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ANTROPOLOGIA PSICOANALITICA: ORIGINE E VALORE

ANTROPOLOGIA PSICOANALITICA: ORIGINE E VALORE


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Antropologia psicoanalitica: origine e valore.

Considerando l’uomo nato e cresciuto in una società omogenea, se è ben inserito in questa società, ne considera i valori in modo scontato. Pensa che non siano altro che una parte della comune ereditarietà e perciò inalterabili, senza considerarli come prodotti locali di un tipo d’educazione. L’uomo non può comprendere ne considerare nazioni o classi che non condividano questi valori, cosi le disprezza o le disapprova. Se, invece, egli stesso è un disadattato, non condividerà i valori della sua cultura, ma se ignora altri tipi di cultura avrà una conoscenza superficiale della sua stessa cultura, non comprendendo l’interdipendenza esistente tra loro. L’antropologia, specialmente quella sociale, può offrire molto sia al conservatore sia al progressista. I suoi effetti sul conservatore sono di convincerlo che ci sono infiniti modi per costruire una società. Il suo effetto sul progressista è di costringerlo a riflettere e fornirgli qualche conoscenza sul materiale su cui lavora.

Per questo l’antropologia è parte essenziale di ogni educazione liberale. È in ogni caso una parte essenziale dell’educazione di uno psicologo. Quest’ultimo è portato ad accettare come scontata la società in cui vive e a scambiare per caratteri generali quelle che sono caratteristiche locali. Per esempio, nelle popolazioni civili il bambino attraversa quello che Freud chiama periodo di latenza, in cui gli impulsi sessuali sono assopiti, ma secondo Malinowski i bambini delle Trobriand e secondo Róheim i bambini dell’Australia centrali non attraversano questo periodo di latenza e l’istinto sessuale si sviluppa senza interruzione. Se la responsabilità di questa differenza sia dovuta alla razza e non all’educazione è un altro problema, ma se la responsabilità maggiore è dell’educazione, dovrebbe essere possibile trovare due diversi tipi di coltura in una stessa razza.




Se lo psicologo ha bisogno dell’antropologo, l’antropologo ha bisogno dello psicologo e soprattutto dello psicoanalista. L’antropologo registra i costumi e le credenze, li classifica geograficamente e per analogia, cerca di ricostruirne le origini e lo sviluppo, ne individua la diffusione, determinandone la funzione sociale e l’influenza, cerca di scoprirne le cause che spesso non sono ovvie. Noi attribuiamo il nostro comportamento a cause secondarie e inadeguate, razionalizzandolo. Secondo la psicoanalisi, l’essenza del nostro comportamento è di questo tipo. Anche se le cause inconsce sono meno numerose e importanti di quanto sostengono gli psicoanalisti, non c’è ragione di trascurarli interamente. Per questo gli antropologi e gli psicoanalisti hanno bisogno l’uno dell’altro. In un futuro, la sociologia sarà il prodotto del loro lavoro congiunto. Ci darà il potere necessario per controllare il nostro destino sociale non in modo cieco, ma con una chiara visione del cammino da percorrere. Ci saranno alcune divergenze politiche inevitabili, ma le politiche più palesemente irrazionali non troveranno molto supporto. Per far ciò, un supporto storico offre numerosi vantaggi. Ogni tentativo di presentare una scienza incompiuta come un sistema finale diventa subito obsoleto e può portare in temporaneo discredito sulla scienza. Ma se si segue la sua storia, anche annose teorie possono apparire non come insuccessi ma come parziali successi.

Dei genitori della nuova sociologia, la psicoanalisi è appena adolescente, mentre l’antropologia è molto anziana, si sostiene che Erodoto ne sia stato il padre. L’idea che lo studio d’altre colture può essere sfruttato per il miglioramento della propria, era familiare sia ad Aristotele sia a Machiavelli, e oggi sta riguadagnando terreno. I motivi sono stati poco pratici. Tra loro gioca un ruolo la pura, inutile curiosità che si compiace delle strane abitudini di altri popoli. Un motivo importante e scientifico è l’interesse per le origini della società e il desiderio urgente di spiegare i costumi e credenze singolari che sembrano sfidare l’illusione preferita dell’uomo, la concezione di se come homo sapiens.

Nella filosofia sociale del diciottesimo secolo anche il selvaggio era considerato un essere razionale. Secondo Rousseau, i nostri antenati selvaggi crearono le istituzioni deliberatamente e intelligentemente per perseguire fini logici, ma col tempo furono poi sfruttate da una parte della comunità per il raggiungimento di interessi personali. L’immagine della razionalità e nobiltà umana è sempre stata lusinghiera, ma, a differenza di Rousseau, gli Europei del diciannovesimo secolo limitarono quest’immagine a se stessi. Il mito del nobile selvaggio era stato distrutto. Gli europei confrontavano la supposta razionalità e virtù delle proprie istituzioni con l’ovvia irrazionalità e debolezza di quelle del povero ano. Quest’atteggiamento di superiorità fu notevolmente modificato dall’influenza di Darwin. Le culture dei popoli selvaggi divennero interessanti, perchè si pensava rappresentassero stadi passati della nostra cultura. Quando i selvaggi cessarono di essere considerati come cugini degenerati e divennero i ritratti viventi dei nostri antenati, non fu più possibile guardarli con lo stesso atteggiamento di disprezzo. La ricerca delle origini portò ad un riesame dei documenti e a delle ricerche sistematiche. Il materiale raccolto sollevò più problemi di quanti non aveva risolti. Parte delle consuetudini e credenze dei selvaggi era incomprensibile ad un’epoca che credeva che la razionalità e la virtù fossero connaturate nell’uomo. Furono compiuti sforzi estenuanti per dimostrare che le assurdità erano causate non dalla mancanza d’intelligenza, ma dalla mancanza di conoscenza. Non è possibile liquidare il selvaggio come un essere preologico, e l’antropologia dovette affrontare dei problemi, non avendo qualche tecnica per risolverli. Il comportamento irrazionale ha una base inconscia e non può essere compreso fino a quando questa base non sia spiegata.



I miti conuravano un’immensa raccolta di drammi fantastici e per la loro epoca spesso repellenti di avi e dei. Era impossibile trascurare la frequenza con cui ivano i temi dell’incesto, del parricidio e di castrazione. La teoria più assurda e più universalmente accettata è quella di Max Müller, secondo il quale i miti erano prodotti di un’alterazione del linguaggio. Pensò che l’esistenza dei generi grammaticali facilitasse la confusione tra persone e cose, perciò affermazioni che riguardavano il sole, la luna e la terra furono trasformate in affermazioni sugli dei. I miti sono spesso connessi a certi temi visti come impropri e irrazionali persino dagli apologisti classici, poiché l’antropologia non fu in grado si darne una spiegazione completa e soddisfacente. Questo era un’opportunità per la nuova psicoanalisi, il cui territorio specifico era costituito dalla parte irrazionale della mente umana. Freud aveva già pubblicato Die Traumdeutung (1900) e Drei Abhandlungen zur Sexyaualtheorie (1905). Il complesso di Edipo, il desiderio di uccidere il padre e giacere con la madre, era stato scoperto. Nel 1909 Abraham pubblicò Traum und Mythus e Rank Mythus von der Geburt des Helden, e nel 1912 da Inzest-Motiv in Dichtung und Saga.

L’analogia tra il sogno e il mito era molto stretta: entrambi contenevano gli stessi temi di incesto, parricidio, castrazione. Un mito, come il sogno illogico e irrazionale, era la rappresentazione dei desideri repressi. Tutte le culture hanno orrore dell’incesto. L’orrore era attribuito da una parte ad un istinto e dall’altra alla coscienza delle conseguenze dell’incrocio. Entrambe le teorie sono improbabili: la prima perchè se l’orrore fosse istintivo non sarebbe necessario il supporto delle pene e la seconda perchè è difficile che i selvaggi abbiano scoperto gli svantaggi razziali di un incrocio tra consanguinei. Freud riuscì a ricostruire il processo attraverso cui si era sviluppato l’orrore dell’incesto. Da bambini si è avuto forti impulsi incestuosi repressi e sostituiti nella coscienza da un orrore non solo per il rapporto con l’originario soggetto d’amore, ma anche con chiunque lo simbolizzasse. L’esogamia, o l’usanza di considerare incestuoso il matrimonio con membri del proprio clan, è spesso legata al totemismo. Un clan totemico è un gruppo di persone imparentate solitamente per via materna, che s’identifica con alcune specie di animali o piante, e se ne crede discendente. Se un uomo era coraggioso, poteva essere chiamato leone, e i suoi discendenti, interpretando troppo letteralmente la genealogia, credevano di discendere dai leoni. Freud, nel corso dei suoi studi, studiò le fobie dei bambini per gli animali. Molti di loro sviluppano un grande rispetto e una grande paura per alcuni animali, ma anche una tendenza e identificarsi proprio con questi animali: sono dei totemisti spontanei. Il totem del bambino civilizzato s’identifica sempre inconsciamente con qualche membro della famiglia, spesso il padre. Se il totem è il simbolo del padre, due caratteristiche comuni del totemismo divennero subito comprensibili: la proibizione di uccidere l’animale totemico e la proibizione di sposare un comno totemico. Queste proibizioni fanno parte di un’ampia classe di divieti conosciuti come tabù, la cui principale caratteristica è la sua apparente irrazionalità. I tabù inutili spesso scompaiono, mentre quelli utili tendono ad essere incoraggiati dalle leggi. Alcuni antropologi hanno cercato di renderli comprensibili, sostenendo che hanno sempre una funzione, anche se l’elemento irrazionale non può essere agevolmente eliminato. Freud trovò una traccia nel nevrotico civilizzato, che inventa i tabù e tende a evitare ossessivamente qualsiasi cosa rappresenti i suoi desideri inconsci. Il selvaggio dominato dai tabù è un nevrotico che ha istituzionalizzato questi divieti.



Freud considerò altri due comportamenti irrazionali, la magia e l’animismo. La magia consiste nell’eseguire o nell’evitare certi comportamenti che si crede abbiano conseguenze benefiche o catastrofiche. La magia può essere un precursore della scienza, ma è molto più di una scienza imperfetta. I nevrotici ossessivi attuano una magia negativa nel loro sistema di tabù. Le azioni che considerano tabù simbolizzano loro la soddisfazione di un desiderio represso, ma i nevrotici ossessivi praticano anche la magia positiva: hanno rituali compulsivi come hanno divieti compulsivi. Tali rituali sono di due tipi: ad un’estremità il desiderio represso è simbolicamente drammatizzato nel rituale, dall’altra è ripudiato, come un tabù.

La magia è associata all’animismo e all’animatismo. L’animismo si occupa della credenza negli spiriti che dimorano nelle cose o nelle persone, e l’animatismo della fede nelle forze impersonali ma soprannaturali che spesso emanano da esse. Si può trovare nell’animismo e nell’animatismo il nucleo dell’irrazionalità umana. L’analisi ha dimostrato che non è solo il selvaggio a credere di essere aiutato o perseguitato da spiriti e forze soprannaturali. Ogni bambino attraversa uno stadio simile, e anche più avanti negli anni, anche le persone più sane mostrano tracce di disordini nevrotici e psicotici. La superstizione è una delle caratteristiche principali che distinguono l’uomo dall’animale. Si distingue non perchè ha un’anima, ma perchè crede di possederne una o di possedere un potere soprannaturale o esserne influenzato. Se la psicoanalisi è in grado di scoprire alcune delle condizioni che hanno separato l’uomo dagli animali, la società umana da quella animale, può anche essere in grado di scoprire alcune delle condizioni che hanno separato un uomo, o cultura, da un altro.



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