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La Gerusalemme liberata



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La Gerusalemme liberataCon la Gerusalemme liberata, il Tasso volle realizzare una vera epopea cristiana e scelse come tema la prima Crociata nell'intima convinzione che tale epopea dovesse avere per argomento una guerra combattuta in difesa della Fede e che storicamente non fosse tanto remota da cadere nel mito o nel romanzesco, né troppo prossima al tempo dei lettori, onde poter agevolmente frammettere agli eventi storici elementi fantastici. Il poeta, ammiratore dei classici, trasse ispirazione per la struttura dell'opera dall'Iliade di Omero, perciò pose al centro dell'azione del poema l'assedio di Gerusalemme, per analogia con quello di Troia, mentre Goffredo di Buglione somigliante ad Agamennone e Rinaldo ad Achille.

Tasso introdusse magie, nobili gesta, di cavalieri, dame guerriere, avventure, fughe, inseguimenti, ricerche, amori, accogliendo cos'è l'eredità  della tradizione cavalleresca, che pochi decenni prima aveva raggiunto l'apice del suo splendore con l'Orlando furioso. La poesia fluisce limpida dall'inesausta fantasia del poeta. I personaggi che più gli furono cari, quelli più umanamente veri ed artisticamente validi sono quelli che hanno trovato vita e realtà  in quel amore che il Tasso disperatamente agognava e che sempre gli sfuggì e, nella Gerusalemme tutti amano senza essere riamati e le loro vicende ne compongono una sola, nella quale la gioia di amare è turbata dalla pena di non essere riamati.

Nell'elemento amoroso il poema attinge i momenti migliori, poiché la poesia nasce dall'anelito segreto del cuore. Di contro la poesia resta freddamente tecnica quando deve cantare di battaglie, di duelli, di incantesimi. L'idea di un poema relativo alla prima crociata, fu concepita dal Tasso verso il 1560, mentre si trovava a Venezia col padre, favorirono il progetto i ricordi dei racconti leggendari ascoltati da bambino a Cava dei Tirreni, presso la tomba di Urbano II, il papa che bandì la prima crociata ed il timore dei turchi, assai sentito a Venezia ed in Europa, nell'atmosfera religiosa creata dalla controriforma. L'argomento del poema suscitò un vasto consenso, anche perchè sembrava realizzare l'ideale rinascimentale di rinnovare l'epopea classica di Omero e di Virgilio.

Tasso scrisse un primo abbozzo che restò interrotto. Il progetto fu ripreso nel 1564, e concluso nel 1575 con il titolo Il Goffredo, infatti, il titolo di Gerusalemme liberata è quello delle prime edizioni pubblicate, contro la volontà  del poeta, mentre il Tasso era rinchiuso al sant'Anna. Nel 1576, iniziò la travagliata revisione del poema, che approdò al rifacimento, pubblicato con il titolo di Gerusalemme conquistata. Il Tasso, nella liberata, proietta su uno sfondo rigorosamente storico, il tema tradizionale della lotta fra cristiani e musulmani, coniugando, secondo il suo progetto (discorsi sull'arte poetica) l'avventura, la storia e la religione per scrivere un grandioso poema, al quale il tema epico-religioso conferisce una struttura unitaria. Alla struttura epica di base, si intrecciano varie storie d'amore, tenere, patetiche, tragiche, sensuali, che contrappongono il tema sentimentale a quello austeramente eroico e originano una serie di peripezie che tentano una sintesi fra epopea e romanzo.

L'argomento del poema doveva essere il verisimile, ossia una verità  ideale vista nella prospettiva dell'etica cristiana. L'unità  è fornita dall'impresa voluta ed aiutata da Dio, e la varietà  dal mutare degli interessi egoistici e delle passioni. La vicenda è arricchita e complicata dall'intervento del meraviglioso e dall'intrecciarsi delle storie d'amore che introducono il tema cavalleresco dell'avventura e sono paradigmatiche della condizione umana, combattuta fra sensualità  ed etica cristiana. Nella liberata, l'amore rappresenta la tentazione, l'abbandono alla sensualità  ed a una felicità  solo terrena, in contrasto col tema serio, guerriero e religioso della crociata, cosicché il contrasto si presenta come dramma cristiano di peccato e redenzione.

Il mondo di Armida e quello della crociata sono interdipendenti, poiché la visione austeramente etica della vita spinge i personaggi verso l'evasione in un paradiso terreno, privo dolore, mentre felicità , piacere, amore e gloria si rivelano estremamente effimeri. Nasce da tale constatazione la poesia del rimpianto, della rinuncia, della vita vista come illusione di felicità  cui segue inevitabile il disinganno e spesso la morte. Nel poema l'amore è contrastato, la precarietà  dell'esistenza rende eroiche le ure eticamente più elevate, la natura a volte rispecchia la desolata condizione umana, altre volte appare colma di vane lusinghe. Tasso esalta la rinuncia eroica, consapevole, generosa e la fede in un ideale. Per il Tasso eroismo significa grandezza d'animo, generosità  cavalleresca, capacità  di lottare e di sacrificarsi, sofferenza, coraggio, dignità  nell'affrontare la sconfitta e la morte, coscienza della difficoltà  di vivere. I personaggi rappresentano passioni ed ideali che spesso palesano il dramma esistenziale del poeta.

Il Tasso non dimentica mai la serietà  del poema epico, lo scrupolo unitario che gli impone di giustificare ogni avventura ed il suo stile è caratterizzato da un'eloquenza classica e misurata, ma diviene fortemente evocativo quando rappresenta turbamenti, affanni, malinconie. Rispetto alla narrazione ariostesca, quella del Tasso non è mai fine a se stessa, non indulge alla contemplazione bonaria e divertita, non si abbandona alla libera gioia del narrare l'inesauribile moltiplicarsi degli eventi.



Trama

Nel sesto anno della crociata, Goffredo di Buglione, per ispirazione divina, raduna i cavalieri cristiani, dimentichi ormai dell'impresa e li guida contro Gerusalemme. Segue l'assedio della città  difesa da re Aladino, Clorinda, Argante, Solimano. Fra i crociati si distinguono Tancredi e Rinaldo, il capostipite della casa d'Este. Cielo e inferno partecipano alla vicenda, i demoni seminano fra i crociati discordie e suggestioni peccaminose.
Infine si verifica una tremenda siccità , e il mago Ismeno lancia un incantesimo sulla selva dalla quale i crociati traggono il legname per le macchine da guerra. Rinaldo, liberato dalle panie di Armida che gli ha ispirato una passione sensuale, dopo essersi confessato e purificato, scioglie l'incanto della selva.
I crociati sferrano l'assalto decisivo a Gerusalemme e distruggono l'esercito egiziano venuto in aiuto alla città , liberando il sepolcro di Cristo.

Indispensabile, per comprendere appieno i criteri che guidano il Tasso nella composizione della Gerusalemme liberata, è la conoscenza di una sua opera, I discorsi dell’arte poetica, nella quale sono raccolti spunti di riflessione critica e teorica sul genere letterario che più lo interessava: il poema. Innanzitutto, appariva fondamentale al Tasso salvaguardare il principio di poetica aristotelica dell’unità, che non doveva però essere concepito in modo rigido, ma in chiave più moderna, conciliando l’unità con la molteplicità. Infatti nella Gerusalemme liberata la materia è varia perché è indispensabile al “diletto”, ma l’azione è unica, la riconquista del Santo Sepolcro, e unico è il personaggio, Goffredo, anche se nella vicenda compaiono molte altre ure.

La poesia inoltre deve fondarsi sul vero storico, dunque occorre ancorare l’argomento del poema alla verità, anche se nella visione del Tasso la verità coincide con gli elementi religiosi della storia stessa. La scelta dell’argomento è bene poi che cada su avvenimenti storici abbastanza vicini nel tempo, per rendere tutto più veritiero e interessante, ma anche abbastanza lontani in modo da lasciare all’autore qualche possibilità di introdurre elementi fantastici. La prima crociata sembra così l’argomento più adatto, anche perché proprio nel 1571, l’Europa cristiana combatteva un’ultima battaglia contro i Turchi a Lepanto. Inoltre tale scelta è anche espressione di un ossequio formale ai precetti della Controriforma e, nel contempo, convinta adesione alla fede cattolica. Scegliendo di trattare questo tema, infatti, il Tasso auspicava di divenire poeta del mondo cristiano, anzi cattolico, nel momento in cui questo combatteva la sua battaglia contro i Turchi in Oriente e contro i Protestanti in Occidente.

La poesia deve fondarsi, sì, sul vero storico, ma occorre aggiungere al vero, come egli stesso dice, nel Proemio della Gerusalemme, dei “fregi”, per cui non mancano, nell’opera, episodi di fantasia, che però debbono essere verosimili, che cioè non sono accaduti ma che sarebbero potuti o potrebbero accadere. Reinterpretando la poetica aristotelica, Tasso così ricava un supporto teorico per mantenere il difficile equilibrio tra reale e ideale, tra storia e fantasia, tra vero e invenzione. Il ricorso alla finzione è giustificato dal desiderio di procurare “diletto” al lettore.

Nelle intenzioni del Tasso, il suo poema doveva essere concepito come poema eroico che, sciolto da ogni legame con il romanzo cavalleresco, si ricollegasse al poema epico greco-romano, e fosse un’imitazione “d’azione illustre” narrata al fine di muovere negli animi la “meraviglia”, e di insegnare, comunicare un messaggio, un valore.

Al fondo del poema è il motivo religioso, seguono poi quello della guerra, dell’eroismo, della gloria, dell’amore, della fortuna.

La religiosità che traspare dal poema appare ora come sfoggio esteriore e conformismo, che trovavano la loro spiegazione nell’Italia della Controriforma; ora come autentico sentimento, angoscia del peccato, bisogno di purezza. Una religiosità quest’ultima, che trova la sua altissima espressione nell’episodio in cui Rinaldo sale sul Monte Oliveto e vince gli incanti demoniaci, potendo così godere, con purezza di cuore, l’alba che sta per nascere.

La guerra non è più vista come un’avventura alla quale il cavaliere andava incontro per perfezionare e adulare se stesso, ma come una necessità dolorosa e inevitabile che il guerriero, cristiano o ano che sia, affronta con dignità e serietà, come un dovere in fondo al quale vi è la morte propria o di altri. Così appaiono le morti di Clorinda e di Argante.

Il motivo dell’amore si articola in episodi diversi per svolgimenti e soluzioni. Al fondo delle varie storie d’amore, di Erminia e Tancredi, Rinaldo e Armida, Tancredi e Clorinda, Sofronia e Olindo, vi sono, pur nella diversità, alcune caratteristiche comuni: amore come spasimo, corsa affannosa dietro un uomo o una donna, più insomma uno struggimento, un dolore, che una certezza e un piacere.

Ovunque diffuso è poi il motivo della Fortuna, del Fato, della vanità di tutte le cose, un motivo questo che era stato al centro della speculazione politica del Machiavelli. In Tasso questo motivo non è tanto un problema teorico da risolversi, quanto un modo per rendere grave, solenne, il suo verso, quando si avvicinano grandi momenti di sventure o di morte: “Ma ecco ormai l’ora fatale è giunta che ‘l viver di Clorinda al suo fin deve . .”.

Tutto, nel poema, dalle avventure, agli amori, al desiderio di gloria trova una dimensione pacata, verso la fine, quando tutti sono più somiglianti tra loro, tutti accomunati in Dio.

Per il confluire nell’opera di tanti motivi legati strettamente all’animo del Tasso, la Gerusalemme liberata, che doveva essere poema eroico è, in realtà, prepotentemente lirico, ed è il capolavoro in assoluto proprio perché in esso l’autore riversò tutto se stesso con le sue contrastanti passioni.

Il rapporto che lega Torquato Tasso al suo poema è completo, totalizzante, forse più che in ogni altro autore.

Tutti i motivi trattati nella Gerusalemme esprimono, in ultima analisi, una verità: la vanità di ogni operazione umana intesa a mettere ordine nelle vicende della Storia. E la contraddizione tra questa esigenza di ordine e di razionalizzazione e la precarietà delle cose umane, non è altro che la proiezione del conflitto interiore che caratterizzò e tormentò tutta la vita del poeta fino ai risvolti drammatici che tutti conosciamo. La nevrosi tassiana era proprio dovuta a quella aspirazione a un mondo di ideale perfezione, inconciliabile, perché in contrasto, con la realtà concreta.

Allo stesso modo, anche i personaggi vivono questo lacerante contrasto, compreso il pio Goffredo di Buglione: il suo ideale di perfetto cavaliere cristiano è sempre messo in crisi dagli imprevedibili tranelli della sorte e dagli ostacoli rappresentati dalle pulsioni terrene e passionali che egli vorrebbe allontanare da sé. Contrariamente a quanto molti hanno pensato, l’autore si identifica proprio in questo personaggio e non nella giovinezza “dolcemente feroce” di Rinaldo, o nell’irruenza di Tancredi. Ciò che accomuna Torquato a Goffredo è infatti l’animo pensoso dell’eroe, la sua angosciosa sensazione di insufficienza, il frustrante fallimento del suo nobile progetto di costruire una comunità di uomini forti, generosi e leali alla quale si contrappone una realtà fatta di meschinità, di ambizione, di ricerca del piacere.

Questa dualità, questo contrasto sempre presente in Tasso, è un aspetto del cosiddetto “bifrontismo tassiano”. lio dell’Umanesimo e del Classicismo, Tasso è però un lio insicuro, problematico. Lo spaventa l’autonomia umana prospettata dal pensiero laico, perché sente in sé un bisogno di superiori certezze. Vive così in pieno questo travaglio epocale, con totale coinvolgimento e grande tormento interiore, perchè non sa rinunciare completamente all’orizzonte umanistico ma non sa nemmeno approdare completamente a quello post-rinascimentale.

1. La regola delle tre unità Come procedette il poeta? Il primo punto nodale era costituito dall'esigenza di tener fede alla norma delle cosiddette unità aristoteliche, in particolare al principio dell'unità d'azione, che per il Tasso era scontato si dovesse applicare anche all'epica.          I tentativi finora compiuti di un'applicazione rigorosa di questa norma, nel senso di una rinuncia a priori a rendere mobile e varia la trama della vicenda, erano ingloriosamente falliti. Tasso aveva davanti agli occhi la mediocrità di un'opera come l'Italia liberata dai Goti di Giangiorgio Trissino, al quale rimproverava cordialmente di non aver saputo percepire i gusti del pubblico e di non aver sentito il bisogno di introdurre nel proprio poema il criterio della varietà.          Per non correre il rischio di offrire al pubblico un'opera insopportabile, egli ricercò una conciliazione tra unità e varietà, e la trovò semplicemente contemdo la natura del mondo creato. Come nel mondo è dato osservare un'incredibile varietà di climi e di paesaggi, di piante e di animali, pur mantenendo il mondo una sua indefettibile unità di costituzione, di forma, di essenza e di struttura, così la molteplicità dei fattori che entrano in un poema (eventi naturali e azioni umane, espressioni di sentimenti e interventi del Cielo.) fa capo ad una trama unitaria e compatta, nella quale i diversi elementi si combinano in una fitta rete di rapporti e di corrispondenze. Non era più proponibile un poema come il Furioso dell'Ariosto, la cui trama è frantumata in una miriade di episodi e di personaggi che non si inseriscono in una storia unitaria. Era necessario che la vicenda si sviluppasse attorno ad un centro ideale (unità di luogo), che fosse compatta nel suo svolgimento temporale, escludendo salti e discontinuità, limitando al massimo le prolessi* e le analessi* (unità di tempo) e soprattutto fosse incentrata su un unico tema fondamentale (unità d'azione). Quest'ultimo, perché fosse evitato il rischio della monotonia o della prevedibilità, poteva essere arricchito da numerosi episodi secondari (unità nella varietà), purché fosse sempre evidente la relazione con il tema fondamentale.

3.2. Il rapporto storia-invenzione Il secondo problema che l'autore si pose riguardava non tanto la scelta del tema, che doveva essere storico, quanto il rapporto tra storia e invenzione poetica. Il problema, che avrebbe appassionato nell'Ottocento i cultori del romanzo storico, a cominciare da Scott e Manzoni, venne risolto dal Tasso con la scelta del verosimile. Ciò che distingue lo storico dal poeta è proprio questo: il primo deve ricercare e raccontare i fatti, nel rispetto assoluto dell'obiettività; al secondo spetta il compito di arricchire il racconto di tutte quelle invenzioni che possano suscitare il diletto del lettore. L'arte non deve imitare i fatti realmente accaduti, ma quelli che sarebbero potuti accadere; il poeta può attingere perciò liberamente alla sua fantasia, mescolando senza scrupoli realtà e finzione, fatti documentati e leggende, avvenimenti reali e prodotti dell'immaginazione, purché sia rispettato il principio di verisimiglianza nella globalità della storia. In altre parole il poeta può travestire liberamente la verità storica con la sua immaginazione, purché base della favola sia sempre il vero; se nei singoli episodi dell'opera può anche spaziare in una dimensione del tutto fantastica, l'insieme deve risultare storicamente plausibile, rispettare cioè lo spirito degli avvenimenti storici.

3.3. Il fine educativo
Il Tasso visse, come si è detto, in un'epoca nella quale era molto forte l'esigenza di un richiamo ai valori religiosi, come mezzo per un autentico rinnovamento dei costumi. Se la teoria delle tre unità aveva ubbidito nel primo Cinquecento ad una tendenza propria del classicismo rinascimentale, quella cioè a fissare in norme rigide e vincolanti il principio di imitazione dei modelli, nel clima moralistico della Controriforma essa rispondeva invece alla necessità di educare i lettori ai princìpi della morale cristiana.          Il tragediografo, così come il poeta epico, non dovevano più scrivere unicamente per il diletto dei cortigiani né rivolgersi soltanto ad un pubblico dotto e letterato: destinataria dell'opera diventava l'intera società moderna e cristiana, che avrebbe dovuto trovare in essa, più che una mera fonte di diletto, un ammaestramento morale, che illuminasse il significato e il fine stesso della vita.          Delle due funzioni assegnate alla poesia da Orazio nel suo già ricordato precetto miscere utile dulci venne senz'altro privilegiata la prima, l'utile, che afferma il primato del docere, rispetto alla seconda, il dulce, che contempla l'esigenza di delectare, cioè di procurare piacere al lettore.

3.4. Il disegno del poema
Il Tasso, una volta definita la sua poetica di base - rispetto delle unità cosiddette aristoteliche, scelta della materia storica rielaborata secondo il criterio del verosimile, intento pedagogico -, poetica che sarebbe andato ulteriormente definendo e perfezionando nel corso della stesura del poema, si dedicò all'elaborazione del grandioso progetto della Liberata.
         L'opera avrebbe avuto per argomento l'atto finale della prima crociata, la conquista della città santa (tema storico; unità d'azione); lo svolgimento della vicenda doveva esaurirsi nello spazio di pochi giorni e avere carattere continuativo (unità di tempo); centro dell'azione e costante punto di riferimento sarebbe stata Gerusalemme (unità di luogo). Quanto al messaggio religioso e morale (fine pedagogico), esso risultava evidente dalla scelta stessa dell'argomento, che invitava i cristiani a riscoprire la propria unità e a trovare il coraggio di combattere per la propria fede contro le minacce interne ed esterne. Il tema era di grande attualità, se si considera il pericolo allora incombente di un'espansione dei Turchi in Europa, ma non è escluso che il Tasso si proponesse altresì di difendere l'integrità della Chiesa di Roma contro le spinte disgregatrici della Riforma luterana.

5.1. Le fonti classiche
La rassegna delle fonti parte doverosamente da Omero, il padre dell'epica. Dall'Iliade sono ripresi i due classici motivi dell'assedio e del duello. Come nel poema omerico, anche in quello del Tasso la vicenda si svolge per la maggior parte sotto le mura di una città assediata - là Troia, qui Gerusalemme - , dall'alto delle quali si osserva l'esercito nemico e si assiste ad episodi di valore. E' significativa, ad esempio, l'analogia tra i canti terzi dei due poemi: nell'Iliade è Elena che, dall'alto di una torre, indica al re Priamo i principali guerrieri greci; nella Liberata svolge questa funzione di presentatrice Erminia, che, ella pure dall'alto di una torre, fornisce al re Aladino informazioni sull'identità e sulle caratteristiche dei campioni cristiani. Della felice vena descrittiva del Tasso in materia di duelli e fatti d'arme si è già trattato a proposito del Rinaldo. Qui gioverà ricordare che, come nell'Iliade, e successivamente nell'Eneide, un duello pone fine alla vicenda, così nel poema tassesco l'uccisione di Argante ad opera di Tancredi (canto XIX) priva Gesuralemme dell'ultimo baluardo. E si possono individuare analogie pure nelle parole di compianto che gli eroi vinti pronunciano sulla sorte del proprio popolo. Ma l'elemento che più avvicina i tre poemi, quello che maggiormente qualifica la loro appartenenza al genere epico, è sicuramente la glorificazione del passato, come fondamento della presente grandezza: come i Greci avevano trovato le radici della propria unità nella comune partecipazione alla spedizione troiana e i Romani avevano santificato le proprie origini mediante la missione del pius Aeneas, così dalmemoria - I processi di memorizzazione dall’acquisizione al richiamo - Studi comparati" class="text">la memoria della vittoriosa crociata i popoli cristiani avrebbero dovuto trarre gli auspici per ritrovare la propria compattezza e unità.
         Un cenno a parte merita l'Odissea, nella quale si ritrovano gli archetipi di ambienti e situazioni cari all'epica cinquecentesca. La 'schiavitù' d'amore di Rinaldo nell'isola di Alcina richiama il soggiorno di Ulisse nell'isola di Calipso (o in quella di Circe) e una natura meravigliosa fa da sfondo agli amori dei due eroi.
         Dal poema di Virgilio, oltre ai motivi sopra accennati, il Tasso ricavò spunti per creare la fisionomia poetica del personaggio di Goffredo, che forse ingiustamente molta critica ha giudicato scialbo e quasi secondario; in realtà è attorno al pio Goffredo che ruota l'azione degli altri crociati, così come Enea è modello e punto di riferimento per comni e alleati. L'incipit stesso del poema (Canto l'arme pietose e 'l capitano) ricalca quello dell'Eneide : Arma virumque cano.
         L'Eneide ispirò la Liberata anche per l'affascinante commistione di motivi epici, lirici e drammatici: si pensi, da un lato, alla tragedia di Didone, che occupa un intero canto del poema; dall'altro allo sfortunato amore di Erminia o alla tragica uccisione di Clorinda da parte di colui che l'ama. Sarebbe troppo lungo, poi, ricordare gli innumerevoli passi del poema che riecheggiano situazioni o, più semplicemente, espressioni, ure (similitudini soprattutto) e stilemi virgiliani, ripresi non solo dall'Eneide, ma anche dalle Egloghe (si pensi al tema bucolico nell'episodio di Erminia fra i pastori). L'imitazione di Virgilio non è mai pedissequa, ma frutto di rielaborazione, e appare combinata, in una sorta di contaminatio, con riprese derivate da altre fonti, sia antiche (Omero, Tibullo.) sia più recenti (Dante, Petrarca). Tale ricchezza di riferimenti fu molto apprezzata dai contemporanei del Tasso, che in alcuni casi giudicarono l'imitazione superiore all'originale (così il Gustavini nel 1592).
         A Virgilio il Tasso si rifà anche per ciò che concerne il tono, costantemente elevato e sublime, volendo anche in questo - oltre che nella scelta della materia storica e nel perseguimento dell'intento morale - differenziarsi dalla precedente epica rinascimentale (Boiardo, Ariosto), nella quale avevano larga parte il comico e il grottesco. Sempre a moduli virgiliani, infine, si ispira l'autore della Liberata per la rappresentazione del 'meraviglioso', che non è fiabesco, come nell'Ariosto, ma religioso e cristiano: il divino tassesco assume spesso tratti e aspetti dell'Olimpo virgiliano, privato naturalmente di qualsiasi connotazione mitologica. Ma va anche precisato che il poema del Tasso modifica notevolmente, con conseguenze che coinvolgono l'intero sviluppo della vicenda, il pregetto virgiliano per quanto riguarda la forza soprannaturale d'opposizione: nell'Eneide essa è rappresentata da Giunone, che frappone ostacoli alla missione di Enea e che tuttavia alla fine è persuasa da Giove stesso ad acconsentire all'affermazione di Enea nel Lazio; nella Liberata invece ad avversare l'impresa dei crociati sono le forze dell'Inferno, presentate fin dalla prima ottava come irriducibili, per quanto destinate alla sconfitta.
         Si potrebbero citare diversi altri poeti classici dai quali il Tasso attinse elementi stilistici di vario genere; senza voler entrare nei dettagli, basterà ricordare i lirici (Catullo, l'Orazio dei Carmina) e più in particolare gli elegiaci (Properzio, Tibullo, Ovidio).
         Le fonti medioevali e umanistiche - Già si è detto, a proposito del Rinaldo, quanto debba la Liberata al modello cortese-cavalleresco espresso dal ciclo bretone. Quanto alla grande tradizione letteraria italiana, essa non mancò naturalmente di esercitare un influsso determinante sulle scelte poetiche del Tasso. Dante e Petrarca erano autori ormai consacrati come 'classici' e, come tali, letti, imitati, discussi, specialmente il secondo in virtù della sua elezione a modello da parte di Pietro Bembo.
         Profonda, si potrebbe dire quasi capillare, è la conoscenza che il Tasso dimostra di possedere del poema dantesco, a giudicare dai frequenti riferimenti alla Commedia presenti nella Liberata. Dante gli ispirò in particolare immagini e allegorie inerenti al tema religioso. Si consideri, a titolo d'esempio, la frequenza di echi e suggestioni dantesche nell'episodio della purificazione di Rinaldo sul monte Oliveto (canto XVIII, ottave 11-l7). L'alba è imminente (12,3-4: '.l'oriente rosseggiar si vede / ed anco è il ciel d'alcuna stella adorno') quando il guerriero si accinge all'ascensione del sacro monte, la quale rappresenta già di per sé un cammino di purificazione: è evidente l'analogia con il viaggio purgatoriale di Dante, che ha inizio all'alba (Purg. I, 115-l17), l'ora della speranza che risorge, ed è costituito dall'ascensione di una montagna sacra, il Purgatorio appunto, con effetti di purificazione e di redenzione. Rinaldo indossa una sopravesta di color cinerino (11,6; 16,1-2: '.le sue spoglie / .parean cenere al colore '), che è simbolo di penitenza e richiama il colore della veste del dantesco angelo portinaio, che ha il compito di amministrare il sacramento della penitenza al contrito pellegrino (Purg. IX, 115-l17). Durante la salita alza gli occhi per contemplare quelle mattutine / bellezze incorrottibili e divine (12,7-8) e fra sé medita sulla stoltezza degli uomini, che sembrano insensibili ad un così meraviglioso spettacolo. Simile nella sostanza è il senso dell'apostrofe che Virgilio rivolge all'umanità nel finale del canto XIV del Purgatorio (vv. 148-l51). Il crociato quindi, prima di rivolgere la sua preghiera a Dio, le luci fissò nell'Oriente (14,4), similmente all'anima che, nella valletta del Purgatorio, ficcando gli occhi verso l'oriente (Purg. VIII, 11) intona l'inno Te lucis ante; poi implora la grazia di Dio 'sì che 'l mio vecchio Adam purghi e rinovi ' (cfr. Purg. IX, 10). Il rito di purificazione consiste nell'abluzione con la rugiada tanto per Rinaldo (15,6-8) quanto per Dante (Purg. I, 121-l27). I due espianti ne vengono rigenerati come da un secondo battesimo, riacquistando un colore puro (16,1-4; cfr. Purg. I, 128-l29). Il candore delle spoglie rinnovate di Rinaldo ricorda quello della veste dell'angelo nocchiero in Purg. II, 16-24 e la similitudine del fiore che riacquista freschezza grazie alla rugiada del mattino (16,5-8) richiama alla mente la celebre similitudine dei fioretti in Inf. II, 127-l29. Inoltre, prima di avviarsi su per il monte, Rinaldo penitente si confessa a Pietro l'Eremita (9, 3-4), così come Dante, prima di iniziare il cammino di espiazione nel Purgatorio vero e proprio, si prostra davanti all'angelo confessore e sale i tre gradini che simboleggiano la perfetta penitenza (Purg. IX, 94-l11). Entrambi i personaggi, infine, si lasciano guidare nel loro cammino dal sole, simbolo evidente della Grazia di Dio che illumina le vie del peccatore verso la redenzione (14,4; 15,1-2; cfr. Purg. I, 106-l08 e XIII, 16-21).
         Quanto al modello petrarchesco, occorre tener presente che tutta la produzione lirica del Cinquecento è caratterizzata da una vera e propria dipendenza tematica e formale dal Canzoniere. Al Tasso non si pone l'esigenza di un'imitazione a livello formale dato che la Gerusalemme liberata, pur accogliendo nella propria struttura motivi di carattere lirico, è un poema eroico e deve obbedire piuttosto ai canoni della tradizione epica; di altra natura è il fascino che il poeta aretino esercita sul Tasso e se ne tratterà più diffusamente nel modulo dedicato ai temi della Liberata. E' con la personalità stessa del Petrarca che il Tasso sente di avere affinità, con quel tormentoso e irrisolto dissidio tra anelito religioso e impulso dei sensi, ovvero tra dovere morale e passione amorosa, che caratterizza nella Gerusalemme liberata la parabola di un protagonista come Rinaldo e suggerisce all'autore alcuni tratti psicologici di altri personaggi quali Tancredi o Erminia. Ma il Petrarca fornisce al Tasso anche spunti per motivi poetici di carattere elegiaco. E' abbastanza evidente, ad esempio, l'analogia tra G.L. VII, ott. 21 e Canzoniere CXXVI, 27-39: come Francesco anche Erminia ipotizza il pianto dell'essere amato sulla propria tomba, anche se si accontenta 'di poche lagrimette e di sospiri '.
         Un ultimo cenno, in merito al reperimento delle fonti, va dedicato ai poeti dell'età umanistico - rinascimentale. Notevole fu la suggestione che l'Ariosto, ultimo grande esponente della poesia rinascimentale, esercitò sul Tasso sia attraverso l'Orlando furioso sia con le Rime. Né vanno dimenticati, sempre nell'ambito dei generi lirico ed epico, il Boiardo e il Poliziano, nell'ambito storiografico il Machiavelli e il Guicciardini, oltre a diversi altri autori di opere storiche, grazie alle quali il Tasso può risalire ai grandi storici dell'età classica, in primis Livio e Tacito. La lezione degli storici si traduce, nel testo della Liberata, soprattutto in una sapiente alternanza di narrazioni e discorsi diretti, nonché in un'efficace rappresentazione delle azioni belliche.
         Circa le fonti dirette della materia del poema (la prima crociata) si è già detto. Il Tasso lesse l'Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo di Tiro (XII sec.) in una ristampa del 1549.



LA STRUTTURA E LA TRAMA

La
Gerusalemma liberata è un poema epico composto da venti canti in ottave di endecasillabi. Ne è argomento la fase finale della prima crociata, che si conclude con la conquista di Gerusalemme. Dopo lo scontro decisivo tra le forze cristiane e l'esercito egiziano accorso a dar man forte agli assediati, la Città Santa è presa d'assalto ed espugnata. L'ultima resistenza dei musulmani, asserragliati nella torre di David col re Aladino e con Solimano, capo dei predoni arabi, è vinta e Goffredo entra da trionfatore nel tempio, dove scioglie il voto davanti al Santo Sepolcro di Cristo.
         Non è il caso di soffermarsi sulle numerose inesattezze storiche del racconto giacché, come si è chiarito nei moduli precedenti, al poeta è concessa una libertà che allo storico non è consentita: mentre quest'ultimo è vincolato dalla fedeltà alle fonti, il primo può spaziare nel campo della finzione letteraria, attenendosi unicamente al criterio del verosimile.
         La materia è distribuita nei venti canti in modo disuguale (il numero medio di ottave per canto è vicino a cento: il XV, che è il più breve, ne conta 66; il XX, il più lungo, 144) e, come ha acutamente rilevato il critico Ezio Raimondi, è strutturata nel suo svolgimento secondo il modello della tragedia classicistica, che prevede una divisione in cinque atti. Questa ripartizione, che costituisce un'ulteriore conferma dell'avvicinamento dei generi epico e tragico nel secondo Cinquecento, non è esplicita - Tasso non ne fa cenno - , ma si coglie con chiarezza e senza forzature ad un'attenta lettura del poema. Si propone qui di seguito un compendio della trama per atti e per canti (per un'esposizione più particolareggiata si veda l'appendice).

Atto I (canti I-III)
Gerusalemme Dopo il proemio la scena si apre sull'accampamento cristiano, dove Goffredo viene eletto comandante supremo dell'esercito [I], quindi si sposta all'interno della città di Gerusalemme. Qui si svolge il drammatico episodio di Olindo e Sofronia: la donna, per evitare rappresaglie ai danni della comunità cristiana, si è accusata del furto di un'icona della Vergine, che il re Aladino aveva fatto sottrarre al tempio dei cristiani e collocare in una moschea; viene pertanto condannata al rogo. Olindo, segretamente innamorato di lei, si autoaccusa nel tentativo di salvarla, ma invano. Interviene la vergine guerriera Clorinda, che ottiene dal re la liberazione dei due giovani, promettendogli in cambio il proprio aiuto in guerra [II]. L'esercito crociato giunge finalmente sotto le mura di Gerusalemme e si scontra subito con il nemico; rifulge il valore di Argante e di Clorinda tra i ani, di Tancredi e Rinaldo tra i cristiani [III].

Atto II (canti IV-VIII) Cielo e inferno, amore e guerra La scena si apre sugli abissi infernali, dove le forze del male congiurano contro l'esercito cristiano. Il re di Damasco, il mago Idraote, invia nel campo crociato la bellissima nipote Armida, la quale, dichiarandosi perseguitata e bisognosa di protezione, getta lo scompiglio tra i guerrieri, molti dei quali sono sedotti dal suo fascino e trascurano per lei i propri doveri [IV]. In un diverbio Rinaldo, il più valoroso tra i cavalieri cristiani, uccide Gernando e si dà alla fuga [V]. Tancredi, che è innamorato di Clorinda e amato dalla principessa saracena Erminia, viene ferito in duello da Argante. Erminia vorrebbe raggiungerlo di nascosto nella sua tenda per curarlo, ma, scoperta e scambiata per Clorinda, è costretta ad una fuga precipitosa [VI], che la porta nel mondo idillico dei pastori, dove soggiorna per qualche tempo alla ricerca di un'impossibile serenità. Intanto la situazione volge al peggio per i cristiani: Tancredi con altri valorosi guerrieri finisce prigioniero di Armida in un castello incantato e i demoni scatenano le forze della natura contro il campo crociato [VII]; Sveno muore eroicamente ucciso da Solimano e Goffredo è accusato di aver fatto uccidere Rinaldo, di cui vengono mostrate le armi e le vesti sporche di sangue, e solo con l'aiuto del Cielo riesce a sedare una rivolta scoppiata all'interno dell'accampamento [VIII].

Atto III (canti IX-XII) La sofferenza Entrano direttamente in campo le forze infernali e quelle celesti: la furia Aletto con uno stuolo di diavoli guida Solimano in un attacco al campo crociato, ma intervengono vittoriosamente l'arcangelo Michele e cinquanta guerrieri sfuggiti alla prigionia di Armida grazie a Rinaldo [IX]. Solimano è salvato dal mago Ismeno, che lo rende invisibile e lo trasporta nella reggia di Aladino, mentre Goffredo si fa raccontare dai cinquanta cavalieri le loro vicissitudini e ha la conferma che Rinaldo è vivo [X]. Decide quindi di sferrare un attacco alle mura di Gerusalemme, servendosi di una torre mobile che consenta di scalare le fortificazioni, ma l'attacco viene respinto e i musulmani effettuano una sortita infliggendo danni e perdite al nemico [XI]. Nella notte Clorinda, dopo aver incendiato con Argante la torre mobile, rimane chiusa fuori e non riesce a rientrare nella città; viene così raggiunta da Tancredi, che non l'ha riconosciuta e la sfida a duello. Ferita a morte, prima di spirare la vergine guerriera chiede e ottiene dal suo uccisore il battesimo [XII].

Atto IV (canti XIII-XVII)
La riscossa Invano i cristiani tentano di ricostruire la torre col legname della selva di Saron: il mago Ismeno ha stregato la foresta, popolandola di fantasmi che impediscono a chiunque di avvicinarsi. Contemporaneamente una terribile siccità si abbatte sul campo cristiano, gettandolo nello sconforto. La provvidenziale caduta della pioggia segna la fine delle sofferenze e l'inizio della riscossa [XIII]. Goffredo, illuminato da un sogno, decide di perdonare Rinaldo e invia sulle sue tracce Carlo e Ubaldo [XIV]. Grazie alle informazioni del mago di Ascalona i due guerrieri, dopo un viaggio irto di pericoli [XV], giungono nel meraviglioso giardino di Armida, dove trovano Rinaldo accecato dalla passione e completamente soggiogato dalla maga. L'eroe, richiamato ai suoi doveri, abbandona Armida, che tenta disperatamente di trattenerlo dichiarandogli il suo amore [XVI], e ritorna al campo, dopo aver ottenuto una nuova armatura dal mago di Ascalona. Nel frattempo le truppe egiziane sono accorse in aiuto degli assediati. L'atto si chiude con la visione delle future glorie della casata d'Este, di cui sarà capostipite Rinaldo [XVII].

Atto V (canti XVIII-XX)
Il trionfo Pentito e riaccolto nell'esercito come un salvatore predestinato dal Cielo, Rinaldo si confessa a Pietro l'Eremita, che lo invita a compiere un'ascensione solitaria sul monte Oliveto per purificarsi delle sue colpe. Riacquistata la Grazia di Dio, l'eroe spezza l'incantesimo della selva di Saron, permettendo ai cristiani di ricostruire la torre d'assedio. I crociati vincono la battaglia decisiva, espugnano le mura e dilagano nella Città Santa [XVIII]. L'ultimo grande oppositore, Argante, è ucciso in duello da Tancredi, che rimane ferito e viene amorevolmente assistito da Erminia, mentre Solimano e Aladino si rifugiano nella torre di David [XIX]. Nello scontro finale contro gli Egiziani rifulge il valore di Rinaldo, col quale si ricongiunge Armida, fattasi cristiana. Le ultime resistenze sono vinte: morti Solimano, Aladino e tutti i campioni ani, Goffredo entra da liberatore nel tempio del Santo Sepolcro e scioglie il voto [XX]

Argomento

Manda a Tortosa Dio l'Angelo, u' poi
Goffredo Aduna i Principi Cristiani.
Quivi concordi que' famosi Eroi
Lui Duce fan degli altri Capitani.
Quinci egli pria vuol rivedere i suoi
Sotto l'insegne; e poi gl'invia ne' piani
Ch'a Sion vanno: intanto di Giudea
Il Re si turba alla novella rea.

CANTO
PROTASI, INVOCAZIONE E DEDICA

Il Tasso apre il primo canto con la protasi, la premessa che ne espone l'argomento; seguono
l'invocazione alla Musa e la dedica ad Alfonso II d'Este, <<magnanimo Alfonso>>, duca di
Ferrara. 

Metro: ottave (ABABABCC). Così per tutto il poema. [ottave 1-5]

PROTASI (= premessa)

Canto l'arme pietose e 'l capitano


Canto le imprese devote (dei Crociati) e il capitano (Goffredo di Buglione)

che 'l gran sepolcro liberò di Cristo.


che liberò il Grande Sepolcro di Cristo.

Molto egli oprò co 'l senno e con la mano,


Egli si adoperò molto con saggezza e con valore,

molto soffrì nel glorïoso acquisto:


molte furono le sue sofferenze per la gloriosa conquista:

e in van l'Inferno vi s'oppose, e in vano


invano si opposero le potenze infernali,

s'armò d'Asia e di Libia il popol misto.


invano si armarono contro di lui i popoli d'Asia e d'Africa (Libia).

Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi




Il cielo gli concesse il suo favore, e sotto la santa bandiera

segni ridusse i suoi comni erranti.


radunò (ridusse) tutte le forze cristiane.




N O T E
1 pietose: devote, religiose perché volte a liberare il S. Sepolcro.
2-3 santi segni: è la santa bandiera dei crociati: una croce rossa in campo bianco




INVOCAZIONE (alla Musa)



O Musa, tu che di caduchi allori


O Musa, tu che non cingi la tua

non circondi la fronte in Elicona,


fronte di allori effimeri (caduchi) sul monte Elicona,

ma su nel cielo infra i beati cori


ma su nel cielo fra i cori degli angeli

hai di stelle immortali aurea corona,


le stelle immortali formano intorno a te una corona d'oro,

tu spira al petto mio celesti ardori,


infondi nel mio petto l'entusiasmo religioso,

tu rischiara il mio canto, e tu perdona


rendi luminoso il mio canto, e sii indulgente

s'intesso fregi al ver, s'adorno in parte


se aggiungo episodi (fregi) inventati alla verità della storia, se in parte

d'altri diletti, che de' tuoi, le sectiune.


adorno il mio poema (sectiune) di episodi profani (altri diletti) oltre a quelli propri della poesia religiosa (de' tuoi).

Sai che là corre il mondo ove più versi


Sai che gli uomini (mondo) sono attratti (là corre) soprattutto

di sue dolcezze il lusinghier Parnaso,


da una poesia (Parnaso) lusinghierache elargisca (versi) le sue dolcezze,

e che 'l vero condito in molli versi,


e che la verità espressa (condito) in versi carezzevoli (molli)

i più schivi allettando ha persuaso.


ha persuaso i più sordi (schivi) allettandoli con immagini sensibili.

Così a l'egro fanciul porgiamo aspersi


Allo stesso modo al fanciullo ammalato (egro) porgiamo il bicchiere (vaso) con

di soavi licor gli orli del vaso:


gli orli intrisi (aspersi) di un succo dolce:

succhi amari ingannato intanto ei beve,


egli viene così ingannato, ma intanto beve i succhi amari (della medicina),

e da l'inganno suo vita riceve.


e grazie a questo inganno riceve vita (guarisce).




N O T E
Musa
: si tratta di Urania, Musa ispiratrice dei poeti che si accingono a cantare argomenti divini. Qui però essa è rappresentata comeIntelligenza angelica, quindi viene cristianizzata.
Elicona: è un monte: secondo la mitologia ana era considerato la dimora delle Muse.
Parnaso
: secondo la mitologia Greca, il Parnaso era un monte della Focide, in Grecia, dove si riunivano Apollo, dio dela poesia, e le Muse.
Così riceve
: il Tasso riprende la concezione pedagogica dell'arte: la poesia, cioè, si giustifica in quanto offre un insegnamento.




DEDICA (ad Alfonso II d'Este)



Tu, magnanimo Alfonso, il qual ritogli


Tu, magnanimo Alfonso, che strappi

al furor di fortuna e guidi in porto


al furore della Fortuna (ch'è incostante) e guidi in un porto di pace (sotto la tua protezione)

me peregrino errante, e fra gli scogli


me che sono un pellegrino errante,

e fra l'onde agitato e quasi absorto,


tu, che sei preso e quasi sommerso dalle onde e dagli scogli (sono gli impegni di governo),

queste mie sectiune in lieta fronte accogli,


accogli con animo lieto questi miei scritti,

che quasi in vòto a te sacrate i' porto.


che io ti dedico quasi come offerta votiva.

Forse un dì fia che la presàga penna


Verrà (fia) forse un giorno in cui la mia penna, che presagisce già (la tua gloria futura),

osi scriver di te quel ch'or n'accenna.


osi scrivere di te quello che ora accenna soltanto.

E' ben ragion, s'egli avverrà ch'in pace


E' giusto, se mai avverrà che

il buon popolo di Cristo unqua si veda,


il buon popolo Cristiano sia finalmente in pace,

e con navi e cavalli al fero Trace


e (combattendo) per mare e per terra

cerchi ritòr la grande ingiusta preda,


cercherà di togliere ai feroci Turchi (Trace) la gloriosa e ingiusta preda,

ch'a te lo scettro in terra, o, se ti piace,


che ti sia concesso il governo dell'esercito, o, se preferisci,

l'alto imperio de' mari a te conceda.


l'alto comando della flotta.

Emulo di Goffredo, i nostri carmi


Imitatore di Goggredo (di Buglione),

intanto ascolta, e t'apparecchia a l'armi.




ascolta intanto i miei versi,e preparati a prendere le armi.




N O T E
Alfonso
: è Alfonso II d'Este, ultimo duca di Ferrara, cui è dedicato il poema.
ingiusta preda: E' il Sepolcro di Cristo <<ingiustamente>> nelle mani dei Turchi in quanto musulmani.


Confronto Tasso - Ariosto


Differenze tra il proemio della Gerusalemme liberata e quello dell’Orlando furioso


Tasso Ariosto


Esposizione dell’argomento (1 ottava)

Invocazione alla muse (ottave 2 e 3)

Dedica (ottave 4 e 5)

Argomento ( ottava 1 e vv.1-4 della 2)

Invocazione (vv. 5-8 dell’ottava 2)

Dedica (ottave 3 e 4)

Allontanamento dal mondo cavalleresco e riavvicinamento al mondo epico con un impianto religioso (invocazione alla musa)

Mondo cavalleresco e presenza del tema amoroso.

Subordinazione dell’invenzione al vero esplicitamente dichiarata nei vv. 6-8 della seconda ottava

Il nucleo portante qui è la pazzia di Orlando, mentre le invasioni dei Mori sono messe in secondo piano

Atteggiamento sincero e affettuoso del poeta nei confronti del dedicatario

Encomio freddo e distaccato (inserito dall’autore forse solamente perché dovuto)

Non sono presenti allusioni a vicende personali di Tasso, c’è solo un’autorappresentazione del poeta in termini di “peregrino errante”

Riferimento (nei vv.5 e 6 della seconda ottava) all’amore nei confronti di Alessandra Benucci

Centralità del tema religioso. L’evoluzione delle azioni umane è decisa dal Divino. I riferimenti mitologici sono trasposti in termini cristiani.

La tradizione mitologica classica è ripresa ed imitata

Oltre l’intento encomiastico si può evidenziare quello allegorico (a favore della Controriforma)

È presente esclusivamente il motivo elogiativo nei confronti del cardinale Ippolito d’Este

Invocazione rivolta alla musa                                                                                                                                                                                                                                                         

Invocazione indirizzata alla donna amata

Linguaggio poetico, aulico.

A volte però la lettura è pesante

Stile nobile ma al limite della prosa.

Ciò apporta scorrevolezza, gradevolezza ed equilibrio al proemio.


Dalla corte-festa alla corte prigione: l’avventura esistenziale di Tasso nel tempo della Controriforma

Ariosto e Tasso: due modi completamente diversi di concepire la corte di Ferrara.         

Il primo come corte-festa, il secondo come corte-prigione.

Innanzitutto Ariosto, che opera tutta la vita nell’ambiente della corte, rappresenta la tipica ura dell’intellettuale cortigiano del Rinascimento, ma al tempo stesso nei confronti di tale ambiente è mosso da sentimenti di malcelato rifiuto e sottile polemica.

Il rapporto col mondo cortigiano è quindi percorso da una segreta ambivalenza, che ha importanti riflessi sui temi toccati dalla sua opera, l’Orlando Furioso.

L’entrata al servizio del cardinale Ippolito porta Ariosto ad essere impegnato in incarichi di varia tipologia, che andavano dalle missioni politiche e diplomatiche a piccole incombenze pratiche.

Per l’indole di Ariosto, restio a vestire i panni del cortigiano asservito, il rapporto con il potere politico diventa ben presto conflittuale: il senso di disagio con cui sono vissute le incombenze commissionategli, aleggia tra le ine delle Satire nelle quali più volte ritorna una garbata protesta per gli incarichi che lo tengono lontano dagli studi.

Nella ura di Ariosto si riscontrano già le tensioni in cui si dibatte il poeta cortigiano, diviso fra sincera volontà di sostegno alla causa del proprio principe e desiderio di incondizionata libertà di azione e di pensiero.

Per queste ragioni Ariosto conservava un bisogno di autonomia dalla corte, ed era convinto che la sua autentica realizzazione umana dovesse avvenire al di fuori di essa, nella sfera del privato, della vita familiare.

In risposta alla sedentarietà di Ariosto, Tasso è stato invece un poeta ramingo, amletico,saturnino. Dall’armonia ariostesca si passa direttamente alla contraddizione tassiana.

Tasso, dal canto suo, incarna esemplarmente la ura del poeta cortigiano del Cinquecento. La sua vita si svolge interamente nell’ambito della corte, e ad essa è legata materialmente e intellettualmente: da un lato il poeta dipende totalmente dal favore dei principi per la sua esistenza materiale; dall’altro egli ritiene che solo nella corte possa essere consacrata la fama del grande poeta, e che solo in essa si trovi un pubblico capace di intendere ed apprezzare la sua poesia.

Di contro, Tasso diviene testimone di una stagione storica incerta e travagliata caratterizzata essenzialmente dalla crisi della società in cui vigeva la realtà ambigua delle corti, il conflitto tra turchi e cristiani e soprattutto la riforma protestante contro l’unità spirituale europea.

Tasso sia nella sua vita che nelle sue opere riversa due opposte tensioni: la ricerca di un’unità e il permanere di una multifomità interiore, paragonabile ad un mondo caotico e difforme.

Nella realtà rinascimentale Tasso si sente un vero e proprio straniero e vive una vita in perenne esilio, distaccato dal mondo cortigiano ma al contempo molto legato ad esso. Il precoce sradicamento dagli affetti familiari e un lungo peregrinare, portano Tasso nella città di Ferrara alla corte Estense (1565).

Qui Tasso vi giunge colmo di aspettative e desideroso di approdare ad una propria realizzazione letteraria. Ma la realtà è ben diversa da quella da lui immaginata.

La Corte è il sognato luogo dello splendore e della magnificenza mondani e la sede 'alta' d'ogni magnanima virtù e d'ogni terrena grandezza. Ma dietro la cortina d'illusione e dietro le apparenze del fasto, Ferrara mostrava sia i segni dei vizi che infestavano ogni corte, sia, in particolare, i segni d'una cautela mista ad ipocrisia, proprie di una città in sospetto d'eresia calvinista, nel bel mezzo dell'offensiva snola e controriformista. Da cui circospezione, dissimulazione, delazioni e ricatti e una vena di sensualità che, non erompendo schietta, s'intorbida dietro la maschera dell'adesione alla religione-etichetta.

Ed è nell’ambiente chiuso e ostile della corte che le tensioni di Tasso cominciano a farsi strada con estrema violenza.

Disperato nella ricerca del riconoscimento sociale e della gloria, in Tasso cresce sempre di più il desiderio di trovare nelle Istituzioni quel consenso e approvazione che non ha mai ottenuto nella vita.

L'ACCADEMIA è la norma, la regola, la certezza di adeguare l'opera (la Gerusalemme Liberata) ad un tono e ad un clima di grandezza e di decoro ufficialmente sanzionati. Per uno spirito irrequieto come quello di Tasso,  l'Accademia è la certezza della perfezione e la garanzia del consenso.

Come nell'opera, così nella coscienza, Tasso cerca certezze e va volontariamente di fronte all'autorità dell'Inquisitore, perché il suo tormento, il suo dubbio, siano sciolti, anche qui, da una sentenza, da un 'tribunale', dalla 'legge'. Eppure, questo bisogno di 'regole' e di 'autorità' esterne è il segno della mancanza di equilibrio e certezze interne. Quelle verità 'indiscutibili', imposte da fuori, ma che pure trovano in lui risonanza non superficiale, non coincidono poi con i moti più intimi della sua sensualità o del suo estro poetico o delle sue angosce: da cui la lacerazione tra certezze volute (e non possedute) e destino di intima e invincibile irrequietudine sentimentale e morale. Di qui la follia e la reclusione a Sant’Anna.

L’obiettivo di Tasso è dunque quello di trovare un luogo (ideale) degno della sua poesia e del suo messaggio. Inizialmente questo luogo fu la corte, ma dopo una generale decadenza dell’ambiente cortigiano, non fu più così. Tutto questo a causa della chiusura più rigida della restaurazione cattolica in quegli anni.

Siamo infatti in un periodo molto difficile della storia, quello della fine del Cinquecento, in cui l’Italia è teatro di radicali trasformazioni dovute all’imperversare della Riforma prestante, destinata a dividere l’Europa e a modificarne radicalmente l’assetto politico.

Tale riforma ha inizio con la protesta del monaco Martin Lutero che, con la sua azione, si proponeva di combattere la corruzione del clero e ben presto colpì gli stessi princìpi e dogmi della fede.

Ma le ragioni della Riforma non sono solo religiose. Ad essa si accomnano motivi di carattere politico e sociale, che esprimono anche l’esigenza di sottrarsi all’egemonia dei poteri assolutistici del tempo con le loro strutture economiche e di governo.

Per trovare una soluzione e appianare i contrasti, la Chiesa convocò il Concilio di Trento che però non ottenne i risultati sperati. Sfumata a poco a poco la possibilità di raggiungere un accordo, la Chiesa ribadì rigorosamente le sue posizioni: essa è la sola depositaria in materia di fede e l’autorità del papa resta indiscutibile. La divisione era oramai insanabile e lo scontro si fece man mano più violento, giungendo ad una dichiarazione di guerra contro gli eretici.

Dopo essersi alleata con l’impero, la Chiesa operò un rafforzamento dei suoi poteri e una riorganizzazione delle sue istituzioni, dando inizio, subito dopo il Concilio tridentino, alla cosiddetta età della Riforma Cattolica, o della Controriforma.

Essa fu l’età in cui la Chiesa romana assunse un atteggiamento difensivo e proteso al dissidio di opinioni e decise di mettere in campo strumenti per il sorvegliamento dei movimenti religiosi e intellettuali come l’Inquisizione e l’Indice dei libri proibiti (profani).

Con la Controriforma la Chiesa divenne una forza intellettuale, politica, economica e sociale, rappresentando sia una forza d’urto che di attrazione nella società; inoltre intraprese una fase repressiva e di battaglia al fine di recuperare la propria identità e autonomia che le permise di non essere più subordinata alla cultura laica, ma anzi che quest’ultima fosse d’aiuto a quella ecclesiastica.

E in un clima di grande tensione e conflitto che il rapporto degli intellettuali col potere politico-religioso diventa un vero problema.

Ariosto, che vive alla corte degli estensi all’inizio del Cinquecento, conserva, come già detto in precedenza, un margine di indipendenza nei confronti del potere, riuscendo a salvaguardare, sia pure con difficoltà, una sua gelosa autonomia.

Un legame analogo verrà invece vissuto da Tasso ma in maniera più drammatica e conflittuale, con ripercussioni profonde sul piano della coscienza e della stessa attività letteraria.

Tasso, infatti, afflitto dall’ambiente circostante, da se stesso e non riuscendo a trovare una pace interiore, “cede” alla follia. Una follia che lo porta a una smania incontenibile all’interno della corte e che riversa contro il Duca che ne ordina la reclusione a Sant’Anna.

È proprio questa reclusione che fa sì che i romantici prendano molto a cuore Tasso.

Tasso è il poeta condannato dalla società che lo rifiuta e la storia ne fa di lui un paradigma insostituibile. Inoltre l’ospedale in cui Tasso trascorse ben sette anni della sua vita, diventa il luogo simbolico per eccellenza: la stanza di un sacrificio senza riscatto.









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