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DISOCCUPAZIONE STRUTTURALE NELLA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA E NELLA GLOBALIZZAZIONE DEI MERCATI

DISOCCUPAZIONE STRUTTURALE NELLA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA E NELLA GLOBALIZZAZIONE DEI MERCATI


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DISOCCUPAZIONE STRUTTURALE NELLA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA E NELLA GLOBALIZZAZIONE DEI MERCATI


L’indagine che ci si accinge a svolgere permette di accennare ad un’analisi economico-politica dell’istituto dei lavori socialmente utili e dà, altresì, la possibilità di pervenire ad una considerazione che consente di osservare che tale istituto nasce come risposta alla disoccupazione, la quale oggi si presenta come un processo tendenzialmente irreversibile ed ha assunto un carattere strutturale, non più congiunturale.

La causa primaria dell’emergenza occupazionale, che ha determinato anche un mutamento nelle economie mondiali e negli assetti istituzionali, è da ricercare in quella che viene definita “malattia della disoccupazione tecnologica”, che si manifesta come una tendenza di lungo periodo, tipica dei sistemi capitalistici, e non più come episodio isolato e legato alla congiuntura economica di un Paese in relazione ad un dato periodo di tempo.

Quindi, secondo un orientamento che può essere riallacciato alle teorie economiche di Ricardo e Marx, il problema della disoccupazione strutturale, ossia di lungo periodo, deriva dall’introduzione di tecniche produttive ed organizzative (il cui sviluppo prende le mosse dall’invenzione della macchina a vapore, storicamente collocabile nel periodo della Rivoluzione Industriale), predisposte a risparmiare non lavoro ma lavoratori.

Nel 1930 John Maynard Keynes scriveva:



<<Siamo colpiti da una malattia, di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno parlare molto nei prossimi anni: la disoccupazione tecnologica. Ciò significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare impieghi per la stessa manodopera>>.

Però, secondo le previsioni di Keynes, la malattia della disoccupazione, di cui egli parlava negli anni Trenta[1], sarebbe stata soltanto una fase di squilibrio transitorio e, nell’arco di cent’anni, l’umanità avrebbe risolto il suo problema economico.

Sulla base di quest’affermazione, dunque, tra circa un trentennio l’uomo dovrebbe trovarsi ad affrontare il problema di come gestire la sua libertà derivante dalla fine di pressanti difficoltà economiche, di come impiegare il tempo libero guadagnato grazie al progresso della scienza e della tecnica per poter vivere bene e saggiamente.

Ma, in realtà, dall’epoca in cui Keynes preurava questa condizione idilliaca per l’umanità fino ad ora, si è passati a quella che Giorgio Lunghini definisce “l’età dello spreco”[2] e non all’età della libertà e della moderazione proprio perché attualmente la rivoluzione tecnologica tende a marginalizzare il lavoro umano nel processo produttivo e, determinando una rottura nella connessione esistente tra sviluppo economico ed occupazione, dà luogo alla disoccupazione strutturale di lungo periodo che, in Italia, sta assumendo connotati particolarmente drammatici e sicuramente oggi è un problema più grave di allora.

Gli sviluppi nelle conoscenze tecniche e scientifiche e nell’accumulazione del capitale non hanno liberato gli uomini, soprattutto i giovani, dal lavoro ma li hanno privati di esso.

La disoccupazione, fra i diversi sostenitori delle varie teorie economiche, è stata definita da alcuni come un fenomeno naturale, da altri come un evento ciclico o come una conseguenza temporanea dell’innovazione tecnologica, mentre altri ancora ritengono che essa derivi da un’insufficiente domanda delle merci sul mercato.

Oggi è un dato di fatto che la disoccupazione si presenta come un fenomeno naturale nei sistemi capitalistici ed è già stato sottolineato che essa ha assunto un carattere strutturale ed è divenuta immutabile in conseguenza di ristrutturazioni tecnologiche ed organizzative dei sistemi di produzione.

La disoccupazione appare oggi come un processo derivante dalla crisi del modello fordista, crisi che ha determinato un cambiamento fra dinamica della produzione di merci e dinamica dell’occupazione e conseguente affermazione di nuovi modelli di produzione, di consumo e di controllo della società; crisi dalla quale è derivata, altresì, la crisi del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con conseguente nascita di rapporti di lavoro atipici.

Il modello fordista ha caratterizzato l’economia industriale a partire dal Dopoguerra fino agli anni Settanta e si basava su una produzione di massa di beni di consumo durevoli e destinati prevalentemente al mercato interno e su un’equa spartizione dei guadagni di produttività fra capitalisti e lavoratori.

Ora, invece, il processo di produzione dei beni di consumo è mutato in conseguenza della rivoluzione tecnologica: fino a quando l’economia cresce i mutamenti tecnologici ed organizzativi non provocano conseguenze particolarmente rilevanti; ma, nel momento in cui la produzione diminuisce, viene automaticamente ridotta l’occupazione.

Per favorire una ripresa della produzione, infatti, il capitalista non procederà all’assunzione di lavoratori, che implicano dei costi di investimento alti, ma troverà conveniente sfruttare i vantaggi derivanti dall’introduzione di nuove tecniche di produzione, che consentono di effettuare investimenti in tempi relativamente brevi e a costi sicuramente ridotti.



L’incremento del tasso di disoccupazione è una costante di tutti i Paesi membri dell’Unione Europea e rappresenta una delle principali problematiche su cui si è concentrata l’attenzione del legislatore nazionale degli anni Novanta.

Uno degli elementi che permette di registrare delle implicazioni sugli ordinamenti giuridici del lavoro e della sicurezza sociale e sui relativi assetti istituzionali, è sicuramente il cambiamento delle economie mondiali, che ha portato alla globalizzazione nonché internazionalizzazione dei mercati: la domanda e l’offerta dei beni e dei servizi non vengono determinati più secondo i bisogni nazionali ma su scala mondiale.

Il progresso della tecnologia accelera il passo ed interagisce con il processo di globalizzazione dei mercati, a sua volta sospinto dalla mobilità delle merci, delle persone, dei capitali, delle informazioni.

Ad accelerare il cambiamento delle economie mondiali contribuiscono due avvenimenti storici, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, che assumono una valenza rilevante non solo dal punto di vista politico, ma soprattutto economico e sociale: l’unificazione tedesca, avviata nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, e la crisi del Golfo.

L’avvio del processo di unificazione tedesca ha segnato, altresì, la caduta degli steccati politici ed ideologici tra l’Occidente democratico e l’Oriente comunista sotto la sfera ideologica ed economica del mondo sovietico.

Dunque, lo sfaldamento dell’impero sovietico da una parte, l’accrescersi degli interessi strategici degli Stati Uniti d’America dall’altra, il contemporaneo avvio della moneta unica europea ed il relativo allargamento dell’Unione Europea hanno sicuramente favorito il rapido avvio del fenomeno della globalizzazione dei mercati.

Il processo di unificazione tedesca ha implicato dei notevoli costi economici, inducendo le autorità tedesche ad attuare una politica monetaria fortemente restrittiva, che ha avuto dei riflessi negativi sulla crescita economica degli altri Paesi europei.

Conseguentemente al verificarsi di tale fenomeno, il nostro Paese, che fino ad allora godeva di una rendita di posizione grazie al ruolo assunto nell’ambito dell’economia mondiale, ha dovuto subito fare i conti con il proprio sistema politico e con un debito pubblico insostenibile per poter fare il proprio ingresso in Europa.

La crisi del Golfo, a sua volta, ha determinato delle incertezze provocando un aumento dei prezzi nel settore dell’energia, con conseguente rallentamento dei consumi da parte delle imprese e riduzione degli investimenti.

La veloce riorganizzazione dei mercati mondiali ha comportato l’esigenza delle imprese di ridurre i costi di produzione per consentire loro di restare competitive sul mercato globale. Da ciò scaturisce l’ulteriore esigenza della flessibilizzazione produttiva ed organizzativa che influisce sull’occupazione, giacché ci si orienta verso una flessibilità nell’uso della forza lavoro, sia per quanto riguarda la sua mobilità interna ed esterna, sia per quanto riguarda le modalità della sua utilizzazione e remunerazione.

I mutamenti registrati nell’ambito del mercato del lavoro hanno spostato il dibattito legislativo e politico sul concetto di “flessibilità” contrapposto a quello di “rigidità”, poiché essa si presenta come caratteristica della domanda di lavoro delle imprese che hanno visto rapidamente mutare i loro schemi e ritmi di produzione[3].



La domanda e l’offerta di lavoro subiscono un radicale mutamento sia in funzione della crescita e della recessione economica sia perché il mercato del lavoro non richiede più quella tipologia di lavoro che si identifica nella fattispecie tipica della prestazione subordinata a tempo indeterminato, ma va alla ricerca di nuove forme di impiego della manodopera che risultano più adattabili ai nuovi ritmi ed esigenze di produzione.

L’evoluzione della flessibilizzazione ha coinvolto il sistema del collocamento e la tipicità del contratto individuale di lavoro, fino ad estinguerlo attraverso l’introduzione di strumenti predisposti alla gestione degli esuberi di lavoratori costretti ad una prematura fuoriuscita a causa di crisi strutturali aziendali di settore, oppure attraverso strumenti predisposti a garantire la riconversione del rapporto di lavoro di tali lavoratori mediante la mobilità o il loro impiego in attività socialmente utili.

La flessibilità deve concretizzarsi, dunque, in un’azione legislativa diretta a modificare gli istituti esistenti sul mercato del lavoro per favorire l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, considerando la riduzione della grande impresa e la diffusione della piccola nel settore dei sevizi e considerando, altresì, che nell’attuale sistema industriale la domanda non è più rivolta verso i settori di produzione di beni di consumo di massa, ma riguarda la produzione di beni di pubblica utilità.

Di fronte ai nuovi scenari, che la competizione globale impone, è sorta la necessità di trovare nuovi strumenti di tutela per il lavoratore che, all’improvviso, rimane privo di quel diritto fondamentale sancito dalla Costituzione che è il lavoro.





J. M. KEYNES, Conferenza sulle 'Prospettive economiche per i nostri nipoti', Madrid 1930

G. LUNGHINI, 'L’età dello spreco. Disoccupazione e bisogni sociali', Bollati Boringhieri, Torino, 1995


E. ALES, 'Collocamento e rapporto di lavoro: le nuove frontiere della flessibilità nella lotta alla disoccupazione', in Dir. Lav., 1995, I, 162







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