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IL DECADENTISMO

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IL DECADENTISMO


Il termine decadente fu inizialmente usato con significato spregiativo da parte della critica tardo ottocentesca in riferimento a una nuova generazione di poeti che si ponevano al di fuori della norma sia nella produzione artistica sia nella pratica di vita. Il termine fu poi utilizzato da quegli stessi poeti per indicare la propria diversità nei riguardi del presente e la propria estraneità nei riguardi della società.


A differenza degli scrittori i naturalisti, i decadenti non si riconoscevano nelle tendenze positivistiche, materialistiche e progressiste della società borghese.

All’ordine borghese, essi contrapponevano atteggiamenti irrazionalistici e misticheggianti; all'impegno sociale e politico dell'artista, i supremi valori dell'arte e della poesia fini a se stessi. I decadenti si rifacevano ad alcune esperienze romantiche e tardo romantiche per il valore che queste avevano attribuito al sogno, al surreale, al fantastico.

Con i romantici, inoltre, condividevano la percezione del contrasto tra il reale e l’ideale, tra il finito e l'infinito, da cui derivò l'oscillare tra la fuga dalla realtà, nelle forme dell'eroismo e del titanismo, e il ripiegamento su se stessi, complici i sentimenti della malinconia e dell'essere incompresi.




Gli eroi decadenti


Al vittimismo e alla malinconia romantici si avvicina il languore che caratterizza certi eroi decadenti, spesso pervasi da un senso di smarrimento e di rovina. Tipico eroe decadente è l’inetto, l'uomo senza volontà, afflitto da una malattia interiore che lo condanna o al suicidio o a rifugio nel sogno e nella fantasia.


Alla tendenza a considerare la malattia, la corruzione e la morte come condizioni di privilegio e di distinzione dalla massa, si contrappose uno sfrenato vitalismo. Ecco allora il super uomo, l'individuo votato a imprese eccezionali.


Nato per indicare un individuo abbigliato in modo stravagante, il termine inglese dandy assunse un significato nuovo: i dandies erano gli esponenti della cultura dell’apparenza, dell'estetismo decadente.

Tra i cultori di un dandismo estenuato ura il francese Joris-Karl Huysmans, il cui romanzo “A rebours” (a ritroso) è considerato la Bibbia del decadentismo.

L'opera si incentra sul giovane aristocratico Jean Floressas Des Esseintes, un dandy che, sopraffatto dalla noia e disgustato dalla mediocrità della vita comune, si ritira nella periferia di Parigi, in una casa che è lo specchio dei suoi gusti eccentrici e raffinati, dove tenta di attuare, senza riuscirvi a causa di una grave crisi nervosa, il progetto di una vita contro corrente, al di là della morale comune.


I principi della poetica del decadentismo


I principi della poetica decadente possono essere così riassunti:

  • l'artista è un veggente, capace di evocare sensazioni e realtà segrete e di rivelare l'assoluto;
  • la tecnica espressiva è quella della poesia pura, non contaminata da intenti etici e/o politici;
  • il linguaggio non è di ordine logico né descrittivo, ma allusivo, ricco di metafore, di analogie, e di simboli;
  • la parola si fa più preziosa, diventa pura e astratta, quindi oscura e comprensibile solo per il poeta che la usa, ed ha valore solo per la sua fonicità e la sua musicalità.
  • la sintassi abbandona i nessi tradizionali e diventa imprecisa, talora vaga;
  • la metrica tradizionale tende a disimpegnarsi per lasciare il posto al verso libero.

Il decadentismo in Italia




I maggiori esponenti del decadentismo in Italia furono Giovanni Pascoli, Gabriele D'Annunzio e Antonio Fogazzaro.

Giovanni Pascoli fu un poeta di formazione positivista, maturò tuttavia una forma di sfiducia nella scienza come strumento di conoscenza e di indagine. Gli aspetti decadenti della sua produzione si rintracciano in un'evasione dalla realtà che si concretizza nel rifugiarsi nel proprio intimo per dare ascolto ai moti dell'anima di fronte alle piccole cose (poetica del fanciullino) e, soprattutto, alla tendenza a caricare gli oggetti e le esperienze di significati simbolici, fortemente allusivi.

Attraverso l'utilizzo di un linguaggio ricco di suggestioni musicali e, anche esso, fortemente simbolico, Pascoli esprime una libera ricerca di immagini e di suoni usando le onomatopee, le assonanze, le consonanze, ure retoriche che richiamano un linguaggio elementare.


La poetica del D'Annunzio è divisa in diverse tappe:

  • dalla tradizione carducciana all’estetismo decadente: nella raccolta giovanile “Primavere” il poeta usa le forme metriche barbare di Carducci, ma già si manifesta in essa una grande sensibilità per le forme fisiche della natura. Nelle successive raccolte solo più evidenti i caratteri decadenti: la languidezza sensuale, le sensazioni acri e violente, l'interesse per i temi del peccato e della lussuria, il gusto estetizzante di un'arte raffinatissima, influenzata sia dal simbolismo sia dal Preraffalelismo inglese;
  • l'aspirazione alla bontà: nel “Poema paradisiaco” i motivi dominanti sono l'amore e un vagheggiato ritorno all'innocenza perduta.
  • l'approdo all'ideologia superomistica: con “Le laudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi”.

Una analogo sviluppo attraversa anche la sua produzione in prosa. Dopo un esordio nell'ambito della narrativa realista e verista D'Annunzio approdò al decadentismo con il romanzo “Il piacere”. Il protagonista, Andrea Sperelli, è infatti un esteta, un perfetto dandy. Ne “Il trionfo della morte” segna la fase di transizione verso i romanzi cosiddetti del superuomo: “Le vergini delle rocce” e “Il fuoco”. Quest'ultimo romanzo, ambientato nello scenario decadente di Venezia, ha come protagonista Stelio Effrena, la cui ambizione è quella di vivere esteticamente. In “Forse che si, forse che no” il superuomo indossa invece le vesti di un aviatore, Paolo Tarsis, un patito delle macchine e della velocità, morbosamente amato da due sorelle. Con “Il notturno”, diario di guerra scritto durante una lunga convalescenza in seguito a un incidente e in “Cento e cento ine del libro segreto di Gabriele D'Annunzio tentato di morire”, scritto nel ritiro del Vittoriale, il superuomo D'Annunzio conclude le sue prove letterarie nel mito della morte, odiata ma nello stesso tempo invocata.







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