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Griglia di relazione narrativa - “La Masseria delle Allodole”, Antonia Arslan



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Griglia di relazione narrativa

“La Masseria delle Allodole”

Antonia Arslan


Il tempo di composizione del libro è nel 2004, parecchio tempo dopo i fatti ivi narrati; la scrittrice infatti ha raccolto le varie testimonianze e documenti solo recentemente, per parlare di un genocidio avvenuto all’inizio del secolo e sconosciuto ai più.

Il narratore, a parte il prologo in cui è interno (l’autrice parla di se stessa) è esterno ed onnisciente, si identifica con l’autore; questo è dato dalla necessità della scrittrice di rendere la tragedia del viaggio e della sua famiglia, rea solo di essere armena e ricca; una profonda malinconia traspare dai commenti che appaiono talvolta qua e là nel testo. Il risultato è un’impalpabile tristezza che avvolge il lettore fin dalle prime ine.

La geografia è esplicitata; si tratta della Turchia, ma il villaggio è generico, evidentemente un topòs per indicare la serenità della vita che scorre leggera. Nella seconda parte, invece, è esplicitato il punto verso cui sono diretti, e verso la fine si cita la città di Aleppo. Tutto questo serve a dare concretezza alla seconda parte del romanzo, che ha testimonianze minori (pochi sopravvissuti, probabilmente traumatizzati e nulla di scritto) ed assume quindi una dimensione quasi onirica, di sogno, che sospende la storia in una specie di doloroso limbo fatto di strada e violenza ingiustificata.



L’intero romanzo si svolge nell’arco di circa un anno, con una cronologia precisa nella prima parte e che come abbiamo sottolineato sfuma nella seconda parte. La vicenda si sovrappone alla prima guerra mondiale, che scoppia nell’agosto del 1914, mentre già in ottobre inizia uno scambio epistolare tra Sempad, farmacista di un piccolo paese della provincia turca, e suo fratello Yerwant, emigrato a soli tredici anni in Italia per studiare e per allontanarsi dalla matrigna, ma anche, per questo motivo, rimanendo in cattivi rapporti con il padre, che difatti gli taglia i viveri a soli diciassette anni. Tra ottobre e marzo del 1914 si intensifica la corrispondenza, e viene ventilata l’ipotesi che Yerwant possa venire a fare una visita a Sempad; questo provoca una certa agitazione, e Sempad, desideroso da tempo di trovare un connubio con l’occidente, decide di ristrutturare la Masseria delle Allodole, tenuta di camna di famiglia, in stile inglese, con tanto di vetrate istoriate, bersò e campo da tennis, che rimarrà incompiuto, e, amara sorte, anche la sua tomba. Il 24 aprile 1914 avviene il massacro di Costantinopoli, e il 23 maggio Sempad decide di parlarne con il colonnello. Nel frattempo, il 10 maggio, Yerwant decide finalmente la data del suo arrivo, fissata per il 10 giugno, e comincia elaborati e costosi preparativi, tra l’insofferenza della moglie e dei li. Ma il 24 maggio anche l’Italia entra in guerra, e viaggiare diventa impossibile; il 25 maggio, Sempad ripara in camna, ignorando o forse dimenticandosi l’ordine di presentarsi presso il vicario del potere imperiale presente nel suo villaggio. Nella Masseria delle Allodole verrà massacrato con tutti i maschi, tranne Nubar che casualmente era vestito da femmina. Diventa così protagonista della seconda parte, quella dell’esodo, Shushanig, moglie di Sempad, regina della casa ed ora povera urante dell’esodo, che aiuta le donne e i bambini a farsi strada e coraggio, anche con il piccolo tesoro che era riuscita a nascondere alla partenza; così lei, regina senza regno, parte verso il nulla, verso il compimento del suo destino. Seguendo la colona di deportati ed a portare aiuto e conforto, diversamente dagli sciacalli che seguono la colonna per ben altri motivi, vi sono Nazim il mendicante, spia pentita, Ismene la lamentatrice, ura intoccabile, e Isacco il prete greco, l’unico risparmiato oltre a Nubar e che segue la colonna per non essere considerato un vigliacco. Giunti ad Aleppo, viene contattato il fratello di Sempad, Zareh, che riesce a far fuggire parte del gruppo e a farlo rimanere un anno nella sua cantina, prima di riuscire ad imbarcarli per Venezia.

Fabula ed intreccio non concordano pienamente, perché la scrittrice scrive in analessi con frequenti pensieri e richiami al presente che spezzano l’unità del racconto, ed inoltre vi sono parecchie parti in analessi evidenziate in corsivo.

Protagonisti sono nella prima parte del romanzo Sempad, che è importante nel suo villaggio perché è farmacista, posizione che gli dà rispettabilità e ricchezza; tenta inoltre di far convivere Oriente ed Occidente, ed è affezionato al suo  ruolo di capofamiglia, anche se gestisce tutto la moglie. Parallelo a questi, vi è il fratello, Yerwant, anche lui praticante l’arte di Asclepio ed Ippocrate, dato che è medico, e che ha nostalgia delle sue radici, nonostante sposato ad un’italiana. Nella seconda parte del romanzo regina è Shushanig, la fedele moglie di Sempad e che gestisce la casa, stella polare della sopravvivenza durante l’esodo, ricca di quell’arte che farà scampare parte della famiglia al genocidio.



Tra i personaggi funzionali ai protagonisti del libro vi sono Nazim, il mendicante che prima tradisce e poi aiuta a scappare, Ismene, la lamentatrice sposata ad un indiano d’america e di connotazione melanconica, Isacco, il prete greco amico della famiglia che sopravvive al massacro e si sente in colpa per non essere morto, Azniv e Veron sorelle di Sempad, la prima bellissima e corteggiata da molti ma ritrosa, la seconda sempre bonariamente sbeffeggiata, usa ai cappellini ed alle mille frivolezze della vita (sua l’idea dei cosmetici nella farmacia), ed Henriette, la scampata al massacro che ha dato voce ai ricordi ed è stata la principale fonte per la scrittrice di questo romanzo.

Lo spazio è sempre ostile, anche quello del villaggio, in apparenza tranquillo, porta in sé il germe dell’odio (ad esempio gli armeni sono tassati più di altri); poi quest’odio esce sempre di più contaminando il paesaggio. Considerando che è alquanto improbabile che il paesaggio sia allegorico, probabilmente quest’odio stemperato dal tempo è venuto fuori fortissimo dalla fonte orale dell’autrice, che l’ha stemperato poi nella stesura e che ha ugualmente la forza di colpirci nella lettura.

Il punto di vista è quello dell’autore. Non coesistono diversi punti di vista, ma dato che vi sono diverse fonti, lo stesso punto di vista assume diverse sfaccettature.

Il giudizio, indubbiamente di condanna implicita dei fatti, secondo me non è importante in questo libro, poiché all’autrice interessa di più dare voce a testimonianze del passato che nessuno ricordava, ed è questo lo scopo del libro. I fatti sono raccontati senza drammatizzazione (non ne hanno d’altronde bisogno), e danno solo un resoconto di un periodo in cui la scrittrice non ha partecipato e che non può e non vuole giudicare, per lasciarne intatto il valore di memento. L’intero libro, sotto questa luce, suona come un’elegia ai suoi parenti ed agli armeni morti nel genocidio.

Lo stile è semplice, con una successione ipotattica. Il linguaggio è letterario, con parole turche ed armene; la scrittrice infatti ha lavorato come nella stesura di un “documentario”, in cui non erano necessari salti di stile per la caratterizzazione di situazioni o personaggi.

Non si può inserire il romanzo in nessuna corrente letteraria.

No, l’autore non vuole inviare nessun messaggio.

Bibliografia: “L Masseria delle Allodole”; Antonia Arslan; Bur 2004







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