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Compito su Manzoni: riassunto delle sue tematiche maggiori

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Compito su Manzoni: riassunto delle sue tematiche maggiori


1) Nella “Lettre a M. Chauvet”, Manzoni risponde alla critica che gli è stata mossa: se il poeta deve narrare solo fatti realmente accaduti, cosa lo distingue dallo storico? Manzoni spiega come la storia narri solo gli avvenimenti compiuti «fisicamente» dall’uomo, mentre compito della poesia è cogliere e rendere i pensieri e i sentimenti degli uomini che «fanno» la storia. Quest’ultima è perciò intesa come l’insieme degli avvenimenti, mentre l’«invenzione» è per Manzoni la resa, ad opera del poeta, delle emozioni e dell’individualità dei personaggi storici.

2) Nella sua lettera, M. Chauvet aveva affermato che le tragedie manzoniane non potevano essere definite tali in quanto non rispettavano le tradizionali unità di tempo e luogo. In risposta, Manzoni spiega che esse non possono essere rispettate perché le sue tragedie sono radicalmente diverse da quelle greche, che infatti costituivano solo l’epilogo della vicenda tragica e per questo potevano essere rappresentate in spazi e tempi ridotti.



3) Le caratteristiche che più differenziano le tragedie manzoniane da quelle classiche sono l’inserimento dei fatti rappresentati all’interno di un preciso contesto storico e il rifiuto delle unità aristoteliche, proprio perché nel reale sono impossibili e perché portano ad esasperare le passioni in modo innaturale («romanzesco»). Il teatro deve, secondo Manzoni, avere uno scopo pedagogico e catartico. Nelle sue due tragedie, egli esamina i personaggi da un punto di vista psicologico; essi sono:

il Conte di Carmagnola: Francesco Bussone è un uomo onesto e leale ma, forse proprio per questo, destinato al fallimento; nell’omonima tragedia, Manzoni tratta il conflitto tra l’animo generoso di alcuni uomini e la ragion di Stato;

Desiderio e Carlo Magno: sono uomini che sottomettono i sentimenti alle aspirazioni politiche;

Adelchi ed Ermengarda: sono personaggi fortemente anacronistici perché eroi romantici vissuti nel VIII-IX secolo; il primo è animato dal desiderio di gloria e vittoria eroica in battaglia, la seconda è logorata da un amore non corrisposto.

Fino ad allora, il coro era formato da personaggi che, costituendo il pubblico ideale, facevano domande e chiedevano spiegazioni agli attori durante le rappresentazioni. Manzoni invece vuole essere il più fedele possibile alla storia, così trasforma il coro nel suo angolino privato, nel quale, dopo aver raccontato la storia, la commenta ed esprime i suoi sentimenti.

4) La «Provvida Sventura» è l’elemento chiave della visione pessimistica della storia manzoniana: l’uomo può giungere al bene solo attraverso il male perché, in accordo con la visione cristiana, egli è peccatore. Ecco allora che Adelchi dice a suo padre, sconfitto, che è preferibile non essere re, in modo tale da non correre il rischio di commettere ingiustizie.

5) A partire dal 1812, Manzoni inizia la composizione degli Inni Sacri, opera che, secondo il progetto originario, doveva essere composta da 12 inni, uno per ogni festa liturgica dell’anno; ne comporrà però soltanto cinque e un frammento (Natale), secondo una struttura piuttosto precisa: nella prima parte Manzoni rievoca l’evento che si festeggia, mentre nella seconda l’autore si sofferma sugli effetti ancora presenti. La più riuscita è quella dedicata alla festa della Pentecoste, che ha una struttura più articolata, in quanto, oltre a ricordare la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli e ad invocarne ancora la venuta, Manzoni narra anche a grandi linee la storia della Chiesa. Il metro usato, essendo inni religiosi, è il settenario.

6) L’ode “Il 5 Maggio” è stata scritta in onore di Napoleone, visto da Manzoni come il diffusore degli ideali della Rivoluzione Francese. L’ode si apre con la descrizione dell’immobilità della salma dell’uomo che è stato forse il più grande personaggio storico di tutti i tempi; nonostante la potenza dell’uomo, il poeta sottolinea che la sua poesia non si è mai piegata o «venduta», decidendo di elogiarlo solo dopo la sua morte. Poi Manzoni elenca rapidamente le imprese del comandante: l’Italia, l’Egitto, la Sna, la Germania e la Russia; Napoleone è visto come incarnazione di Dio. Le sue imprese toccano punti molto alti (la costituzione di un vasto impero) ma anche molto bassi (le sconfitte di Lipsia e Waterloo); egli è inoltre mediatore tra la Rivoluzione (XVIII secolo) e la restaurazione (XIX secolo). Manzoni pensa poi allo stato d’animo di Napoleone esiliato a Sant’Elena, che cercò invano di scrivere le sue memorie; mentre guardava il tramonto, egli probabilmente ripensava alle sue imprese con malinconia. Pur nella sconfitta, Napoleone non abbandonò però mai la speranza e la fede: nemmeno Dio non potrà dimenticarsi di un uomo tanto grande.

7) Il “Fermo e Lucia” è diverso da “I Promessi Sposi”:

è più avventuroso;

contiene l’intera storia della Monaca di Monza, un vero e proprio «romanzo nel romanzo», che nella stesura definitiva è solo accennata;

la vicenda dell’Innominato è ben più estesa, in modo da ispirare orrore e disprezzo del lettore per il personaggio;

la morte di Don Rodrigo è più avventurosa: vedendo Fra Cristoforo, Renzo e Lucia che lo cercano nel lazzaretto, credendo che vogliano vendicarsi delle sue malefatte, egli fugge in groppa ad un cavallo.

8) La storia ha un ruolo molto importante nell’opera “I Promessi Sposi”, tanto che alcuni critici affermano che il vero protagonista è proprio il Seicento. la storia e in diversi punti e aspetti del romanzo:

la peste, la discesa dei lanzichenecchi e i moti insurrezionali a Milano sono eventi storici;

la monaca di Monza, il Cardinal Borromeo e l’Innominato sono personaggi realmente esistiti;

alcuni atteggiamenti (come il puntiglio, l’apparenza, l’orgoglio di casta e la prepotenza dei signorotti) sono tipici della mentalità del periodo;

le gride sono riportate fedelmente dai documenti di allora.

9) Nella “Lettera sul Romanticismo”, Manzoni esprima il concetto fondamentale secondo cui per lui (e per i romantici in generale) la letteratura deve avere l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo; infatti i romantici ereditano dagli illuministi la funzione pedagogica della letteratura di diffusione dei lumi e di educazione morale. Il vero poi non è quello che è definito dalla parola, ma è piuttosto tutto ciò che non è falso, che genera solo un interesse passeggero; infine, al contrario della concezione del passato, si pensa ora che la letteratura debba rivolgersi ad un pubblico quanto più ampio è possibile, rendendosi così interessante.



10) L’inno “La Pentecoste” può essere diviso in tre parti:

vv 1-48 à discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa: in questi versi Manzoni traccia una rapida storia della Chiesa, che da tanto tempo soffre e combatte in tutto il mondo, ma che all’inizio, alla morte di Cristo, per paura delle persecuzioni, si era nascosta, finché, proprio nel giorno della Pentecoste, 50 giorni dopo la resurrezione di Cristo, lo Spirito santo è sceso sugli apostoli che si erano riuniti di nascosto nel cenacolo; l’evento ha segnato l’inizio, grazie anche al miracolo della polilalia, della diffusione del vangelo nel mondo.

vv 49-80 à effetti della diffusione del Vangelo Manzoni prospetta un mondo nuovo, invitando anche i ani sparsi per ogni terra a guardare verso Gerusalemme e ascoltare il messaggio evangelico degli apostoli; esorta inoltre gli uomini che vivono l’inizio di quest’epoca felice ad abbandonare questa forma di religione vile (si dà solo con il pensiero di ricevere altrettanto) e a ritornare alla vera fede: le spose incinte non preghino Giunone (protettrice del parto) perché i loro li sono dedicati a Dio; la serva, baciando i suoi li e pensando che anch’essi saranno servi, non invidi i li delle donne libere, perché Dio eguaglia gli umili e i miseri. Il cielo e le nuove genti annunciano una libertà nuova (chiasmo), nuove conquiste e una nuova pace che il mondo deride ma non può togliere.

vv 81-l44 à invocazione allo Spirito: Qui il poeta implora lo Spirito perché scenda ancora su chi prega, e sia propizio sia su chi crede sia su chi non crede in lui, renda nuove le persone, animando i cuori senza speranza; e Cristo (vincitore sulla morte) sia per i vinti (cioè gli uomini) un premio divino; invita lo Spirito a scendere ancora sugli uomini per addolcire i cuori irati e nutrire i doni come il sole fa schiudere il fiore, che morirà non colto né fiorirà se quella luce (il sole stesso) non lo nutrirà. E ancora lo implora di scendere nei nostri momenti d’infelicità e come una bufera, cacciando via la violenza e insegnando la pietà”. Quest’ultimo tratto fa intravedere un richiamo al personaggio dell’Innominato, che dopo il rapimento di Lucia si pente e si converte. Inoltre il povero, grazie allo Spirito, volga gli occhi al cielo, che è suo (dei poveri), pensando che è come Cristo; chi è ricco, doni segretamente, senza voler ricevere nulla. Infine Manzoni prega affinché lo Spirito si manifesti nel sorriso dei bambini, mandi gioia alle suore, protegga le spose e i giovani, faccia sì che gli anziani siano sereni, brilli anche negli occhi di chi muore, facendo sì che, anche in quel momento, sia sereno.

11 e 12) Nell’ultima parte dell’Inno, Manzoni elenca una serie di “tipi” che, con la discesa dello Spirito, cambierebbero radicalmente; in essi si scorgono i ritratti di alcuni personaggi dei Promessi Sposi:

gli afflitti e i miseri hanno bisogno dello Spirito che li consoli, grazie al quale si sentiranno più simili a Cristo à Lucia, Renzo e tutta la povera gente che si trova ingannata e sfruttata dai potenti;

ai violenti lo Spirito deve rivolgersi come una bufera per farli desistere dalle loro azioni malvagie à l’Innominato, durante la terribile notte che precede la sua conversione;

il ricco deve donare, ma che deve farlo senza vanto e attento a non far sembrare i suoi doni un’elemosinaà si riconosce l’episodio del sarto che, 9in un giorno di festa, manda del cibo ad una vedova, facendo però attenzione che non sembri un opera di pietà ma di carità e affetto;

anche le suore siano liete nella loro clausuraàla Monaca di Monza, che ha ricercato il piacere all’esterno della vita monacale;

lo Spirito sia presente anche nella vecchiaia fino alla morteàPadre Cristoforo, che fino all’ultimo ha donato la sua stessa vita per amore del prossimo.



13) Le prime due strofe dell’ode “Il cinque maggio” sono riferite al tempo presente, parlando in modo chiaro del corpo ormai senza vita di Napoleone e della terra che ne piange la ssa. Poi a partire dalla terza strofa, Manzoni traccia la sua storia, mettendo in risalto il fatto che da semplice generale, Napoleone si è innalzato fino a divenire imperatore e ha conquistato molti territori. Nonostante il grande potere dell’uomo, il poeta non si è mai “venduto” né a lui né ai suoi oppositori, né nei momenti di gloria né in quelli di sconfitta. Verso la fine del componimento, il poeta immagina come possa essere stata la vita di Napoleone costretto all’esilio a Sant’Elena: probabilmente cercò di scrivere le sue memorie e la sera avrà certamente guardato il tramonto malinconicamente, provando nostalgia per le guerre e le camne militari che lo avevano reso tanto potente. Ma anche nella morte si è rivelato un grande personaggio, con una grande fede in Dio, che per questo non può certo dimenticarsi della sua anima.

14) È importante notare come Manzoni ci tenga in particolar modo a sottolineare il suo rifiuto verso il servilismo tipico dei poeti di corte: anche se sarebbe stato facile, egli, infatti, non ha mai voluto adulare il condottiero nei momenti di gloria o denigrarlo nelle sue sconfitte; ha invece atteso la sua morte per poterne tracciare un ritratto certamente positivo ma non più adulatore.

15) Anche nell’Ode “Il cinque maggio” appare chiaramente il lato pessimistico della visione storica di Manzoni, dove si scontra il passato glorioso con il presente insignificante e solitario che confluiscono infine nella morte, unico vero significato dell’esistenza umana. Nonostante questo, però, Manzoni riconosce di fatto la grandezza di Napoleone, anche se non dà ad esso un valore e una virtù messa al servizio degli altri uomini, come è invece nel presentare le ure del Cardinale Borromeo, di Padre Cristoforo o dell’Innominato convertito, tutti personaggi che sono di un certo rilievo nei romanzo dei Promessi Sposi proprio perché hanno messo la loro vita e i loro mezzi a servizio del prossimo (per esempio, l’Innominato, dopo la conversione, si prodiga a favore dei poveri per proteggerli dalla discesa dei lanzichenecchi).

16) A mio parere l’Ode “Il cinque maggio” non è né di facile lettura, né tantomeno di semplice interpretazione, e a questo contribuisce, oltre alla forma, la scelta lessicale, che accosta termini comuni a molti altri di minore diffusione nella lingua italiana. L’argomento trattato richiede certamente un tono solenne e, accanto ad esso, un linguaggio conseguentemente elevato, e perciò un’accurata scelta lessicale che sfocia nell’uso di parole “difficili”, nel senso che, essendo poco diffuse, sono poco conosciute e richiedono un’adeguata preparazione a chi si appresta a leggere l’Ode.

17)Le ure retoriche presenti all’interno dell’Ode sono le seguenti:

[v 10] Metonimia: l’immagine del piede mortale indica in generale gli uomini

[vv 61-68] Similitudine. “Come l’onda si avvolge e pesa sul corpo del naufrago, quella stessa onda che un momento prima spingeva la vista del misero nella vana speranza di vedere una costa in lontananza, così scese sull’animo di Napoleone il peso dei ricordi.”

[v 85] Esclamazione: Ahi!

[vv 97-l08] Invocazione alla fede.

Nelle prime strofe vi è un’antitesi tra l’immobilità della salma e il rapido susseguirsi degli eventi, sottolineato dal “cadde, risorse e giacque”, tra la grandezza delle opere e il loro orrore per aver portato distruzione e morte; nel resto dell’ode vi è una forte antitesi tra il passato glorioso e il presente (cioè il periodo dell’esilio a Sant’Elena) oscuro e solitario e, collegato a ciò, la grandezza degli spazi delle sue camne militari e del suo impero contrapposta alla “breve sponda” luogo del suo esilio. Infine, nella parte finale dell’Ode, vi è una netta contrapposizione tra la vitalità di Napoleone nel pieno delle sue attività e la sua morte.

18) Il personaggio di Adelchi è la ura maschile più romantica presente nella tragedia, e per questo è fortemente anacronistico, essendo la tragedia ambientata nel VIII secolo. Questi è un ragazzo, lio di Desiderio, re dei Longobardi; da buon eroe Romantico, Adelchi vorrebbe conquistare la gloria e la fama per mezzo di imprese e battaglie memorabili, ma, costretto a portare a termine i progetti del padre, diventa un ladrone, intento a attaccare la Chiesa, già debole militarmente. Anche quando si trova di fronte ai Franchi, accorsi in aiuto al Papa, non può ingaggiare un’epica lotta in campo aperto ma deve limitarsi a difendere le sue posizioni alle Chiuse della Dora. Il contrasto è anche tra l’animo puro e nobile di Adelchi e la ragion di Stato, alla quale obbedisce, cieco a tutto il resto, il padre Desiderio; il giovane esprime anche, nella parte finale della sua vita, la visione pessimistica della storia propria di Manzoni, spiegando come essa sia un susseguirsi di azioni ingiuste, di soprusi operati dai potenti ai danni dei deboli, e che perciò è meglio non avere la possibilità di comandare su un popolo, in modo da non vedersi infine costretti a usare la violenza e l’ingiustizia.. Proprio perché condannato all’infelicità, il Romantico Adelchi si accosta facilmente a Jacopo Ortis, il cui animo Romantico sarà la causa diretta della sua morte; questo però non accade in Adelchi, che pur essendo sconfitto ed infelice, non è un ribelle e accetta con rassegnazione di seguire il suo destino, rivelandosi al padre per quello che è solo al momento della morte.

19) Ermengarda, con il fratello Adelchi, è un personaggio fortemente Romantico e quindi, secondo lo schema della tragedia, destinata alla sconfitta e all’infelicità. Sposata per amore a Carlo Magno, viene da lui ripudiata e, addolorata ma ancora innamorata, si rinchiude nel convento di Brescia dove la sorella è badessa; logorata dal suo amor tremendo, morirà sperando ancora che il marito venga a piangerla sulla sua tomba. Per la sua semplicità, che a volte sfocia nell’ingenuità, mi sento di poterla paragonare a Lucia, ragazza di tutt’altra estrazione sociale, ma con un animo anch’ella Romantico e sentimentale, pronta a tutto in nome dell’amore.

20) Nel Coro dell’Atto III della tragedia “Adelchi”, Manzoni presenta i franchi e i Longobardi, visti attraverso gli occhi dei latini:

Latini: gli abitanti dell’Italia sono sottomessi e resi sciavi dai Longobardi, dei quali coltivano la terra, ormai divisi e senza la forza per ribellarsi, all’arrivo dei franchi, credono che le loro condizioni possano migliorare; forti dell’arrivo degli stranieri, pensando che essi siano venuti a liberarli, essi si radunano e affilate le armi si preparano a combattere, risvegliando la forza guerriera che è insita in loro, retaggio degli antichi romani. Ma il coraggio iniziale non basta, e presto sono di nuovo dispersi, dubbiosi e, pavidi, si limitano a guardare l’avanzata dei franchi e la fuga dei loro antichi dominatori. L’immagine che Manzoni dà dei latini è quella della massa informe di gente dubbiosa e timorosa, abituata ormai a servire, che si illude che un popolo sia venuto a dare battaglia ai dominatori solo per liberarli.



Longobardi: questo popolo è qui rappresentato alla fine del suo dominio in Italia, sotto l’anziano re Desiderio, padre di Adelchi ed Ermengarda; presi di sorpresa dai franchi, che li hanno accerchiati, cerca in tutti i modi di fuggire, trasformando la ritirata in una caotica e disperata fuga, come degli animali braccati che scappano con il pelo ritto per la paura. Le donne longobarde, sempre così superbe, ora si sentono impaurite nei loro castelli, nel vedere la battaglia che i loro uomini stanno disonorevolmente perdendo, e guardano preoccupate i li. Duro è il giudizio di Manzoni, che alla fine del Coro precisa come ora i latini avranno non più solo i Longobardi come padroni ma anche i Franchi; rimarranno perciò servi di una terra che è stata prima dei loro antenati, i valorosi Romani.

Franchi: essi sono come dei cani che incalzano le fiere che fuggono; interrotti i loro banchetti, richiamati dal loro signore Carlo Magno, sono accorsi e si sono schierati in difesa non dei latini bensì del Papa. Per questa battaglia hanno lasciato le loro donne in patria, si sono armati e sono partiti alla volta di una nuova conquista; cantando canzoni di guerra sono giunti in Italia, pensando sempre alla loro famiglia e ricordando nelle gelide notti di veglia le loro belle che aspettano trepidanti il loro ritorno. Infine, giunti alla battaglia, hanno combattuto con coraggio e furore, ma di certo non fecero tutto questo per liberare un popolo: questa è la dura sentenza di Manzoni, che sembra deridere i latini, non riuscendo a capire come abbiano potuto pensare di migliorare le loro condizioni. I Franchi, infatti, si sostituiranno, mescolandosi, agli antichi dominatori, e i latini non vedranno certo migliorate le loro condizioni.

21) Quello di Ermengarda per Carlo Magno è definito un “amor tremendo” perché la spingerà, ripudiata dal marito che ella amava sinceramente, a rinchiudersi in convento, dove terminerà i suoi giorni cercando invano di dimenticare l’amato e di trovare la pace. Cieca anche davanti all’evidenza della situazione, alla fine dei suoi giorni, Ermengarda si abbandona alle illusioni e ai ricordi: non dispera che un giorno Carlo possa giungere sulla sua tomba a piangere la sua ssa e decidere di portare le sue spoglie in Francia, la terra di cui lei è stata, anche se per poco tempo, la regina; inoltre vuole essere sepolta con l’anello matrimoniale al dito e, pur vivendo nel convento, non prende mai in considerazione la possibilità di prendere il velo monacale.

22) Il Coro dell’atto quarto è la parte di  vero poetico (non storico) nella quale Manzoni immagina i pensieri di Ermengarda morente. Inizialmente, nelle primate due strofe, il poeta si limita a descrivere oggettivamente Ermengarda, che ha le trecce disfatte sul petto ansimante e guarda verso il cielo, finché una mano, molto probabilmente di una suora, le chiude gli occhi. Rivolgendosi poi direttamente alla fanciulla, Manzoni la esorta a lasciare il mondo in cui ha sofferto tanto ingiustamente e raggiungere il Creatore per trovare la pace tanto ricercata. In una serie di flashback, i poeta, a partire dalla quinta strofa, narra la vita di Ermengarda, che in convento, passeggiando nel chiostro, ricordava i giorni felici in cui, regina di Francia, guardava dall’alto del balcone il suo signore e marito Carlo durante una caccia. Segue poi l’invocazione al fiume Mosa, presso il quale sorge Aquisgrana, il luogo preferito di Carlo Magno, e alle terme della stessa Aquisgrana, dove, deposta l’armatura, il re si tergeva il sudore. Con la similitudine all’undicesima strofa, la narrazione torna ai tempi in cui le parole delle suore al convento l’avevano distratta dal ricordo di quei momenti felici, ma era solo una dimenticanza momentanea, tanto che essi poi tornavano con rinnovata forza ed insistenza a tormentarla. Alla quindicesima strofa il poeta ripete il concetto espresso all’inizio del coro, esortando la ragazza ad arrendersi e a lasciare la vita offrendo la sua anima a Dio; le ricorda inoltre che lei appartiene alla stirpe longobarda, popolo che ha inferto molte sofferenze ai nemici, ma il fato ha posto lei tra gli oppressi, così da renderla innocente e non colpevole delle malvagità operate dalla sua gente: può quindi morire serena ed amata. Il coro termina con una similitudine, rivolta sempre ad Ermengarda:Come il sole, al tramonto, si libera dalle nuvole e, dietro al monte, a occidente, il cielo diventa rosso, e il contadino pensa che perciò, il giorno seguente, il tempo sarà sereno, senza nubi, così fai tu: libera il tuo cuore da paure e muori in pace.”

23) Manzoni, a seconda del tipo di liriche che compone, utilizza diversi metri:

Inni Sacri: Manzoni usa qui i versi settenari, ottonari e decasillabi, dal ritmo agile e incalzante, che rendono il tripudio delle masse dei fedeli; rifiuta invece l’uso dell’endecasillabo, troppo solenne, e della grazia arcadica.

Odi: il verso usato è ancora il settenario, ad indicare la profonda rottura con lo schema classico: mancano anche fatti mitologici, riferimenti storici antichi e ure retoriche della poesia classica.

Tragedie: sono scritte in dodecasillabi, a parte i cori che sono scritti in versi settenari.

24) Alla fine del romanzo, Renzo e Lucia, finalmente sposi, si trasferiscono a Bergamo da Bortolo, il cugino di Renzo che gli aveva già dato assistenza al tempo della fuga del giovane da Milano; qui, come Bortolo aveva già detto al modulo XVII, “dar del baggiano a un milanese, è come dar dell’illustrissimo a un cavaliere”. Al loro arrivo, i bergamaschi, che avevano molto sentito parlare della vicenda di Renzo e Lucia, rimangono quasi delusi nel vedere che la giovane non era una bellezza rara, ma “una contadina come tant’altre [] di queste e di meglio, ce n’è per tutto”. Giunti all’orecchio di Renzo, questi commenti intaccano la felicità del giovane, che decide quindi, cogliendo al volo la proposta di Bortolo di acquistare un filatoio alle porte di Bergamo, di trasferirsi in un paese rimasto estraneo alla vicenda, che accoglie quindi Lucia, definendola «la bella baggiana». Questo fatto è posta al termine del romanzo per testimoniare come, pur se passati i grandi guai e le grandi paure (le prepotenze di don Rodrigo, la peste,), tuttavia nella vita sono sempre in agguato ostacoli che, se non si sta attenti, possono intaccare la felicità.

25) Manzoni, nella sua “Lettera sul Romanticismo”, pone come scopo della letterature e dell’arte in generale l’utile, cioè ha per così dire una visione pedagogica dell’arte, finalizzata ad educare che la «riceve». La finalità dell’arte è stata variamente discussa da intellettuali e filosofi nel corso dei secoli, proprio perché non si può trovare una risposta oggettiva ed universalmente valida, anche se molto spesso si è giunti alla conclusione di Manzoni. A mio parere, non si può decidere un fine unico dell’arte, che si manifesta in svariatissimi campi: da una parte, è vero che non si può pensare che l’arte sia espressa solo per il diletto di chi ne «usufruisce», ma dall’altra parte non si può ridurre l’arte ad uno strumento di educazione ed istruzione, cosa che, a mio parere, ne offuscherebbe il reale valore. Se si pensa poi all’arte moderna, mi vengono in mente esempi, sia nelle arti urative (i dipinti futuristi ed astratti), che in quelle musicali (sinfonie moderne che sembrano non avere nulla a che vedere con i grandi della musica, quali Chopin, Mozart, Beethoven) che nella letteratura, che smentiscono entrambe le tesi (l’arte è bella – l’arte deve educare). L’affermazione secondo la quale l’arte deve avere “l’interessante per mezzo” è inoltre subordinata alla precedente (“l’utile per iscopo”), perché se l’arte deve educare, deve anche raggiungere il maggior numero possibile di persone, e quindi deve sapersi rendere interessante; ma se essa non deve esclusivamente educare, allora potrà anche permettersi di non essere interessante: tutto sta nel definire uno scopo dell’arte.






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