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Alfieri - Alfieri e l’Illuminismo: un pre-romantico in Italia, Il Titanismo, Le tragedie

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Alfieri

Entriamo già in un clima pre-romantico, Alfieri si descrive nella propria autobiografia come un eroe appassionato, avverso a tutti i limiti imposti dalla società.

Nasce ad Asti nel 1742 in seno ad una famiglia torinese ed aristocratica, sin da bambino è inquieto e ribelle, parla anche di un tentativo di suicidio.

Tra il 1752 ed il 1758 studia all’elitaria Accademia militare di Torino, ma è insofferente alla disciplina ed all’ignoranza. Nei sei anni successivi viaggia in tutta Europa.

Il viaggio è una forma di conoscenza e confronto con altri popoli, il ‘700 è il secolo del cosmopolitismo; lo spingono una scontentezza ed un’inquietudine costanti, è senza pace. Intreccia passioni tempestose; gira da una città all’altra sempre insoddisfatto. L’individuo romantico non sta bene con se stesso né con la società.

A Vienna si rifiuta di conoscere Metastasio perché egli s’inchinava davanti a Maria Teresa d’Austria, Alfieri vede ovunque servilismo, matura sin dalla giovinezza odio per la monarchia e la tirannide. Nei suoi viaggi acquisisce una profonda conoscenza della politica assolutistica europea: è tiranno ogni re che agisce sopra le leggi. Disgustato torna nel 1763 a Torino, dove la chiusa monarchia sabauda si spartisce il potere con l’oligarchia. Insofferente di tutto, rifiuta ogni carriera politica o militare e svolge una vita dissipata, immerso nel lusso più sfarzoso, quasi un “giovin signore”. C’è la ricerca di un qualcosa che possa dare un senso alla sua esistenza, ma non lo trova.



Vive una passione tempestosa con una contessa torinese.

Nel 1775 ha un’illuminazione, che egli stesso definisce “conversione alla letteratura”, quando scopre analogie tra il suo amore e quello di Antonio e Cleopatra. Scrive la prima tragedia (Antonio e Cleopatra) e vive una sorta di catarsi, l’arte è ciò che può dare un senso alla sua vita; nello stesso anno scrive anche Filippo e Polinice. Constata i limiti della sua formazione letteraria, inizia a studiare i classici latini ed italiani, impara da solo il greco. Si reca a Firenze per imparare l’italiano vero; qui nel 1777 conosce Maria Luisa Stolberg, una contessa sposata all’anziano Charles Stuart, pretendente  al trono d’Inghilterra. Lo definisce un “degno amore”. Nel ’78 decide di rompere ogni legame economico e sociale con la madre patria, di “spiemontizzarsi”: per lui il letterato deve essere assolutamente libero. Lascia tutti i libri alla sorella in cambio di una pensione vitalizia e si butta a capofitto nell’otium letterario.

Sino al 1788 scrive due trattati, Della tirannide e Del principe e delle lettere, completa le sue diciannove tragedie, scrive gran parte delle Rime.

Segue la Stolberg dappertutto, nel 1786 i due decidono di trasferirsi a Parigi, nell’89 scoppia la Rivoluzione francese, accolta con entusiasmo da Alfieri che scriverà la poesia Parigi sbastigliato, ma ne è deluso e matura un odio feroce per il governo rivoluzionario ed i francesi. Nel 1799 scrive un’opera contro i francesi, Misogallo. Si rende conto che sta incominciando una nuova monarchia della borghesia, ammantata di finta libertà, e quindi ancora più balorda. Disprezza la classe media, gretta, utilitarista, che non riesce a capire cosa sia la vera libertà. Definisce il male minore la monarchia nobiliare, c’è in Alfieri un individualismo aristocratico che lo porta a disprezzare tutte le novità che provengono da plebe e borghesia.

Nel 1792, l’anno dell’assalto alle Tuleries, si stabilisce di nuovo a Firenze, dove vive da solitario, chiuso nel suo atteggiamento aristocratico, sprezzante di tutto. Scrive il Misogallo e completa nel 1803 l’autobiografia; muore improvvisamente nello stesso anno.


Alfieri e l’Illuminismo: un pre-romantico in Italia

La sua formazione è illuminista, legge Voltaire, Rousseau e le Vite parallele di Plutarco, appassionandosi alle gesta grandiose degli eroi; tuttavia sviluppa una vera insofferenza per questa cultura, per il culto della scienza e per il razionalismo scientifico, che spegne “il forte sentire”, la passionalità e l’emotività che per Alfieri costituiscono l’essenza dell’uomo. Da questo “forte sentire” scaturisce l’immaginazione e nasce la poesia. E’ vero che Rousseau aveva esaltato la sensiblerie, ma pur sempre guidata dal concetto di ragione. Alfieri non condivide il freno razionale, ma celebra una passionalità sfrenata ed illimitata. Critica le posizioni atee, materialiste e deiste dell’Illuminismo francese, sebbene non approdi a nessuna religione precisa: avverte, infatti, in sé un profondo senso dell’infinito, e questa accentuata spiritualità già lo proietta nel Romanticismo.

La data convenzionale di nascita del Romanticismo in Italia è il 1816, quando venne pubblicato un articolo di Madame De Stael che criticava gli intellettuali italiani. Ma già negli ultimi decenni del ‘700 una sensibilità pre-romantica si diffonde in tutta Europa: è il caso dello Sturm und Drang tedesco e della poesia sepolcrale inglese; in Italia esso si accavalla al neo-classicismo del Monti.

In politica il nucleo ideologico di Alfieri è l’odio per la tirannide, sia l’Ancien Regime francese sia il dispotismo illuminato degli Asburgo; ma disprezza anche le nuove forze politiche borghesi, sino all’odio per la Rivoluzione francese come più squallida espressione della nuova tirannide della classe media.

Tuttavia la critica dell’Alfieri non è concreta ma astratta, alla monarchia come metafora del potere che limita l’individuo, così come astratta è l’esaltazione della libertà che non lo porta all’elaborazione di un progetto politico; quasi come se parlasse di entità metafisiche o concetti astratti che vivono in lui.




Il Titanismo

Nella vita e nelle opere Alfieri è espressione del titanismo (i Titani avevano sfidato l’Olimpo di Zeus pur sapendosi in partenza destinati alla sconfitta), una forma di ribellione affascinante e valida in sé e per sé, anche se votata alla sconfitta. Il ribelle è vinto solo fisicamente, mai spiritualmente: è indomabile anche nella morte.

Le opere dell’Alfieri hanno per protagonisti eroi titanici che sfidano i più forti tiranni benché destinati alla sconfitta. Atteggiamenti titanici si ritrovano anche nel Masnadieri di Schiller, ne I turbamenti del giovane Werther di Goethe e ne Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo. Il gesto del suicidio appare dunque affascinante e bello, estremo atto di ribellione.


Della tirannide e Del principe e delle lettere

Il trattato Della tirannide, in due libri, esamina prima le caratteristiche della tirannide e delle forze che la appoggiano (il consenso dell’aristocrazia, l’esercito, la casta sacerdotale), così rievoca il pensiero machiavelliano; poi si occupa di quali comportamenti debba tenere un uomo libero dalla tirannide: o si isola e vive sdegnosamente appartato, o si uccide come gesto estremo di libertà, o tenta l’impresa coraggiosa e titanica del tirannicidio. E’ un gesto grandioso e affascinante seppur destinato alla sconfitta. Il trattato è astratto e non rientra nel vivo dibattito politico del ‘700, poiché tutta la lotta politica si riduce all’antitesi tra due superuomini: l’individuo ed il tiranno, opposti ma simili in quando entrambi tendono ad una smisurata affermazione del proprio Io. Il primo tende ad una libertà assoluta ed il secondo ad un potere assoluto. Alfieri non analizza una tirannide concreta ma un potere soffocante in senso astratto, così come sono astratte la sua critica e l’esaltazione della libertà. Si tira indietro davanti alla progettualità politica.

Il secondo trattato, Del principe e delle lettere, esamina il rapporto tra potere ed intellettuale, riproponendo lo schema tiranno-antitiranno con una variante. Il letterato è amante della libertà assoluta per impulso naturale, essenza innata, e si pone in uno scontro totale con il potere. L’elemento fondante della letteratura è la contestazione del potere. Il tiranno vuole tenere i suoi sudditi nell’ignoranza, il letterato vuole insegnare il significato di libertà al popolo. Condanna l’intellettuale cortigiano che è schiavo del potere, e quello di mestiere: il vero letterato deve essere libero da condizionamenti sociali ed economici. In realtà è profondamente aristocratico e reazionario ed esalta i pochi eletti che di fatto sono i nobili. Se nel primo trattato l’azione sublime p superiore allo scrivere, qui sostiene che dire grandi cose è in parte anche farle, e che Omero più di Achille ha contribuito a dare forma immortale al Pelide.

Si affaccia l’idea della poesia come dispensatrice di gloria eterna, concetto che sarà ripreso da Foscolo.


Le tragedie

Ritiene la tragedia il genere letterario più elevato: all’epoca in Italia si lamentava la mancanza di un tragediografo ed Alfieri si sente chiamato a questo compito sublime. E’ un genere che si adatta alla sua visione della vita basata sullo scontro di passioni. Tiranno ed anti-tiranno sono personificazioni di due concetti astratti: l’aspirazione all’assoluto e l’insofferenza per tutto ciò che limita l’uomo.

Le tragedie devono essere in cinque atti, avere pochi personaggi, rispettare le unità aristoteliche di tempo, luogo ed azione. Alfieri accentua l’essenzialità dell’azione e riduce al minimo i personaggi che sono sempre due, protagonista ed antagonista. Elimina digressioni ed episodi minori per aumentare la tensione tragica, riduce al minimo i riferimenti storici, ambientali e spaziali, sicché lo scontro di passioni si svolge su uno sfondo astorico per cui il Filippo (nel ‘600 snolo) e l’Antigone (nell’antica Grecia) potrebbero avere uguale ambientazione. La tensione è fortissima sin dall’inizio, tragica e violenta, sensibilmente destinata all’esplosione nel sangue.



Pur scrivendo le proprie tragedie per il teatro, Alfieri le rappresentò sempre in saloni nobiliari per un pubblico ristretto, perché il gusto delle masse era ancora grossolano e non poteva comprendere il suo slancio libertario. Scrive piuttosto per un pubblico futuro, di una lontana Italia libera ed indipendente.

Scrisse diciannove tragedie, fondate sul conflitto tiranno-antitiranno, con un finale violento e sanguinoso. I personaggi sono dominati da desideri incontrollabili –l’essenza dell’uomo è “il forte sentire”. Le trame sono tratte dalla storia greca, romana, medievale, rinascimentale e dalla Bibbia.


Nel Filippo lo scontro è tra Filippo II di Sna ed il lio Don Carlos, che ha un carattere orgoglioso e si oppone ad alcune decisioni del padre, che ne avverte l’opposizione come una ferita al proprio orgoglio. Il contrasto scoppia per motivi amorosi, quando la promessa di Don Carlos, Elisabetta di Valois, sposa, invece, Filippo II. Ma la donna intrattiene una relazione amorosa con Don Carlos, per cui il despota costringe il lio a suicidarsi. Anche Verdi scrisse il melodramma Don Carlos.


L’Antigone propone lo scontro tra Creonte e l’eroina, la medesima materia dell’omonima tragedia sofoclea.

Le tragedie dell’ultimo periodo sono le più belle perché spostano il conflitto su un piano interiore. Il protagonista deve combattere contro forze oscure ed indomabili: l’anti-tiranno è in lui. Il Saul fu composto nel 1782 ed è di argomento biblico, la Mirra risale al 1786.


Saul non accetta che un altro possa sostituirlo sul trono e prova ira ed invidia per David, il nuovo re voluto da Dio; inoltre il protagonista è vecchio e malato, vicino alla morte, il suo successore giovane e bello. Saul si suicida come estremo tentativo di ribellione a Dio, dopo la morte dei li.


La Mirra è ispirata ad un episodio delle Metamorfosi di Ovidio. E’ la storia di un amore incestuoso, in cui la passione incontrollabile si scontra con il tentativo di nasconderla. La protagonista rifiuta le nozze con Pereo, che in preda alla disperazione si uccide. Mirra confessa al padre la passione che prova per lui e poi di suicida. Il male è una passione empia ed indomabile, contro la quale nulla può la ragione.

Saul si uccide da titano per affermare il proprio potere, Mirra, invece, è solo sconfitta.

Lo stile è sublime ed aulico, formale, ricco di inversioni ed anastrofi, di ure retoriche, ed è estremamente pausato. Ricerca la pausa drammatica, lo scontro di suoni aspri e cupi, il pathos è tanto esasperato da sfiorare il ridicolo.


Il Misogallo

Ritratta le proprie idee sulla nobiltà: preferisce la tirannide degli aristocratici a quella mascherata di libertà della borghesia. Partito da premesse illuministiche si fa reazionario, si chiude nell’esaltazione dei privilegi morali della nobiltà, nel conservatorismo più cupo.






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