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“La coscienza di Zeno”, Analisi dei vari capitoli

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La coscienza di Zeno

La coscienza di Zeno” racconta in prima persona la vita di Zeno Corsini, ricco commerciante triestino, ormai maturo, che dovrebbe essere contento della posizione raggiunta, ma soffre di fastidiosi disturbi: trafitture al fianco di natura misteriosa, una strana zoppia che lo colpisce quando è emozionato e teso.

Zeno decide di affidarsi alla terapia psicoanalitica per liberarsi dalla sua inettitudine, dai vari complessi che lo affliggono, per guarire dal vizio del fumo e dalla «malattia» che lo tormenta. Lo psicanalista il dott. S. suggerisce a Zeno di annotare su un libretto di appunti la memoria della propria vita, in cerca delle radici della malattia. Le ine che egli ha scritto vengono pubblicate dal medico psicanalista che vuole così operare “una vendetta” nei confronti del suo paziente, il quale «sul più bello» si è «sottratto alla cura» come dice il dottor S. nella Prefazione che apre il romanzo.

Una “prefazione”, a firma del dottore, e un “preambolo”, in cui prende la parola lo stesso Zeno, precedono la narrazione. Zeno, nel rievocare il suo passato non segue un ordine cronologico, ma si abbandona al flusso dei ricordi, lascia vagare in libertà la propria memoria in un seguito di episodi legati ciascuno a un suo vizio o a un suo fallimento.



Pur essendo la storia lineare vi si possono identificare dei blocchi narrativi, in prima persona, dal forte significato simbolico: Il fumo – La morte del padre – La storia del suo matrimonio – La moglie e l’amante – Storia di una associazione commerciale. Cinque sondaggi nel passato, nel tentativo di vedere chiaro in esso e diagnosticare le cause e la natura della “malattia” che tormenta il paziente.

La biografia di Zeno è la storia di una serie di sconfitte. Vuole guarire dal vizio del fumo, ma vani sono gli sforzi, per disintossicarsi si fa persino ricoverare in una casa di cura, ma da questa fugge dopo aver corrotto l’infermiera. Si iscrive all’università, ma non riesce a terminare gli studi. I rapporti con il padre sono difficili, fatti di reciproca diffidenza ed estraneità. Si innamora di Ada Malfenti, la lia più bella di un furbo commerciante, ma finisce per sposare Augusta, la sorella strabica. Intreccia una relazione extraconiugale con Carla, ma questa lo abbandona per sposare il maestro di musica che lui stesso, Zeno, le aveva presentato. Lo scoppio della guerra favorisce alcune sue speculazioni commerciali che trasformano paradossalmente “l’inetto” Zeno in un abile uomo d’affari e per di più in un “guarito”.

Noi sappiamo bene che non è vero e che queste resistenze sono un sintomo tipico della malattia. Ma Zeno ha buon gioco, nelle ine finali, a sottolineare il confine incerto tra malattia e salute nelle condizioni attuali, in cui la vita è «inquinata alle radici». Il romanzo termina così in chiave apocalittica, con una riflessione di Zeno sull’uomo costruttore di ordigni che finiranno per portare ad una catastrofe cosmica.


Analisi dei vari moduli

Il fumo. Racconta del suo vizio del fumo, di tutti i complicati rituali per liberarsene, del loro fallimento. Nelle ultime sigarette, annotate da tutte le parti, spesso usate per ricordare date futili o anniversari di altri fallimenti e altri mille disturbi, come quello delle donne.

« . Una non mi bastasse e molte neppure. Le desideravo tutte! Per istrada la mia agitazione era enorme: come passavano, le donne erano mie . »[1]. Persino il ricovero in una clinica per disintossicarsi si conclude con una buffa evasione.

Tema dell’inetto. Privo di volontà, incapace di agire, impegnato solo nell’invenzione di un alibi. Ogni scusa è buona per fumarsi l’ultima sigaretta, una delle tante ultime sigarette di Zeno è quella che coincide con la morte del padre.

La morte del padre. La parte più segnata dal pensiero di Freud. Il signor Corsini, ricco e pacifico commerciante, non ha mai capito né accettato il lio.

«Peccato che sei venuto tanto tardi. Prima ero meno stanco e avrei saputo dirti molte cose . »[2].

Tema dell’incomunicabilità. La malattia terminale lo svela vecchio, fragile e incerto: il padre soffre amaramente l’immobilità e la dipendenza del lio. Nei giorni dell’agonia Zeno scopre la fisicità della morte e la degenerazione del corpo e poi si sorprende a desiderarne la sua fine.

« . Chi ha provato di restare giorni e settimane accanto ad un ammalato inquieto, essendo inadatto a fungere da infermiere . mi intenderà. Io poi avrei avuto bisogno di un gran riposo per chiarire il mio animo e anche regolare e forse assaporare il mio dolore per mio padre e per me. Invece dovevo ora lottare per fargli ingoiare la medicina . La lotta produce sempre rancore . »[3].

Spirando il vecchio colpisce Zeno sulla guancia: è un movimento irriflesso, una contrazione della morte, ma appare uno schiaffo e tale rimane nella coscienza del lio.

La storia del matrimonio. Zeno conosce Giovanni Malfenti “grande negoziante” ma soprattutto padre di Ada, Augusta, Alberta, Anna. Zeno decide che è giunto il momento di sposarsi, dopo molti tentennamenti si dichiara alla bellissima Ada, ma è respinto. Passa ad Alberta, nuovo fallimento, visto allora che Anna è ancora una bambina, ripiega sulla strabica Augusta. Il gioco sui quattro nomi che iniziano per A, lo scivolare di Zeno dall’una all’altra senza affetto, la fortuna che deriverà dalla più brutta Augusta teorizzano la dipendenza assoluta dell’uomo dal caso e il predominio delle convenzioni borghesi sull’amore. A Zeno infatti basta che Augusta prometta onestamente di assisterlo. In una buffa seduta spiritica nella quale Zeno approfitta del buio per sussurrare ad Ada che l’ama, con un soffio di voce Augusta risponde chiedendogli, perché da tanto tempo non era andato da lei. Ada sposerà Guido Speier, donnaiolo, irresponsabile, preteso violinista. Augusta e Zeno si sposano e Zeno lo spiega così « . All’altare dissi di sì distrattamente, perché nella mia viva compassione per Augusta stavo escogitando una quarta spiegazione al mio ritardo e mi pareva la migliore di tutte»[4].



La moglie e  l’amante. Augusta è la salute personificata, la continuità dell’esistenza, la sicurezza. « . Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura . . La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto . le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto . »[5].

Zeno si tuffa fra le scritture contabili della azienda con rinnovato impegno, ma ben presto lo riprende l’incapacità di dedicarsi sul serio a qualcosa. Per sfuggire al tedio intreccia una relazione con la giovane cantante Carla. Zeno prima tradisce e poi annota questo tradimento come l’ultimo, come per l’ultima sigaretta. Carla lo abbandonerà per sposarsi con un pianista spiantato. Zeno medita un istante sul suicidio, ma ci vuole troppa volontà.

Storia di un’associazione commerciale. Zeno diventa socio di Guido (che in fondo odia, perché gli ha rubato Ada) e lascia tranquillamente che tutto vada in malora. Guido, affarista fallito, simulerà un suicidio per sfuggire ai creditori, e morirà . per sbaglio, per colpa di un dottore impreparato . della pioggia che ha cancellato un biglietto . cioè del caso. Zeno è protagonista di un lapsus freudiano; arriva in ritardo al funerale di Guido e per sbaglio segue un altro feretro. Per rendere a Guido un estremo omaggio, e perché nessuna macchia offuschi più il suo nome, Zeno si improvvisa uomo d’azione, gioca in Borsa al posto suo, recupera in solo cinquanta ore tre quarti delle perdite accusate da Guido. Quando si reca da Ada per comunicarle che non ha più da temere per il futuro, si stupisce che nella sua assenza al funerale, nella sua stessa vittoria in Borsa, ella legga il segno di un odio nei confronti di Guido. I suoi rimproveri fanno soffrire Zeno, ma per fortuna, a consentirgli di tornare in pace con se stesso è la «coscienza» che lo sorregge ancora mentre scrive, di non averli meritati, di essere stato per Guido un amico fraterno, di averlo «assistito» come sapeva e poteva. Zeno ormai ricco, speculando in borsa, senza sapere il perché ricomincia a sentirsi bene.

Psico-analisi. Con la “Storia di un’associazione commerciale” si è chiusa l’autobiografia che Zeno aveva scritto come preludio al trattamento psicoanalitico: riprende ora a scrivere, il 3 maggio 1915, dopo sei mesi di terapia, perché pensa che la scrittura sia l’unico sistema per dare importanza al passato e sfuggire al presente noioso. I paragrafi di quello che vuole essere per lui, ormai “un diario” sono datati nell’ordine 3/5/15 – 15/5/15 – 26/5/15 – 26/3/16.

3 Maggio 1915. Zeno esprime la sfiducia nei confronti della psicanalisi. Per cui la sua prima preoccupazione, scrivendo, è quella di negare le scoperte che dalla psicanalisi, tramite il dottor S., gli sono derivate. La psicanalisi lo ha costretto a vedere nel suo inconscio; ora Zeno deve riparare a quella presa di coscienza, non può abolirla per cui può solo svalutarla. La malattia scoperta dal dottor S. è il complesso di Edipo. «Avevo amata mia madre e avrei voluto ammazzare mio padre». «La miglior prova ch’io non ho avuto quella malattia risulta dal fatto che non ne sono guarito»[6].

15 Maggio 1915. Zeno constata, rallegrato, di non essere affatto guarito, perché si è messo alla prova e ha appurato come, malgrado l’età e contro il parere del medico S., sia ben vivo in lui uno dei sintomi primi della sua malattia; la tendenza a desiderare ogni donna incontrata per la via.

26 Giugno 1915. Zeno racconta di come incontrò la guerra durante una scamnata: l’impressione più forte di quel conflitto con milioni di morti è il rimpianto per un caffelatte non sorbito come di abitudine.

26 Marzo 1916. Zeno prima di chiudere il suo diario tiene a precisare che gode di ottima salute. A guarirlo sono state alcune fortunate  operazioni commerciali, legate allo stato di guerra che lo hanno indotto a un sentimento di forza, a una nuova fiducia in se stesso e soprattutto la verifica che la sua storia privata rispecchia una storia comune. La vita somiglia un poco alla malattia. Ritiene di essere guarito, anzi sano. Egli possiede l’unica salute possibile su questa terra, è l’accettazione della vita com’è, nella coscienza dei meccanismi che la muovono, nell’esperienza piena, diretta della malattia che la contamina. Zeno da un lato proclama la propria guarigione, dall’altro confessa «La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo si è messo al posto degli alberi e delle bestie e ha inquinato l’aria, ha impedito il libero spazio . Qualunque sforzo di darci la salute è vano . Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo» .

Svevo accenna ad un progresso che può essere tale solo per gli animali che si evolvono secondo natura conformando il proprio organismo al bisogno del momento, che non arrivano mai a ledere «la salute» di cui sono portatori. Al contrario il progresso dell’uomo che si affida agli ordigni (come strumenti materiali di offesa e di difesa, ma anche come “idee”, mezzi intellettuali e morali di coercizione e dominio) coincide con un regresso. In questo senso l’uomo appare vittima degli ordigni da lui inventati, divenendo tramite di malattia, causa probabilmente, in un prossimo futuro, di un’immensa totale distruzione. Guarire è quindi solo comprendere la verità arida del gran vuoto della società e dell’anima. « . per lui la malattia fa parte del destino degli uomini, eppure dentro questa malattia è possibile amare la vita ed intenderla ed accettare e saper afferrare i piaceri che ogni attimo ci può dare. È una sorta di danza continua e in questo Svevo è profondamente nietzschiano e l’esperienza di Nietzsche è un’esperienza cruciale in questa concezione del personaggio sveviano. Segue Nietzsche perché in qualche modo Svevo compie con Zeno quello che Nietzsche chiamava “nichilismo compiuto” che significa che non solo i valori che stanno al di là della vita non hanno senso, ma si compie una sorta di capovolgimento dei valori: ciò che prima non era valore, era svalutato, invece diventa valore. Tutto questo serve a potenziare la realtà della vita, dell’esistenza, serve a dare spessore, a dare peso alla realtà vivente, alla dimensione del vivere»[8].



Il successo arriva per Svevo, clamoroso, fra la fine del 1925 e l’inizio del 1926.

Artefici «palesi» della scoperta sono Montale in Italia e Larbaud e Crémeux in Francia, a seguito dei cui scritti sul «L’Esame» e su «Le Navire d’Argent», il nome dell’autore acquista risonanza a livello europeo. Ma il merito di aver creduto in lui, va al triestino Roberto Bazlen, intellettuale vivacissimo, che invia i tre romanzi in lettura a Montale e a J. Joyce, che interviene presso Larbaud e Crémieux perché prestino alla “Coscienza” la dovuta attenzione. Per Svevo fu il trionfo, la fama e la rivincita contro il passato.

Tra le sectiune sveviane sono rimasti anche i frammenti di un quarto romanzo, progettato dallo scrittore, «una continuazione di Zeno» come lo definisce egli stesso. Il titolo avrebbe dovuto essere probabilmente “Il vecchione” o “Le confessioni del vegliardo”. Svevo riprende i motivi della “Coscienza” e di “Senilità” ma le sviluppa in una direzione più intimamente autobiografica. Ritornano così i motivi dell’amore, della relazione erotica, della malattia, dei rapporti difficili fra vecchi e giovani. La riflessione sulla memoria, per i vecchi esercizio obbligato, si accomna al pensiero della morte, della fine del viaggio, del «nulla» per sempre



Giovanna BENVENUTI (a cura di), “La coscienza di Zeno”, Principato Paravia, 1993, cap. III, p. 16.

Idem, cap. IV, p. 42.

Idem, cap. IV, p. 54.

Idem, cap. V, p. 134.

Idem, cap. VI, p. 141.

Idem, cap. VIII, p. 334.

Giovanna BENVENUTI (a cura di), La coscienza di Zeno, Ed. Principato Paravia, 1993, p. 358.

Angelo PORCARO, Profilo storico della letteratura italiana del Novecento, ed. Meridies, 1999, pp. 39-40.






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