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Articolo di giornale, Interventisti e Neutralisti di fronte alla Guerra

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Tipologia del tema: Articolo di giornale

Titolo: Interventisti e Neutralisti di fronte alla Guerra

Pubblicazione: Giornalino Scolastico

Autore: Unknow


I documenti analizzati si riferiscono al contesto storico della Prima Guerra Mondiale (1914-l918). Essi sono testimonianza di un acceso dibattito culturale che si manifesta in occasione della possibilità, per l’Italia, di intervento contro l’Austria, che avrebbe consentito di riunire Trento e Trieste al Paese. Lo sfondo della “Grande Guerra” è costituito dall’ideologia irrazionale del Decadentismo e dalla crisi storica, filosofica, culturale, che lo caratterizza.

A questo proposito si formano due schieramenti: neutralisti e interventisti, eterogenei al loro interno, ma unificati per il raggiungimento di uno scopo comune.

Gli alleati dei neutralisti erano parlamentari come Giolitti, riteneva che l’Italia non fosse preparata per affrontare uno scontro bellico, cattolici, rifiutavano nettamente la prospettiva della guerra, i socialisti, appellandosi ai principi della Seconda Internazionale, vedevano nella guerra uno scontro fra opposti interessi capitalistici, che avrebbe inevitabilmente causato solo danni ai proletari, i liberali democratici aderivano al pensiero di Giolitti. I neutralisti avevano diverse motivazioni, ma erano solidali nel dissenso all’uso delle armi per risolvere i conflitti fra le potenze. Essi rappresentavano il volere della maggioranza della popolazione, e accoglievano consensi anche fra i futuristi, come Majakovskij, che effettua una riflessione sugli aspetti più tragici relativi alla guerra.



Egli manifesta la sua avversione ponendo in rilievo gli inutili spargimenti di sangue che ne derivano e descrivendo, tramite immagini negative, come la natura partecipi al dramma terreno e come proprio la terra sembri ribellarsi a questa tragedia.

Tuttavia la guerra è una realtà che ha caratterizzato tutte le epoche storiche, la filosofia della guerra e la filosofia della pace sono sempre state in contrapposizione e sempre ci saranno, questo è un fatto da accettare. La guerra non risolve i problemi umani, è uno sforzo inutile, non serve a nulla, coloro che combattono la battaglia, per giusta causa che sia, non vengono glorificati o santificati e il loro nome si perderà nel tempo e nelle memorie.

Con un certo fatalismo, il letterato Renato Serra, condivide questa visione negativa dell’atroce contesa, e la considera come un sacrificio che non apporta alcun beneficio alla terra e alle vittime che ne hanno fatto parte.

I neutralisti agivano con diplomazia, miravano all’accordo più che allo scontro, come gli oppositori interventisti, favorevoli all’entrata dell’Italia in guerra, convinti che la violenza bellica fosse un segno di vitalità della nazione.

Gli interventisti si dividevano, a loro volta, in interventisti di destra; essi avevano come obbiettivo prioritario la liberazione di Trento e Trieste dal dominio Austriaco e l’unificazione d’Italia.  

Gli interventisti di destra ritenevano che con l’espansione territoriale, l’Italia, avrebbe accresciuto il suo prestigio internazionale.

Inoltre il Nazionalismo, dilagante in quel periodo, accentuò notevolmente la visione irrazionale di alcuni intellettuali, ne sono un esempio lampante le affermazioni del grande scrittore italiano decadente Gabriele D’Annunzio che, in occasione del discorso commemorativo a Garibaldi tenutosi a Quarto il 5 maggio 1915, esaltò l’immagine del sangue e della guerra come segni di potenza e grandezza nazionale. Non per niente D’Annunzio è il fautore del fascismo in Italia.

Il Nazionalismo assunse caratteristiche specifiche a seconda dei diversi paesi in cui si sviluppava. Il forte spirito tedesco glorificò la razza ariana, accusò gli ebrei di tutti i mali della società tedesca, e attribuì al conflitto la funzione di liberazione da qualcosa che opprime.



In un periodo caratterizzato dalla caduta dei valori e delle certezze, dall’abolizione di tutte le libertà, la guerra si traduce quindi come momento di emancipazione, di autonomia. Essa “entusiasma i poeti” e diviene “necessità morale”, Thomas Mann, romanziere e critico tedesco, riserva una profonda fede nella vittoria tedesca che porterà all’eliminazione della corruzione e del disordine, creati dalla borghesia.

In sintonia con D’Annunzio, troviamo il poeta, narratore e saggista, Giovanni Papini, totalmente favorevole alla guerra. In modo freddo e disumano, Papini si esprime antidemocraticamente nei confronti della guerra: atteggiandosi da superuomo, disprezza il popolo e la gente comune che vive le quotidianità della propria esistenza. Le sue violente affermazioni sostengono che solo gli uomini importanti sono degni di vivere, si sente un animo sprezzante e calcolatore nei confronti dell’uomo incapace di realizzarsi, fino a prospettare l’eliminazione vera e propria della classe sociale.

La “Grande Guerra” è un sollievo, poiché sopprime le persone in eccesso, che vivono senza un preciso scopo e che non hanno il coraggio di affrontare eroicamente la vita.

Il valore dell’esistenza non viene riconosciuto da questi intellettuali, anzi viene calpestato con fierezza, senza pietà.

Gli interventisti di sinistra erano democratici, repubblicani, socialisti, e sostenevano che l’Italia dovesse schierarsi a fianco della democratica Intesa, contro i regimi autoritari di Austria e Germania, per liberare tutte le nazionalità oppresse. I socialisti ritenevano che la guerra potesse cambiare le forze in gioco, e volevano sostituirsi ai nazionalisti, e ai liberali. Gli interventisti di sinistra erano una minoranza “rumorosa”, che poteva contare sull’appoggio del Re e della stampa.

In un epoca in cui le donne iniziano, faticosamente, a far sentire la loro voce anche al di fuori delle mura domestiche, troviamo sul quotidiano francese “Le aro”, un affermazione che sottolinea quanto, i sostenitori della lotta armata, le disprezzino sminuendole. Limpida dichiarazione antitradizionale, questo articolo è una pura e semplice esaltazione irrazionale, illogica, e insensata, della guerra, che in realtà è un evento tragico orribile, che bisognerebbe evitare in qualsiasi modo.

Essa viene “glorificata” e in quanto “sola igiene del mondo” può eliminare tutti i problemi del pianeta, e questo è un’ideale per cui vale la pena di morire.  

Dopo il ‘900, secolo caratterizzato da ben due Guerre Mondiali, si è avvertita l’esigenza di un periodo di pace. La creazione dell’U.E. (Unione Europea), ha permesso che questo avvenisse, garantendo la pace in Europa, e risolvendo i problemi tra le varie nazioni, tramite trattati.

Dal crollo del muro di Berlino (9 novembre 1989), le nostre frontiere sono aperte anche ai paesi dell’est, con i quali stiamo cercando una collaborazione. 






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