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Alessandro Manzoni

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Alessandro Manzoni


Vita. Nacque a Milano nel 1785, dal conte Pietro e Giulia Beccaria lia di cesare Beccaria, uno dei più illustri illuministi lombardi. Trascrose la giovinezza in collegi gesuiti, dove ricevette un’educazione classica e dove concepiì un’avversione per i metodi pedagogici e per la religione. Uscito dal collegio, con idee libertarie e razionalistiche, si inserì nell’ambiente culturale milanese napoleonico, conoscendo Foscolo e Monti. Nel 1805 raggiunse la madre a Parigi dove conobbe Carlo Imbonati. A Parigi entrò in contatto con gli ultimi intellettuali dell’illuminismo.

Iniziò in questo periodo la conversione alla religione cattolica, determinata anche dalla conversione della moglie Enrichetta Blondel. Tornato a Milano nel 1810 abbandonò definitivamente la posia classica e si dedicò alla stesura di Inni sacri. Fu vicino al movimento romantico milanese e alla politica, essendo di sentimenti patriottici e unitari. In questi anni scrive le odi civili e le tragedie. Conclude il suo ciclo produttivo con la stesura finale dei Promessi sposi nel 1827-40.



Anche se non partecipò attivamente ai moti rivoluzionari, durante le cinque giornate di Milano nel 1848, diede alle stampre Marzo 1821. Costituitosi il regno d’Italia divenne senatore. Morì a Milano nel 1873.


Dopo la conversione: gli Inni sacri e altre liriche. La conversione fu per manzoni un fatto che comprese tutti gli aspetti della sua personalità. manzoni ha una fiiducia assoluta nella religione come fonte di tutto ciò che è buono e vero, come punto di riferimento per ogni tipo di scelta, nel campo morale, politico, intellettuale. L’approdo al cristianesimo porta una rivalutazione complessiva della storia: i Romani vengono considerati da lui come violenti e oppressori, mentre rivaluta il Medio Evo cristiano, visto come la matrice della civiltà moderna.

Si forma in manzoni una visione tragica del reale che non tollera più l’idilliaca serenità classica. Nasce il bisogno di una letteratura che guardi al vero della condizione storica dell’uomo, al di là di ogni finzione evasiva e di ogni convenzione artificiosa.

Di seguito fissa i principi ch muovono la ricerca letteraria dell’intellettuale: l’utile per scopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo.

La prima opera scritta dopo la conversione, gli Inni sacri, fornisce un esempio concreto di una nuova poesia, prima ancora dello scoppio della polemica tra classicisti e romantici. Nella su opera Manzoni rifiuta la mitologia classica e all’egocentrismo della poesia precedente, proponendo invece un carattere corale.

Manzoni aveva progettatto dodici inni, che cantassero le principlai festività dell’anno liturgico. ma ne scrisse solo quattro: La resurrezione, Il Natale, La passione, Il nome di Maria. Un quinto inno, La pentecoste uscì con un ritardo di 7 anni. I primi quattro sono costruiti su uno schema fisso: enunciazione del tema, rievocazione dell’episodio centrale, commento che affronta le conseguenze dotrinali e morali dell’evento. La pentecoste, invece, rompe lo schema, mettendo da parte i motivi teologici e l’episodio, e insiste sul rivolgimento portato dallo Spirito nella sua discesa nel mondo, culminando in un’invocazione affinchè esso scenda ancora sull’umanità.

Nel 1821 Manzoni compone l’ode Marzo 1821, dedicata ai moti di quell’anno e alla speranza che l’esercito piemontese si riunisse agli insorti lombardi, e il Cinque maggio, l’alternanza di glorie e sconfitte della vicenda napoleonica è valutata dalla prospettiva dell’eterno.  


Le tragedie. La tragedia di manzoni si colloca in posizione di rottura rispetto alla tradizione. La novità si manifesta in due direzioni: la scelta della tragedia storica e il rifiuto delle unità aristoteliche. Manzoni, col suo teatro tragico, vuole collocare i conflitti dei suoi personaggi in un determinato contesto storico, ricostruito con fedeltà. Ciò che lo differenzia dallo storico, sarà il completamento dei fatti con l’invenzione poetica, con il commento e i sentimenti del protagonista.

Il Conte di Carmagnola (1816-20) si incentra sulla ura di un capitano di ventura del ‘400, Francesco Bussone: al servizio del duca di Milano, ottiene molte vittorie, e giunge a sposarne la lia; passa poi al servizio di Venezia, assicurandole una vittoria importante su Milano. Ma, sospettato di tradimento dai Veneziani per la sua clemenza vero i prigionieri, viene condannato a morte.

La tragedia si regge sul conflitto tra l’uomo d’animo elevato e la ragion di stato, con i suoi intrighi machiavellici.

Lo stesso tipo di conflitto è al centro dell’Adelchi. La tragedia mette in scena il crollo del regno longobardo in Italia nel VIII secolo, sotto l’urto dei Franchi di Carlo Magno. La tragedia si incentra introno a quattro personaggi: Desiderio, animato dalla volontà di vendicarsi di Carlo e di riparare il torto fatto al suo onore; Adelchi, suo lio, che sogna la gloria in nobili imprese, in un mondo dominato dalla forza e dall’ingiustizia; Ermengarda che muore devastata dal suo amore; Carlo e le sue ragioni di stato. Si fa evidente la contrapposizione di personaggi politici e e personaggi ideali, destinati alla sconfitta.

Nelle sue tragedie Manzoni inserisce il coro, con la funzione di costituire un angolo nel quale l’autore possa parlare in prima persona e possa esprimere la sua visione e le proprie reazioni soggettive di fronte ai fatti tragici.


I promessi sposi. Manzoni e il problema del romanzo. Manzoni trova nel genere letterario del romanzo lo strumento ideale per tradurre in atto i principi che ispiravano la battaglia romantica per un rinnovamento della cultura. Il romanzo corrisponde alle esigenze dell’impegno civile dello scrittore, e fornisce il mezzo per comunicare al lettore notizie storiche, ideali politici, principi morali. In seguito il romanzo permette allo scrittore di esprimersi con piena libertà.


I promessi sposi e il romanzo storico. Per la sua opera narrativa Manzoni sceglie la forma del romanzo storico, una forma di successo in quel momento grazie allo scozzese Walter Scott. I protagonisti non sono i grandi personaggi storici, ma personaggi inventati di oscura condizione. I grandi avvenimenti e i personaggi famosi costituiscono lo sfondo delle vicende vissute da questi personaggi, e compaiono in quanto vengono a incidere sulla loro vita. La storia viene vista dal basso,

come si riflette nella vita quotidiana della gente comune.


Il quadro polemico del Seicento e l’ideale manzoniano di società. La società di cui Manzoni vuol fornirci un quadro è quella lombarda del Seicento sotto la dominazione snola.

Manzoni si colloca nei riguardi del passato con atteggiamento da illuminista, cogliendo irrazionalità, aberrazioni ed ingiustizie. Ma questa ricostruzione del passato ha anche precise valenze politiche riferite alla situazione presente, come già si verificava nei cori delle tragedie. A parte l’indipendenza nazionale le esigenze essenziali sono: un saldo potere statale che si opponga alle prepotenze dei gruppi sociali più potenti; una legislazione razionale ed equa ed un efficente apparato di giustizia; una politica economica oculata.

Nel sistema dei personaggi del romanzo don Rodrigo e Gertrude rappresentano la funzione negativa dell’aristocrazia, che viene meno ai suoi doveri e usa il privilegio in modo oppressivo; il cardinal Federigo e l’Innominato rappresentano rispettivamente il modello positivo di aristocrazia e il passaggio della funzione negativa a quella positiva. Per i ceti popolari, l’esempio negativo è rappresentato dalla folla di Milano, violenta e sediziosa, il positivo dalla rassegnazione cristiana di Lucia; Renzo rappresenta il passaggio dal negativo al positivo. Per i ceti medi, esempi negativi sono don Abbondio e l’Azzecagarbugli, positivo fra Cristoforo.

Il modello di una società giusta ma senza conflitti fra classi, in cui i privilegiati diano volontariamente a chi non ha e i diseredati sopportino pazientemente le loro miserie, secondo Manzoni è proposto dal Vangelo stesso. Manzoni è convinto che la religione cattolica sia l’unica forza di grado di riuscire dove le riforme politiche avevano fallito.


L’intreccio e la struttura romanzesca. La vicenda inizia in una situazione di quiete e di serenità. In realtà questa situazione iniziale di idillio è solo apparente. La loro vicenda si conura come un’esplorazione del negativo della realtà storica: Renzo sperimenta il male nel campo sociale e politico (sommossa di San Martino e la Milano appestata), Lucia soprattutto nel campo morale (il capricci di Don Rodrigo e la corruzione della monaca aristocratica). Ma attraverso questa esperienza del negativo si compie anche la loro maturazione.

I percorsi di formazione dei due protagonisti sono però diversi, come diversi sono i loro caratteri e le loro funzioni nel racconto. Renzo ha tutte le virtù del popolo contadino: però c’è in lui una componente ribelle. Il suo percorso di formazione consiste nell’abbandonare ogni velleità d’azione e a rassegnarsi alla volontà di Dio. La formazione sia attua attraverso le due esperienze della sommossa e della Milano sconvolta dalla peste: attraverso di esse Renzo arriva a comprendere la vanità della reintegrazione della giustizia con l’azione. (notte presso l’Adda e perdono di Don Rodrigo).



A differenza di renzo, Lucia possiede sin dall’inizio quella consapevolezza della vanità dell’azione. A Lucia manca però quella consapevolezza del male che è necessaria per capire la vera natura della realtà umana. e al termine del romanzo, a raccogliere il significato ultimo, il concetto della provvida sventura.


Il lieto fine, l’idillio, la provvidenza. Nella conclusione della vicenda sono presenti i cardini fondamentali della visione manzoniana. Innanzitutto il rifiuto dell’idillio, come rappresentazione di una vita quieta e senza scosse. Anche se la vita dei due sposi è sostanzialmente felice, non è immemore della realtà esterna, grazie proprio all’esperienza del male da essi compiuta.

Nel finale si chiarisce anche la concezione della provvidenza. Renzo e Lucia hanno una concezione elementare e ingenua della provvidenza, che identifica virtù e felicità: per loro Dio interviene a difendere e a premiare i buoni. Nella visione del manzoni al contrario virtù e felicità possono coincidere solo nella prospettiva dell’eterno: solo alla fine dei tempi vi sarà la certezza che i buoni saranno premiati e che i malvagi puniti. Per Manzoni la provvidenzialità dell’ordine divino del mondo non consiste nell’assicurare la felicità ai buoni, ma nel fatto che proprio la sventura fa maturare in essi più alte virtù e più profonda consapevolezza.


Il Fermo e Lucia. Del romanzo esistono tre redazioni: la prima indedita (1821-l823) con il titolo Fermo e Lucia; la seconda pubblicata nel 1825-27 con il titolo I promessi sposi; la terza nel 1840-42, quella definitiva. Tra le due edizioni pubbblicate dall’autore (27 e 40) vi sono essenzialmente differenze linguistiche, mentre la prima redazione del Fermo e Lucia presenta differenze profonde, quasi a costituire un’altro romanzo.

Vi sono innazitutto differenze nella distribuzione delle sequenze narrative. Più in generale è l’impostazione del racconto che è sensibilmente diversa. Nel Fermo Manzoni ricorre in più larga misura al documento storico e realistico, con l’intento di fornire un preciso quadro di costume; inoltre certe tesi che nel Fermo sono enunciate esplicitamente, nei Promessi sono affidate ad una sottile trama simbolica.


Il problema della lingua. L’operazione compiuta da Manzoni col suo romanzo ha una portata incalcolabile nel campo linguistico: con la redazione definitiva del suo romanzo Manzoni fornisce alla letteratura italiana un nuovo modello di lingua letteraria.

Consapevole della mancanza di un codice comune tra chi scrive e chi legge, manzoni, iniziando il Fermo, si orienta verso una lingua di compromesso, formata da un fondo di toscano letterario, ma arricchita da apporti della parlata viva, oltre che da termini francesi. Dal ‘24 rinucia a questa lingua di compromesso e si orienta decisamente verso il toscano, quale poteva apprendere dai libri. Pubblicato il romanzo, il suo viaggio a Firenze nel 1827 fu come una rivelazione: trova ila lingua unitaria italiana nel parlato vivo dei fiorentini colti, al posto della lingua morta dei libri del Trecento.




Storia e invenzione poetica

Dalla lettera a M. Chauvet


La poetica del vero induce Manzoni a privilegiare i soggetti tratti dalla storia e a riprodurre fedelmente gli eventi storici. Ma ciò facendo lo scrittore si trova costretto a individuare ciò che distingue la storia dalla poesia. Il poeta non inventa la dinamica dei fatti: questa gli è offerta dalla storia, Ma gli resta ugualemnte una sfera di creazione: il poeta ricostruisce quindi i pensieri e i movimenti psicologici dei personaggi, non descritti dalla storia.



La Pentecoste

dagli Inni sacri


L’ultimo degli inni sacri è dedicato alla Pentecoste, la festa liturgica che celebra la discesa dello Spirito santo sugli Apostoli il cinquantesimo giorno dopo la resurrezione di Cristo, per conferire loro la facoltà di predicare a tutti i popoli e di essere intesi nonostante la diversità delle lingue.

Si possono distinguere nell’inno tre parti: 1) vv. 1-48: la discesa dello Spirito sulla Chiesa, smarrita e timorosa dopo la morte di Cristo, per darle la forza di compiere la sua opera nel mondo; 2) vv. 49-80: gli effetti della diffusione del nuovo messaggio cristiano nel mondo; 3) vv. 81-l44: invocazione allo Spirito Santo perchè discenda ancora tra gli uomini.

Nella prima parte si delineano due immagini contrastanti della Chiesa: dapprima appare paurosa e inerte, pi attiva nel suo impegno del mondo. Nella seconda parte si insiste sul messaggio di liberazione portato dal cristianesimo a tutti gli uomini, soprattutto agli oppressi. e il motivo dell’ingiustizia e dell’oppressione cge angustiano la realtà umana, a cui solo il messaggio cristiano può dare un’alternativa .

Nella terza parte si propone l’auspicio che il mondo terreno possa tornare a coincidere con il disegno divino. Se il mondo della storia è il trionfo del male l’alternativa è nell’altra vita; ma anche nel mondo umano manzoni ritiene che sia doveroso contrastare il male.

Il cristianesimo di manzoni ha una fondamentale fisionomia pessimistica, ma non si risolve in rassegnazione di fronte al male, bensì da luogo ad un atteggiamento attivo ed energico. animato dalla fiducia nella possibilità di un relativo superamento dell’ingiustizia.

L’ultima parte dell’inno propone poi i vari elementi di un quadro della realtà umana, riscattata dalla forza del messaggio cristiano e dall’intervento dello Spirito santo. In primo piano è il problema della giustizia sociale. la religione contribuisce a sanare l’ingiustizia inducendo i privilegiati a dare generosamente a chi non ha, e dando ai poveri il conforto di un sicuro riscatto.


Marzo 1821

dalle Odi


L’ode fu composta nel marzo 1821, quando i patrioti lombardi speravano che Carlo Alberto con l’esercito piemontese venisse in appoggio ad una loro insurrezione contro l’Austria. Manzoni anticipa gli veneti con la fantasia, anticipando l’attraversamento dei piemontesi del Ticino.

L’ode fu pubblicata nel 1848, con una decica a Theodor Korner, poeta tedesco morto in battaglia combattendo contro Napoleone.

Nell’ode si possono individuare tre parti: 1) strofe 1-4: l’immaginata riunificazione delle forze piemontesi e lombarde propone il tema dell’inevitabile unificazione nazionale; 2) strofe 5-9: questa parte contiene un’appello agli stranieri affinchè cessino di opprimere l’Italia, in nome delle lotte da essi sostenute per la loro libertà contro Napoleone; 3) strofe 10-l3: l’ultima parte contiene un incitamento agli italiani a lottare per la propria libertà contando solo sulle proprie forze. L’ode termina in chiave profetica: il poeta si pone dalla prospettiva del futuro, quando unità e indipendenza saranno realizzate.


Il cinque maggio




L’ode è ispirata alla morte di Napoleone, avvenuta il 5 maggio 1821 a S. Elena. L’ode si divide in tre parti: 1) strofe 1-4: preambolo, la morte di napoleone e l’atteggiamento del poeta di fronte all’evento; 2) strofe 5-l4: rievocazione delle gesta, imprese vittoriose, la sconfitta e l’esilio; 3) strofe 15-l8: conlusione, il soccorso della fede, il trionfo dell’eterno sulla gloria terrena.

Nelle quatro strofe del preambolo emergono due opposizioni fondamentali: 1) immobilità vs rapidità dell’alternarsi di vicende. L’immobilità della salma si oppone alla zioni del grande uomo; 2) grandezza e gloria vs negatività dell’azione: il grande uomo ha seminato con le sue guerre distruzione, sofferenze e morte.

La parte centrale dell’ode si sviluppa introno ad una opposizopne spaziale: lo spazio geografico ampilissimo in cui si svolgono le gesta di napoleone vs la breve sponda dell’isola su cui finisce esule; poi un’opposizione temporale: il passato glorioso vs il presente misero dell’esilio.

Nell’ultima parte il contrasto passato vs presente, vastità spaziale vs breve sponda, dinamismo vs immobilità viene superato attraverso l’ingresso di una nuova dimensione, fuori dal tempo e dallo spazio: l’eternità.

La vita di Napoleone fu intensa e tumultuosa; ma fu positiva? La prospettiva di Manzoni è pessimistica: agire nella storia, alla ricerca della grandezza, vuol dire provocare distruzioni, sofferenze, morte; vuol dire raccogliere odi e oltraggi, per poi finire nell’inazione. L’azione degli eroi nella storia è svalutata nella prospettiva dell’eterno: la morte mette di fronte al vero significato dell’esistenza.



Il dissidio romantico di Adelchi

dall’Adelchi (Atto III, scena 1)


Dal colloquio con lo scudiero emerge il dissidio interiore che caratterizza il personaggiuo di Adelchi. Egli aspira alla gloria, conquistata in imprese magnanime, ed è costretto invece dai disegni politici del padre ad assalire gli indifesi territori della Chiesa, trasformandosi in un ladrone. Il contrasto tra l’animo nobile e la politica esprime il pessimismo cristiano della visione del Manzoni, che vede la storia umana condannata ad una degradazione non riscattabile. In essa gli individui che si ispirano ai valori più alti non possono trovare posto, e ne sono espulsi. Questo conflitto tra aspirazioni ideali e realtà colloca il personaggio di Adelchi in un clima romantico, appartenendo anche alla categoria degli eori vittime.

A questo tipo di eroi non si prospetta altro che la morte. E così è anche per Adelchi, ma in una variante cristiana: la morte è il riscatto in un’altra dimensione, immune dalla degradazione dell’esistenza storica., risolvendo il conflitto sul piano dell’eterno.


Morte di Adelchi

dall’Adelchi (Atto V scene 9-l0)


Al termine della tragedia Manzoni riscatta in termini cristiani il suo romantico eroe: il tormento della sua nobile anima in contrasto con la realtà trova uno sbocco nella morte verso la pace consolatrice di Dio. Adelchi muore enunciando una visione della realtà radicalmente pessimistica. La storia è per lui dominata dalla violenza e dall’ingiustizia. La condizione del potente, colui che fa la storia, è totalmente negativa: il meccanismo brutale della realtà lo costringe a seminare ingiustizie e rende infelice la sua vita. Essendo il male del mondo irrimediabile, l’unica alternativa al suo meccanismo feroce è la dimensione dell’eterno.


Coro dell’atto III

dall’Adelchi


Il coro si inserisce nell’azione drammatica della tragedia nel momento in cui i Franchi invadono la pianura, e ricostruisce le reazioni dei latini all’annuncio della sconfitta dei loro oppressori.

Il coro affronta un motivo storico caro a Manzoni: la sorte del popolo latino sotto il dominio longobardo, le condizioni di quella massa di uomini comuni che non hanno una funzione attiva nella storia. Nel coro lo scrittore si riserva un “cantuccio” anche per trattare masse anonime e dimenticate. Manzoni è spinto in primo luogo dal cattolicesimo, che in obbedienza allo spirito evangelico lo porta all’interesse sulla sorte degli umili; in secondo luogo la visione della realtà che era propria di tutta la borghesia moderna europea, che rivendicava il diritto della gente comune a suscitare l’interesse per la letteratura.

Il coro è un esempio di poesia storica: il poeta completa la storia tramandata dai documenti, ricostruendo ciò che gli uomini hanno pensato e sentito nel ompierli: qui le speranze dei Latini nel vedere sconfitti i propri oppressori, l’umiliazione e lo sgomento dei Longobardi, lo stato d’animo dei conquistatori Franchi.

Il coro è anche un esempio di poesia politica. La ricostruzione del passato è analisi del presente, un messaggio poer chi in esso vive. Il messaggio è di non contare su forze straniere per la liberazione nazionale.


Coro dell’atto IV

dall’Adelchi


La lirica è costruita su rigorose simmetrie: le prime due strofe fungono da raccordo per la scena che le precede, ed insieme da preambolo del discorso successivo (descrizione Ermengarda morente, motivo della ricerca della pace nella vita eterna).

Nelle strofe 3-4 il motivo è sviluppato attraverso la voce del poeta che si rivolge al personaggio. Si ripercorre nelle strofe 6-l0 i giorni felici passati con carlo, che riemergono nella memoria di Ermengarda. Nel coro si presentano tre livelli temporali: presente, passato prossimo e passato remoto, incastrati l’uno dentro l’altro.


Giacomo Leopardi


Vita. nacque nel 1798 a recanati, nello Stato Pontificio. La famiglia era tra le più cospicue della nobiltà terriera, ma in cattive condizioni patrimoniali. Il padre era un uomo colto, ma i suoi orientamenti politici erano fortemente reazionari. Giacomo crebbe in un ambiente contadino e bigotto.

Venne istruito inizialmente da istruttori ecclesiastici, ma dai dieci anni in poi continuò gli studi autonomamente. Inizialmente segue le ideologie paterne, ma tra il ‘15 e il ‘16 si converte “dall’erudizione al bello”, abbandonando le minuzie filologiche e entusiasmandosi per i poeti classici (Omero, Dante, Virgilio) che per i moderni romantici. Conosce in quegli anni Pietro Giordani, classicista laico e democratico.

In questo periodo inizia ad odiare l’ambiente di Recanati e nel 1819 tenta la fuga, sventata in poco tempo. Di seguito soffre per una malattia agli occhi che gli impedisce la lettura: raggiunge così la percezione lucidissima della nullità delle cose, che è il nucleo del suo sistema pessimistico. Questa crisi segna il passaggio dal “bello al vero”, dalla poesia d’immaginazione alla filosofia e ad una poesia di pensiero.

Nel 1819, con l’Infinito, inizia la stagione più originale della sua poesia. Si infittisono le note dello Zibaldone, una sorta di diario intellettuale.



Nel 1822 esce da Recanati per andare a Roma, ma ne rimane deluso per gli ambienti intellettuali aridi meschini. Nel ‘23 si dedica alla composizione delle Operette morali, a cui affida la diffusione del suo pensiero pessimistico. Dal ‘25 inizia il soggiorno a Milano, Bologna e a Firenze. Nella primavera del ‘28 scrive A Silvia, che apre la serie dei grandi idilli. Dopo esser tornato a Recanati per motivi economici, riparte per napoli, dove conosce Antonio Ranieri, giovane esule napoletano. Prima della sua morte, scrive La ginestra. Muore a Napoli nel 1837.


Il pensiero. Al centro della meditazione di leopardi si pone un motivo pessimistico, l’infelicità dell’uomo. L’uomo non desidera un piacere, bensì il piacere: aspira a un piacere infinito. Pertanto, siccome nessuno dei piaceri può soddisfare questa richiesta, nasce in lui un senso di insoddisfazione perpetua. Da questa tensione inapata nasce per Leopardi l’infelicità dell’uomo, il senso della nullità di tutte le cose.

L’uomo è per Leopardi necessariamente infelice per la sua stessa costituzione. Ma la natura, che in questa fase è concepita come benigna, ha voluto offrire un rimedio all’uomo: l’immaginazione e le illusioni. Per questo gli uomini primitivi, essendo più vicini alla natura, erano più felici, mentre l’uomo moderno, allontanatosi da essa verso la ragione, è incapace di illudersi. La colpa dell’infelicità è attribuita all’uomo, reo di essersi allontanato dalla natura verso la via della ragione.

Leopardi giudica negativamente la civiltà dei suoi anni, la vede dominata dall’inerzia e dal tedio; ciò vale soprattutto per l’Italia. Scatirisce da qui l’atteggiamento del poeta, unico depositario della virtù antica, che si erge solitario a sfidare il fato (titanismo). Questa fase del pensiero è stata designata con la formula del pessimismo storico.

La concezione di una natura benigna entra però in crisi. Leopardi si rende conto che la natura mira alla conservazione della specie, e per questo fine può anche sacrificare il bene del singolo. Ne deduce che il male rientra nello stesso piano della natura. Nel Dialogo della Natura e di un Islandese, Leopardi arriva al rovesciamento della concezione della natura. Essa viene concepita ora come meccanismo cieco, indifferente alla sorte delle sue creature. E’ una concezione non più finalistica ma meccanicistica e materialistica. La colpa dell’infelicità non è più dell’uomo stesso, ma solo della natura. Muta di seguito anche il senso dell’infelicità umana: se prima era assenza di piacere ora l’infelicità è dovuta ai mali esterni: malattie, elementi atmosferici, vecchiaia, morte.

Al pessimismo storico subentra in questo modo un pessimismo cosmico: nel senso che l’infelicità non è più legata ad una condizione storica e negativa dell’uomo, ma ad una condizione assoluta. Ne deriva l’abbandono della poesia civile e del titanismo. Successivamente tornerà l’atteggiamento di protesta, di sfida alla natura. Finchè arriverà a costruire una cocezione della vita sociale e del progresso nella Ginestra.


La poetica del vago e dell’indefinito. La teoria del piacere è un crocevia fondamentale nel sistema di pensiero leopardiano: da una parte costoituisce il nucleo germinale della filosofia pessimistica, dall’altro è il punto di avvio della sua poetica.

Se nella realtà il piacere infinito è inesistente, l’uomo può uarsi di trovarlo nella sua immaginazione. La realtà immaginata sostituisce la realtà vissuta che non è che infelicità e noia.

nelle ine dello Zibaldone vengono passati in rassegna tuttigli aspetti che per il loro carattere indefinito possiedono una forza suggestiva. Si viene a costruire una teoria della visione: è piacevole la vista impedita da un ostacolo, perchè al posto della vista lavora l’immaginazione. Contemporaneamente viene a costruirsi una teoria del suono: sono tutti suoni suggestivi quelli che sono vaghi: un canto che va allontanandosi.

A questo punto si vierifica la svolta fondamentale: il bello poetico consiste per Leopardi nel vago e nell’indefinito, e si manifesta essenzialmente in immagini del tipo di quelle leencate nella teoria della visione e del suono.


Leopardi e il Romanticismo. Essendo di formazione classica e avedno conosciuto Pietro Giordani, leopardi si schiera contro il Romanticismo. le sue critiche sono però diverse da quelle degli altri classicisti. Per lui la poesia è espressione di una spontaneità primitiva e fanciullesca. Per questo consente ai romanticila loro critica al classicismoaccademico e imitatore. Però rimprovera ai romantici un’artificiosità retorica nella ricerca dello strano, e del predominio della logica alla fantasia.

Leopardi propone i classici come modelli, con uno spirito tipicamente romantico. Si può parlare di un classicismo romantico.


Il primo Leopardi: le canzoni e gli Idilli. Tra il 1816 e il 1819 vi sono molti esperimenti letterari di Leopardi: idilli pastorali, elegie, visioni, canzoni, tragedie. Si concretano di questi abbozzi solamente le Canzoni e gli Idilli.

Le Canzoni sono composte tra il ‘18 e il ‘23 e sono componimenti classici che impiegano il linguaggio aulico della tradizione con influenze di Foscolo e Alfieri. Le prime cinque affrontano un tema civile . la base di pensiero è costituita dal pessimismo storico.

Gli Idilli, che hanno tematiche intime ed autobiografiche, con un linguaggio colloquiale e semplice, sono componimenti scritti tra il ‘19 e il ‘21. I più importanti sono l’Infinito, La sera del giorno festivo. Questi idilli non hanno più a che fare con la tradizione bucolica classica, ma sono più che altro la rappresentazione della realtà esterna e momenti della vita interiroe.

Nell’Infinito lo scenario è una semplice quiete contemplativa, spunto per una meditazione sull’idea di infinito creato dall’immaginazione, a partire da situazioni visive e uditive.


Le Operette morali. le Operette morali sono composte nel 1824 e segnano la fine delle illusioni giovanili e lo sprofondare in uno stato di aridità e di gelo. le Operette sono prose di argomento filosofico, nelle quali è esposto, tramite miti e allegorie, il sistema da lui elaborato.


I grandi idilli. Nel 1828, con la composizione dei grandi idilli, si conclude quel periodo di aridità interiore di Leopardi. Tra questi idilli sono da ricordare A Silvia, La quiete dopo la tempesta, Il Sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e Passero solitario.

Questi componimenti, nati dal risorgimento della sensibilità giovanile, riprendono temi e linguaggio dei primi idillli: le illusioni, le rimembranze, quadri di vita del borgo, immagini e suoni indefiniti.

I grandi idilli non sono però la ripresa dei vecchi idilli. In questi vi è la consapevolezza della fine delle illusioni giovanili e un sistema fondato sul pessimismo assoluto.

Il linguaggio non ha più espressioni intense e patetiche, ma è più misurato, sia nell’evocazione della giovinezza che nel senso della desolazione.


L’ultimo Leopardi. Dopo il ‘30, con l’allontanamento da Recanati, si ha una svolta rispetto alla poesia precedente. Nonostante permanga il pessimismo assoluto leopardi ristabilisce un contatto diretto con gli uomini e i problemi del suo tempo.

Dopo l’amicia con ranieri e la passione amorosa per una dama fiorentina, iniza la composizione del Ciclo di Aspasia, nel quale si ha una posia nuda e severa, fatta di puro pensiero. Si instaura in questo periodo un atteggiamento polemico verso le ideologie ottimistiche che esaltano il progresso, verso le tendenze spiritualistiche e neocattoliche. A queste ideologie vengono contrapposte le cencezioni pessimistiche e il materialismo.

Una svolta essenziale si ha con la Ginestra, il testamento spirituale di leopardi, la lirica che chiude il suo percorso poetico. Il componimento ripropone la polemica antiottimistica e antireligiosa, dove però non vi è alcuna negazione di un progresso civile. La condizione degli uomini può indurre a riunirsi per combattere la natura.







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