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AMERICANISMO E PAVESE

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AMERICANISMO E PAVESE.


Pavese e altri suoi giovani coetanei scoprono l’America all’inizio degli anni Venti: è l’epoca della marcia su Roma e dell’inizio del regime fascista di Mussolini. La censura sulla cultura straniera era stata avviata, anche le opere italiane dovevano rispettare i principi di tradizione e classicità che proclamava il duce. Le opere straniere venivano conosciute attraverso le recensioni o lette in lingua originale molto tempo dopo la loro prima stampa. L’adorazione per la vita d’oltreoceano comincia proprio in questo periodo, quando la California accoglieva gli emigranti del Sud Italia con grande senso di solidarietà e organizzazione, dando loro la possibilità di un’esistenza migliore, fiorente e libera dalle oppressioni e dalle repressioni. Il regime tollerava l’interesse verso il “Mondo Nuovo” per mantenere l’approvazione delle masse, ma era sempre in allerta ad aspettare un passo falso da parte degli antifascisti (lo stesso Pavese sconterà due anni di prigione per una lettera compromettente trovata in casa sua ma indirizzata alla donna di cui era innamorato). L’autore inizia a lavorare per la casa editrice Einaudi trasponendo in italiano libri di scrittori inglesi e americani: egli procedeva prima con la traduzione letterale per poi mettere del suo nell’adattamento definitivo. L’influenza della letteratura estera è visibile nelle produzioni dell’autore piemontese, anche se i temi trattati sono quelli della società italiana del suo tempo: i protagonisti delle vicende sono operai, uomini strappati ai loro sogni. Pavese non è in linea col pensiero dei futuristi, egli vede la città (in continuo processo di industrializzazione) come una gigantesca macchina infernale che risucchia l’uomo e la sua anima, ripudiando la loro amata idea di velocità e bollandola come sfuggente. La fine del fascismo e, di conseguenza, delle censure segna anche la fine del mito dell’America. Tutti ora possono conoscere veramente la grande nazione da cui sono stati ammaliati per decenni; adesso che è visibile la sua struttura capitalistica (inaccettabile per gli intellettuali marxisti e di sinistra) non suscita più interesse smisurato ma media curiosità. Gli Stati Uniti saranno sempre visti come la terra delle mille opportunità, ma nell’era della globalizzazione si tende ad accorciare le distanze e quindi a diminuire le differenze. Le collaborazioni e i rapporti diplomatici sono primari. Pur mantenendo la propria identità nazionale, i Paesi sono più simili nelle strutture e nelle abitudini e Internet ha contribuito in maniera fondamentale alla distruzione delle barriere sociali e culturali. Gli USA sono osservati in continuazione in quanto potenza mondiale in qualsiasi campo, persino le elezioni presidenziali sono seguite (dal nostro stivale come dal resto del mondo) con viva enfasi. Il fenomeno Obama ha contribuito ad abbattere lo stereotipo dell’uomo di colore come uomo inferiore; ancora una volta il popolo “esagerato” ha dimostrato la sua grande apertura mentale vincendo un’altra battaglia contro il razzismo degli stolti. Essenziale è anche la magia della musica che dagli anni ’50 ad oggi stravolge il nostro stile di vita. Sono soprattutto i giovani fans del rock a sognare con venerazione le città che hanno generato le loro leggende, i loro dei, i mostri sacri dell’eterna melodia “che spacca” e dello stile di vita al limite della follia che tutti vagheggiano. Anche l’Italia attualmente è meta di migliaia di gente dell’Est e dell’estremo Sud del mondo che sperano di trovare il loro piccolo paradiso, ma credo che l’ “American Dream” non smetterà mai di ipnotizzare generazione dopo generazione.







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