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Il sistema bancario degli Stati Uniti - Le particolarità del sistema statunitense, Il periodo di formazione, Verso le fusioni degli anni Cinqua

Il sistema bancario degli Stati Uniti - Le particolarità del sistema statunitense, Il periodo di formazione, Verso le fusioni degli anni Cinqua


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Il sistema bancario degli Stati Uniti


Le particolarità del sistema statunitense


L’analisi del sistema bancario statunitense deve tener conto della particolare natura della formazione storica degli Stati Uniti e della loro struttura istituzionale di tipo federativo/statale che incisero profondamente sulla nascita  e sullo sviluppo successivo degli istituti di credito.

Sotto il profilo istituzionale, gli istituti di credito statunitensi rientrano nella categoria delle commercial banks, composta da circa 15.000 banche, distinte soltanto per dimensione e non per forma giuridica. La loro ulteriore suddivisione in national banks e in state banks, indica, di norma, banche di maggiore (le national) o minore (le state) dimensione, anche non sono infrequenti banche di notevoli dimensioni appartenenti ad entrambi i settori.

Dal punto di vista storico, lo sviluppo dei maggiori istituti bancari passa attraverso la forma delle trust companies, ma non mancano banche di grande dimensione in forma di ditte individuali. Tale diversità è percepibile nel fatto che le grandi banche di New York hanno poco in comune, quanto a tradizione storica, con la Bank of America di San Francisco, attualmente la prima commercial bank americana per grandezza, nonché la prima banca mondiale.




Per quanto riguarda le dimensioni, tra le grandi commercial banks e quelle di dimensioni minori non vi è soluzione di continuità che possa giustificare una separazione tra i diversi istituti, mentre il criterio della concentrazione indica che gli indici a livello nazionale/federale sono assai bassi, a fronte di indici statali relativamente elevati.

In tal modo, rispetto agli altri sistemi bancari europei, manca negli Stati Uniti la categoria delle Grandi Banche a livello nazionale, dal momento che la struttura federale americana induce a favorire la nascita di grandi banche a livello di singoli Stati. Inoltre le maggiori national banks non necessariamente coincidono con le maggiori commercial banks.

La legislazione bancaria statunitense, infine, giustifica la definizione del sistema bancario americano come State-by-State system, fondato sul principio del dual banking.

Proviamo, ora, a meglio definire alcune espressioni utilizzate in precedenza.

Per State-by-State system si intende che, in linea di principio, ogni Stato della Federazione ha il potere di limitare l’accesso, nel proprio territorio, di banche di altri Stati. Le national banks, quelle cioè autorizzate dal governo federale, non sono soggette alle leggi statali per la supremazia della legge federale che, però, vieta loro l’espansione in Stati diversi da quello in cui sono situate. Inoltre, in molti Stati, la legge impedisce, o limita, la possibilità, da parte delle state banks e delle national banks di aprire filiali pure all’interno dello Stato di appartenenza e questo costituisce un forte limite alla formazione e all’espansione di grandi banche. L’aggiramento di tali norme fortemente restrittive avviene attraverso la creazione di grandi holdings – le banks holdings companies – che rappresentano lo strumento dell’espansione delle grandi banche.

Per dual banking si fa riferimento alla duplicità del regime di autorizzazione tradizionalmente presente nel sistema americano: ogni commercial bank deve scegliere tra la registrazione a livello federale, assumendo lo “status” di national bank e la registrazione a livello statale, assumendo lo “status” di state bank. Tale registrazione è concessa dall’autorità federale e dagli uffici di vigilanza di ciascun Stato che operano in regime di concorrenza, lasciando alle banche la possibilità di passare da uno “status” all’altro, il che suggerisce che non si deve attribuire un gran peso alla suddivisione delle commercial banks in national e state.


Il periodo di formazione


Il punto di partenza può essere considerato il 1863, anno di approvazione del National Banking Act, con il quale si prevedeva l’istituzione delle national banks - registrate a livello centrale presso l’Ufficio del Comptroller of the Currency ed autorizzate ad emettere banconote – con lo scopo di mettere ordine alla proliferazione anarchica di un gran numero di banche statali e di ditte individuali, sorte in modo particolare nei territori dell’Ovest, in base al principio del free banking, che autorizzava ciascun individuo o associazione di individui ad aprire una banca e ad emettere banconote senza la necessità di licenza speciale o senza alcun controllo specifico.

Nelle intenzione di questa legge, le national banks avrebbero dovuto progressivamente sostituire le state banks fino a ricondurre ad unità il sistema, affermando la supremazia dell’organizzazione federale. In una prima fase di applicazione, in presenza di una tassa del 10% imposta dal Congresso degli Stati Uniti, sull’emissione di banconote, molte banche preferirono optare per la forma di national, per poi ritornare a quella di state quando venne meno la necessità di emettere banconote a seguito dell’uso degli assegni come mezzo principale di amento.

Uno stimolo alla formazione di grandi banche giunse dagli emendamenti contenuti nel National Currency Act del 1864 che, all’interno di una serie di misure in materia monetaria, introdusse alcuni obblighi in tema di riserva di liquidità a carico delle national banks: alle national con sede a New York fu imposto l’obbligo di mantenere in forma liquida il 25% dei depositi e delle banconote emesse; alla national banks di 18 città e di centri minori fu consentito di soddisfare l’obbligo della riserva depositando parte della propria liquidità presso le banche di New York, dietro corresponsione di interesse. In tal modo un consistente flusso di risorse fu dirottato verso New York che permise la grande espansione delle banche di questa città. Infatti, poco tempo dopo l’approvazione di queste leggi, vennero fondate a New York alcune national banks destinate ad assumere ruoli di grande importanza: la First National Bank of  New York (1863) e la Chase National Bank of the City of New York (1877).



Nel medesimo tempo, per superare le restrizioni imposte dai singoli Stati, cui si è fatto cenno in precedenza, alcune delle banche statunitensi iniziarono ad operare come trust companies, cioè come istituti specializzati nell’amministrazione fiduciaria di patrimoni e negli investimenti finanziari: tra le più importanti vanno segnalate la Guaranty Trust Company of New York (1864), la Bankers Trust Company (1903) e la Manifactures Trust Company (1905), tutte con sede a New York.

Un’altra caratteristica peculiare al sistema bancario americano è data dalla nascita, a partire dal 1875, di ditte bancarie individuali, dovute all’attività di banchieri privati, che esercitarono un’influenza dominante nel processo di concentrazione industriale in atto in questo periodo. Tra queste la J.P.Morgan  Co. e la Kuhn Loeb & Co., tedesche di origine ebraiche. La Morgan, in modo particolare, partecipò ai consorzi per la costituzione dei grandi trust industriali, tra cui la United States Steel Corporation, che nei primi anni del Novecento riunì i maggiori concorrenti del colosso del settore, rappresentato dalla Carnegie Steel Corporation. La Ditta Morgan riuscì a nominare suoi rappresentanti in numerosi consigli di amministrazione – ben 112 nel 1913 – ed a porsi a capo di un gruppo di importanti banche costituite in forma societaria.

Il modello funzionale cui facevano riferimento le banche statunitensi  era quello della banca universale: la loro attività comprendeva la raccolta dei depositi a risparmio e in conto corrente, l’esercizio del credito commerciale, dei finanziamenti a lungo termine e l’assunzione di partecipazioni finanziarie. Rimaneva, comunque, in comune a questi istituti la caratteristica di essere banche locali nel senso che, al di là della maggiore o minore dimensione raggiunte, per tutte valeva il divieto di aprire filiali al di fuori della località scelta come sede, divieto aggirato attraverso la via, legalmente consentita, di fondare società affiliate o di acquisire partecipazioni importanti in altre banche.

Al momento della crisi bancaria del 1907, nel sistema bancario statunitense, composto da circa 20.000 banche di dimensioni ridotte nella massima parte, spicca un ristretto numero di banche con sede a New York, del quale fanno parte indifferentemente national banks, state banks e trust companies e banchieri privati, che, tuttavia, non rivestono un ruolo preminente su tutte le altre. La crisi è anche l’occasione per pensare alla costituzione di un istituto centrale, sia pure con struttura federale. Infatti il Federal Reserv Act del 1913 impone l’aggregazione dell’intero sistema bancario attorno a 12 centri di coordinamento periferico – il Federal Reserve Banks – facenti capo ad un ufficio federale con funzioni di banca centrale – il Federal Reserve Board.

Da segnalare che, nel medesimo tempo in cui a New York le maggiori banche andavano stabilendo rapporti sempre più stretti con i grandi gruppi industriali, nasceva in California il nucleo originario di una banca destinata ad assumere una posizione di primaria importanza: nel 1904, a San Francisco, viene fondata la Bank of Italy, ad opera di un gruppo di uomini d’affari italiani guidati a Amedeo Giannini, con finalità inizialmente molto ristretta, quella di sostenere gli artigiani, i piccoli imprenditori e, più in generale, i ceti meno abbienti. Quando nel 1909 una legge statale permise alle banche californiane di estendersi anche in altri Stati, la Bank of Italy, si estese rapidamente in altri Stati fino ad incorporare altri istituti, giungendo, nel 1930,  a dar vita alla Bank of America.




Verso le fusioni degli anni Cinquanta


La diversità della normativa bancaria, operante nei diversi Stati, fu alla base dello sviluppo bancario durante il periodo in questione.

Conviene ricordare, a questo punto, alcuni passaggi di questa normativa. Il National Bank Act aveva originariamente introdotto il divieto di apertura di filiali delle national banks, mentre le leggi statali avevano previsto per le state banks più ampie possibilità nell’apertura di nuove sedi al di fuori dello Stato di origine, come nel caso della California. Nel 1933 fu raggiunto un punto di equilibrio, fondato sul principio della competitive equality tra le due specie di banche, che consentiva alle national banks di aprire sportelli nello Stato in cui avevano sede, pur rimanendo operativo il divieto di espandersi in altri Stati.

La diversità tra normative federali e normative statali, fu aggirata dalla costituzione di catene di banche o di gruppi di banche. Nel primo caso gli stessi proprietari assumevano il controllo di una pluralità di banche che operavano in stretta collaborazione. Nel secondo caso veniva istituita una holding che curava la gestione dei pacchetti azionari di più banche. Il fenomeno dei gruppi bancari si diffuse rapidamente durante gli anni Venti: nel 1929 le 28 maggiori bank holding companies controllavano oltre 500 banche. Nel medesimo tempo, dal 1919 al 1929, vi furono oltre 4.000 fusioni, bilanciate da un sostanzioso numero di nuove fondazioni.

Con la crisi del 1929 si procedette ad una riforma globale dell’intero sistema bancario statunitense dal punto di vista istituzionale. La catena impressionante di fallimenti, soprattutto di banche di minori dimensioni, impose un riassetto più duraturo attraverso il Glass-Steagall-Act del 1933, voluto dal presidente Roosevelt. Con questa legge furono potenziati il controllo da parte degli organismi centrali, che afferivano al Federal Reserve Board, e la costituzione di un sistema di garanzia dei depositi facente capo ad un organismo pubblico al quale dovevano aderire in modo obbligatorio tutte le banche, oltre che introdurre il principio della specializzazione dell’attività bancaria, vietando alle banche di commerciare in valori mobiliari e, reciprocamente, agli istituti che operavano in questo settore, di raccogliere depositi a vista. Si giunse, pertanto, alla divisione tra commercial banks e investment banks. Molti banchieri privati optarono per quest’ultima soluzione, mentre altri procedettero allo scorporo delle due attività in banche giuridicamente distinte ma collegate funzionalmente.

Le conseguenze di questa legge fecero sì che l’evoluzione delle banche di maggior peso fosse caratterizzata da un’espansione internazionale, avvenuta nel secondo dopoguerra, in ragione dell’impegno finanziario degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa. A ciò è da aggiungere il rapido sviluppo, per le stesse motivazioni, delle bank holding companies.

Nel secondo dopoguerra si consolidano anche le strategie di espansione delle attività delle maggior banche: quelle del credito all’ingrosso, cioè dei rilevanti crediti alle più importanti imprese nazionali ed internazionali e quelle del credito al minuto attraverso lo strumento delle sectiune di credito, di terminali automatici presso grandi magazzini, centri commerciali ed uffici.

La progressiva deregulation apre la strada alla successiva ondata di specializzazione, favorita dalla globalizzazione economica, ed alla ulteriore diversificazione dei mercati bancari e finanziari che vede le grandi banche statunitensi operare ulteriori fusioni ed accorpamenti per aumentare le risorse disponibile per fronteggiare le diverse dimensioni dell’economia mondiale e la concorrenza delle banche giapponesi ed europee.








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