perché al tempo in cui vi sbarcarono i primi coloni, le Americhe erano chiamate anche Indie Occidentali. I pellerossa vivevano frazionati in numerose tribù (gli Algonchini, gli Irochesi, i Sioux, gli Apaches, …). Ogni tribù era divisa in clan; ciascun clan era costituito da coloro che discendevano da un antenato comune. I capi dei clan (sachem) riuniti costituivano il consiglio della tribù, a cui era affidato il compito di prendere le decisioni più importanti. Soltanto gli Irochesi, che abitavano ad Est dei laghi Erie ed Ontario, riuscirono a costruire una lega che comprendeva più tribù. Gli altri erano in continua guerra fra loro: tribù, clan contro clan. A seconda del luogo in cui abitavano gli Indiani vivevano di pesca, di caccia e di agricoltura. La maggior parte di loro concludeva un’esistenza per metà nomade e per metà sedentaria: coltivavano il mais, raccoglievano frutti selvatici; ma in primavera e in autunno abbandonavano i loro villaggi per andare a caccia. Durante questo periodo le loro abitazioni erano tende di pelli. I rapporti tra coloni e Indiani furono da principio amichevoli, ma con l’avanzata dei bianchi verso Ovest, in cerca di terra, d’oro e d’avventura la situazione cambiò ed ebbe inizio una implacabile guerra, che termino nel secolo scorso con lo sterminio quasi totale degli indigeni. Gli Indiani non conoscevano il ferro e la polvere da sparo e ciò li svantaggiò nei primi scontri con gli Europei. Ben presto, però, impararono a combattere a cavallo usando le armi da fuoco come i bianchi. Diverse furono le cause della loro distribuzione: la divisione tra le tribù, l’incapacità di unirsi per combattere contro il comune nemico, la loro inferiorità, rispetto ai bianchi, nell’utilizzazione agricola del suolo. Questi riuscivano a trarre nutrimento per tutto l’anno da un territorio piccolo e facile a difendersi. Agli Indiani, invece, occorreva un immenso territorio, perché in esso potessero crescere gli animali di cui andavano a caccia e di cui si cibavano. Quando gli Europei avanzavano in territorio indiano uccidevano o facevano fuggire la selvaggina, e i pellerossa dovevano abbandonare le loro terre per inseguirla. Alcuni Indiani furono distrutti dalle malattie portate dai bianchi. Altri si estinsero perché i bianchi vollero imporre loro con la forza la propria religione e i propri costumi. Altri pellerossa furono uccisi dalle truppe dei bianchi, ma per essi più tragico fu lo sterminio dei bisonti, anch’esso provocato dai nuovi arrivati Senza più mezzi di sostentamento durante la loro vita nomade, gli Indiani non poterono più continuare a lottare. Chi non fu sterminato venne rinchiuso nelle riserve. Da padroni che erano di vasti territori, gli Indiani finirono per diventare prigionieri rinchiusi in territori piccolissimi (le riserve), dai quali non potevano trarre l’indispensabile sostentamento.  





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