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Società ed economia della Roma repubblicana

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Società ed economia della Roma repubblicana

Non è semplice fare un quadro complessivo della società e dell'economia della Roma repubblicana, non solo perché questa fase comprende cinque secoli di storia, ma anche perché durante questo periodo Roma si trasformò da piccolo centro del Lazio, abitato da pastori, agricoltori e modesti mercanti di sale, a potenza politica ed economica egemone nel Mediterraneo. Sulla distinzione arcaica tra patrizi e plebei e sulla successiva nascita di un'aristocrazia senatoria, che si opponeva ad associare al potere politico l'emergente ordine equestre, già si è detto; nulla si è però anticipato su un'altra fondamentale componente della società romana, la schiavitù.

Il numero degli schiavi, soggetti cioè senza alcuna personalità giuridica e vero e proprio 'possesso' dei loro padroni, e che solo col loro permesso potevano emanciparsi diventando liberti, fu inizialmente limitato. I prigionieri di guerra catturati nel III e nel II secolo a.C. andarono però ad accrescere notevolmente questo numero, se è vero che intorno alla metà del I secolo a.C. dovevano esistere in Italia oltre un milione di schiavi, su un totale di cinque-sei milioni di abitanti (si tratta comunque di cifre ipotetiche e opinabili, anche se tendenzialmente accettabili).



L'economia romana, che nel II secolo a.C. si sviluppò sensibilmente, non poteva fare a meno di loro: erano infatti schiavi i lavoratori agricoli dei possedimenti terrieri dei membri dell'aristocrazia senatoria, ove si producevano vino e olio; e spesso schiavi erano anche i lavoranti delle botteghe artigiane di proprietà dei cavalieri, o i marinai che portavano oltremare le loro merci; ma nondimeno schiavi erano talora i dotti precettori greci o orientali che curavano l'educazione dei giovani aristocratici.

Non è dunque scorretto parlare, a proposito dell'economia romana, di un'economia schiavistica. Ciò ebbe come conseguenza una progressiva proletarizzazione dei cittadini romani delle classi inferiori, che vedevano così ridursi le loro opportunità lavorative; e le riforme di Mario, che trasformarono l'esercito romano in un corpo professionale, avevano anche il fine di arruolare questi soggetti sociali e limitarne il malcontento. Dovendo dunque sintetizzare il quadro socio-economico dell'età repubblicana, si ebbero un'attività agricola – nelle mani dell'aristocrazia senatoria – e una serie di attività imprenditoriali, gestite dai membri dell'ordine equestre: in entrambi i casi ci si avvalse preferibilmente di manodopera schiava, mentre i ceti inferiori andarono sempre più a rimpolpare i ranghi dell'esercito.

Dal punto di vista degli istituti sociali, comune a tutti gli ordini e le classi (ma particolarmente sentito negli ambiti aristocratici) fu il rispetto della famiglia, che nella scala gerarchica dei valori imposta dal mos maiorum (l'insieme di leggi non scritte tramandate oralmente di padre in lio, patrimonio comune del popolo romano) era seconda solo allo stato. In origine la famiglia romana era una specie di 'monarchia privata' di natura patriarcale; tutti i poteri erano infatti nelle mani del marito-padre detto pater familias, cui erano ugualmente sottomessi la moglie e i li.

Già il rito del matrimonio faceva capire che concezione ci fosse alla sua base; infatti, dopo una cerimonia di tipo rituale (confarreatio) che consisteva nel cibarsi, da parte dei due sposi, di una focaccia di farro, la donna, attraverso il rito della coemptio (che significa 'acquisto') veniva praticamente 'comprata' dal futuro marito, insieme con i beni che portava in dote: da questo momento cessava di essere proprietà della famiglia d'origine per diventarlo del marito. La sua persona fisica, i suoi beni, come pure le persone fisiche e i beni dei li che fossero nati dal matrimonio, erano sotto l'assoluto arbitrio del pater familias. La donna che avesse tradito il marito poteva essere da lui uccisa; colpe meno gravi come, ad esempio, la sottrazione all'uomo delle chiavi della cantina (alle donne era proibito bere vino) potevano portare invece al ripudio, mentre era impossibile che fosse la donna a chiedere il divorzio.




Non meno forte era l'autorità che il padre aveva sui li che, anche se maggiorenni o addirittura divenuti magistrati, dovevano – se in casa del padre – obbedirgli e portargli rispetto; e in caso di morte o lontananza del padre la funzione di tutela sui li veniva affidata allo zio paterno, cioè al fratello più anziano del padre stesso. I li disobbedienti potevano persino essere venduti come schiavi o venire condannati a morte. Terribile invece era la pena che la legge romana sanciva per i li che avessero ucciso il padre: i parricidi venivano infatti chiusi dentro un grande sacco di tela e buttati in mare, non essendo ritenuti degni di sepoltura.

È però necessario dire che questi poteri del padre-marito non venivano quasi mai, nonostante la legge lo consentisse, esercitati davvero: erano più che altro una minaccia che pesava su moglie e li, e, ovviamente, sugli schiavi, anch'essi considerati parte della familia sulla quale il pater aveva autorità. Oltre al ruolo di vero monarca, egli aveva però l'importantissimo compito di ricordare a li e nipoti le imprese politiche o militari degli antenati illustri, far sì che le loro tombe fossero venerate e le loro statue – gelosamente custodite in casa – oggetto di sacrifici e preghiere, tanto che al culto religioso ufficiale e pubblico, se ne affiancava uno familiare e privato: ciascuno doveva cioè essere orgoglioso di appartenere a una determinata gens, tanto più se i suoi avi si erano distinti per imprese valorose delle quali il pater familias rappresentava la memoria storica.






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