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NASCITA DEI DIRITTI UMANI - Analisi del contesto storico-culturale che portò all’affermazione dei diritti umani

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NASCITA DEI DIRITTI UMANI

Analisi del contesto storico-culturale che portò all’affermazione dei diritti umani



“We hold these truths to be selfevident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.”[1]

Così esordì Jefferson nella Dichiarazione d’Indipendenza Americana affermando la grande importanza dei diritti dell’uomo.

Diritti che nacquero nel periodo illuminista.





L’ILLUMINISMO



“Aufklärung ist der Ausgang des Menschen aus seiner selbstverschulderten Unmündigkeit. [] Habe Mut, dich deines eigenen Verstandes zu bedienen! Ist also der Wahlspruch der Aufklärung.“[2]

La celebre affermazione di Kant espresse il desiderio di porre in discussione concetti e valori acquisiti e di indagare nuove idee in direzioni molteplici. Molti illuministi, infatti, non furono filosofi nel comune senso del termine, bensì divulgatori impegnati in un consapevole tentativo di battaglia culturale e di diffusione delle nuove idee.

Questo movimento culturale di matrice filosofica si è diffuso in Europa dall’inizio del XVIII secolo fino alla Rivoluzione Francese. Caratteristica principale dell’Illuminismo (in francese Age des lumières, in inglese Enlightenment, in tedesco Aufklärung) fu la fiducia nella ragione che avrebbe portato ad un miglioramento delle condizioni spirituali e materiali della civiltà umana, liberandola dai vincoli della tradizione, della superstizione e della tirannide.



LE RADICI DELL’ILLUMINISMO



L’Illuminismo ebbe origine in Francia e in Inghilterra, si estese poi in tutta Europa arrivando anche nel Nuovo Continente.

Questa corrente di pensiero riconobbe come suoi precursori Locke, Newton e il francese Dessectiunes. Di quest’ultimo i filosofi del XVIII secolo ripresero l’esigenza di “chiarezza e distinzione” delle idee. Di Spinosa alcuni pensatori illuministi rivalutarono la critica della concezione personale della divinità. Non meno importante fu il pensiero d’impronta scettica di Pierre Bayle, in particolare la sua difesa della tolleranza e la polemica contro le superstizioni e i pregiudizi.




John Locke


Isaac Newton


René Dessectiunes

Baruch Spinoza


Pierre Bayle



RAGIONE E SCIENZA



Nell’Illuminismo conversero aspetti molteplici e anche eterogenei della filosofia e della cultura moderne, dalla rivoluzione scientifica avviata da Copernico e Galilei alle ripercussioni culturali indette dalle esplorazioni geografiche, dal razionalismo di Dessectiunes all’empirismo di Locke e dei suoi continuatori. Ma ad animare questa corrente fu soprattutto il nuovo spirito scientifico dell’età moderna, e cioè l’osservazione diretta dei fenomeni e l’uso autonomo della ragione. La fiducia nella ragione sembrava schiudere la possibilità di scoprire non solo le leggi regolatrici del mondo naturale ma anche le leggi di sviluppo del corpo sociale. Usando saggiamente la ragione sarebbe stato possibile un progresso indefinito della conoscenza, della tecnica e della morale.


Niccolò Copernico


Galileo Galilei



LA CRITICA DELLA RELIGIONE



La Chiesa Cattolica era vista come la principale responsabile della sottomissione della ragione umana nel passato, e la religione era indicata come causa della superstizione e del fanatismo. Alcuni pensatori illuministi optarono per una forma di deismo che rifiutava la teologia cristiana. Altri, che si volsero a forme di pensiero materialistico, furono espressamente atei.



UN ORIZZONTE COMUNE



Tutti i filosofi dell’Età dei Lumi condivisero un atteggiamento antitradizionalista, nutrito dalla convinzione che il passato, in particolare il Medioevo, coincidesse con l’età dell’ingiustizia, del sopruso, della superstizione e dell’ignoranza; un’avversione nei confronti della metafisica; la convinzione che la filosofia dovesse adottare un metodo sperimentale, privilegiando l’analisi dei fenomeni, piuttosto che la deduzione a partire da principi a priori; una propensione verso il fenomenismo, cioè la convinzione che tutto ciò che possiamo conoscere è relativo ai fenomeni e all’esperienza sensibile; infine, la fiducia nel progresso, che sarebbe stata ereditata dal positivismo ottocentesco.



LA DIFFUSIONE DELLE IDEE ILLUMINISTE



Per molti versi, la patria degli illuministi fu la Francia. Montesquieu, uno dei primi esponenti del movimento, pubblicò scritti satirici contro le istituzioni contemporaneamente al suo monumentale studio sulle istituzioni politiche, “Lo spirito delle leggi” (1748). A Parigi Denis Diderot, autore di numerosi trattati filosofici, incominciò la pubblicazione dell’Encyclopédie nel 1751, avvalendosi della collaborazione del matematico D’Alembert. Quest’opera, a  cui collaborarono numerosi philosophes, fu sia un veicolo di promozione delle posizioni illuministe sia di critica degli oppositori.

Il più rappresentativo tra gli illuministi francesi fu indubbiamente Voltaire che nelle sue opere divulgò la scienza e la filosofia della sua epoca. Le opere di Rousseau, in particolare “Il contratto sociale” (1762), esercitarono in profondo influsso sulle teorie politiche e pedagogiche e diedero impulso al romanticismo ottocentesco. L’Illuminismo fu anche un movimento profondamente cosmopolita: pensatori di nazionalità diverse si sentirono accomunati da una profonda unità di intenti, mantenendo stretti contatti epistolari tra loro. Furono illuministi David Hume in Scozia, Pietro Verri e Cesare Beccaria in Italia, Benjamin Franklin e Thomas Jefferson nelle colonie americane.




Montesquieu


Denis Diderot


D’Alembert


Encyclopédie




Voltaire


Jean-Jacques Rousseau


David Hume


Pietro Verri


Cesare Beccaria


Benjamin Franklin


Thomas Jefferson



Negli ultimi decenni del XVIII secolo si assistette ad un trionfo del movimento in Europa. Il successo delle nuove idee, sorretto dalla pubblicazione di riviste e libri e da nuovi esperimenti scientifici, inaugurò una moda diffusa persino tra i nobili e il clero, e alcuni sovrani europei adottarono le idee e il linguaggio dell’Illuminismo, Voltaire e altri philosophes, attratti dal mito del filosofo-re che illumina il popolo dall’alto, guardarono con favore alla politica del cosiddetto dispotismo illuminato, perseguita da Federico II di Prussica, Caterina di Russia e Giuseppe II d’Austria.



L’EREDITA’ DELL’ILLUMINISMO



La Rivoluzione Francese pose fine a questo periodo di diffusione pacifica ma talvolta solo elitaria, delle nuove idee. Pur avendo assimilato molti degli ideali dei philosophes, la Rivoluzione, nei suoi episodi più sanguinosi, gettò per un certo periodo discredito sull’Illuminismo. La polemica romantica si rivolgerà contro alcuni bersagli ideali identificati con le dottrine del Secolo dei Lumi: una concezione astratta della ragione, una sottovalutazione delle tradizioni e della storia, la propensione per l’ateismo. Di fatto però, le idee illuministiche saranno all’origine di molteplici esperienze della cultura e della filosofia dell’Ottocento e del Novecento, tanto sul terreno delle dottrine liberali in politica, quanto in campo scientifico nella cultura contemporanea.



LA LETTERATURA NEL SECOLO DEI LUMI



La cultura dell'Arcadia caratterizzò la prima metà del Settecento, anche se persistette per tutto il secolo e non solo nelle regioni più arretrate. Ma a partire dalla seconda metà del Settecento si verificò un processo di rinnovamento intellettuale che, profondamente influenzato dall'Illuminismo francese e inglese, aprì orizzonti mentali e culturali nuovi con una rinnovata responsabilità civile. L'Illuminismo in Italia non presenta la radicalità di pensiero manifestata altrove, ma si combina con la dominante convenzione culturale arcadica fino a conurare, in campo letterario, un panorama arcadico-illuministico.

La data convenzionale che delimita l'età dell'Arcadia rispetto a quella dell'Illuminismo è il 1748, quando l'equilibrio politico creatosi tra i Borbone e gli Asburgo con la pace di Aquisgrana assicurò all'Italia un lungo periodo di pace, nel corso del quale presero avvio importanti riforme per iniziativa dei sovrani illuminati. In questa età acquistò rilievo sociale la nuova ura dell'intellettuale cosmopolita che, proprio per i suoi contatti internazionali, elaborò una nuova coscienza critica.

Venezia era uno dei centri culturali più aperti, ma la nuova cultura illuministica si espresse soprattutto a Milano e a Napoli. A Napoli, la coscienza dell'arretratezza dello stato indirizzò in forma radicale le energie degli intellettuali verso problemi sociali ed economici attraverso gli scritti di Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani, Francesco Mario Pagano e Gaetano Filangieri.

Meno propensi alla riflessione teorica e più impegnati alla risoluzione di problemi concreti per ammodernare la società sono gli illuministi lombardi con centro a Milano. L'Accademia dei Pugni (1761) rappresenta la nascita del movimento che ebbe come organo di battaglia il giornale 'Il Caffè'. Questi intellettuali mostrarono insofferenza verso la lingua letteraria imbalsamata e nella prosa tentarono, proprio con 'Il Caffè', una scrittura 'naturale' regolata sul modello francese. Quanto alla letteratura, mostravano insofferenza per il classicismo arcadico e proponevano un impegno nel confronto con i problemi della società, pretendendo dal letterato una tensione etica e civile. Basti dire che alla lezione di questi illuministi avrebbero guardato i romantici lombardi. I nomi più importanti sono quelli di Pietro Verri e di Cesare Beccaria.



LA NASCITA DEI DIRITTI UMANI



Fu in questo periodo che si iniziò a introdurre il tema dei diritti umani. Trattato nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America e nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino proclamata dall’Assemblea costituente francese. In questi documenti veniva affermata l’uguaglianza degli individui di fronte alla legge e le libertà fondamentali: di pensiero, di parola e di stampa.



Dichiarazione d'Indipendenza




Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino




DIRITTI UMANI IN ITALIA



Anche in Italia venne trattato il tema dei diritti umani attraverso il pensiero di due letterati milanesi: Cesare Beccaria e Pietro Verri.



CESARE BECCARIA



Cesare Beccaria, nato a Milano nel 1738 da una ricca famiglia, riuscì ad accostarsi alle idee degli illuministi francesi dopo aver frequentato la facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Pavia. Fu filosofo ed economista, tra i primi a considerare l’istruzione come mezzo di contenimento della criminalità, fu anche professore di diritto pubblico ed economia presso le Scuole Palatine di Milano e più tardi ricoprì diverse cariche pubbliche- Strinse amicizia con Pietro Verri e in seguito entrò a far parte della cerchia de “Il Caffè”, il primo giornale italiano in cui si dibattevano temi economici, politici e culturali alla cui redazione partecipavano gli illuministi milanesi.

Il risultato della sua partecipazione è visibile nella composizione della sua opera più importante: “Dei delitti e delle pene”.


Dei delitti e delle pene



DEI DELITTI E DELLE PENE



Dei delitti e delle pene”, il testo più noto dell’Illuminismo italiano, fu pubblicato anonimo nel 1764 a Livorno. In quest’opera, divisa in quarantadue brevi moduli, Beccaria criticò fermamente lo stato della giustizia e i metodi arbitrari che questo utilizzava, tra i quali la tortura, e condannò il ricorso alla pena di morte, considerandola “né utile, né necessaria”. Al centro della discussione giuridica nell’Europa del Settecento e accolta con entusiasmo dalle maggiori personalità del tempo tra le quali Voltaire, ispirò una nuova visione del diritto penale. Il filosofo non ricorse ad argomenti di tipo emotivo e retorico come il tema avrebbe potuto suggerire, ma utilizzò gli strumenti della ragione. Secondo un ragionamento rigorosamente analitico-deduttivo si dimostra nel passo che segue come la pena di morte sia inutile per la società.




“Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno, esse rappresentano la volontà generale, che è l'aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll'altro, che l'uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera? []

Non è utile la pena di morte per l'esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere sangue - Fase di Problematizzazine" class="text">il sangue umano, le leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto più funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo che le leggi che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio.”[3]


La pena di morte, secondo Beccaria, era contraria al diritto naturale secondo il quale l’uomo non aveva il diritto di uccidere se stesso e non poteva quindi conferirlo ad altri. Lo stato infliggendo la pena di morte dava un cattivo esempio perché da un lato condannava l’omicidio e dall’altro lo commetteva. La pena capitale non era necessaria laddove fossero regnati ordine politico e sicurezza civile, e inoltre non esercitava una sufficiente funzione di deterrenza relativamente a furti e a delitti.

“Qual è il fine politico delle pene? Il terrore degli altri uomini. Ma qual giudizio dovremo noi dare delle segrete e private carnificine, che la tirannia dell'uso esercita su i rei e sugl'innocenti? Egli è importante che ogni delitto palese non sia impunito, ma è inutile che si accerti chi abbia commesso un delitto, che sta sepolto nelle tenebre. Un male già fatto, ed a cui non v'è rimedio, non può esser punito dalla società politica che quando influisce sugli altri colla lusinga dell'impunità. S'egli è vero che sia maggiore il numero degli uomini che o per timore, o per virtú, rispettano le leggi che di quelli che le infrangono, il rischio di tormentare un innocente deve valutarsi tanto di piú, quanto è maggiore la probabilità che un uomo a dati uguali le abbia piuttosto rispettate che disprezzate. [ . ]Ogni atto della nostra volontà è sempre proporzionato alla forza della impressione sensibile, che ne è la sorgente; e la sensibilità di ogni uomo è limitata. Dunque l'impressione del dolore può crescere a segno che, occupandola tutta, non lasci alcuna libertà al torturato che di scegliere la strada piú corta per il momento presente, onde sottrarsi di pena. Allora la risposta del reo è cosí necessaria come le impressioni del fuoco o dell'acqua. Allora l'innocente sensibile si chiamerà reo, quando egli creda con ciò di far cessare il tormento. Ogni differenza tra essi sparisce per quel mezzo medesimo, che si pretende impiegato per ritrovarla. È superfluo di raddoppiare il lume citando gl'innumerabili esempi d'innocenti che rei si confessarono per gli spasimi della tortura: non vi è nazione, non vi è età che non citi i suoi, ma né gli uomini si cangiano, né cavano conseguenze. Non vi è uomo che abbia spinto le sue idee di là dei bisogni della vita, che qualche volta non corra verso natura, che con segrete e confuse voci a sé lo chiama; l'uso, il tiranno delle menti, lo rispinge e lo spaventa. L'esito dunque della tortura è un affare di temperamento e di calcolo, che varia in ciascun uomo in proporzione della sua robustezza e della sua sensibilità; tanto che con questo metodo un matematico scioglierebbe meglio che un giudice questo problema: data la forza dei muscoli e la sensibilità delle fibre d'un innocente, trovare il grado di dolore che lo farà confessar reo di un dato delitto.[ . ] Una strana conseguenza che necessariamente deriva dall'uso della tortura è che l'innocente è posto in peggiore condizione che il reo; perché, se ambidue sieno applicati al tormento, il primo ha tutte le combinazioni contrarie, perché o confessa il delitto, ed è condannato, o è dichiarato innocente, ed ha sofferto una pena indebita; ma il reo ha un caso favorevole per sé, cioè quando, resistendo alla tortura con fermezza, deve essere assoluto come innocente; ha cambiato una pena maggiore in una minore. Dunque l'innocente non può che perdere e il colpevole può guadagnare.”[4]

La tortura , per Beccaria, era quell’orrenda pratica con la quale si sottoponeva il presunto colpevole a parlare; ma se il compito della giustizia era di punire chi commette ingiustizia, la tortura fa l’esatto opposto perché colpiva tanto i criminali quanto gli innocenti, cercando di costringerli con la forza ad ammettere atti da loro non compiuti; e poi sotto tortura anche un innocente avrebbe confessato reati che non ha commesso pur di porre fine al supplizio.

“Ogni distinzione sia negli onori sia nelle ricchezze perché sia legittima suppone un'anteriore uguaglianza fondata sulle leggi, che considerano tutti i sudditi come egualmente dipendenti da esse. Si deve supporre che gli uomini che hanno rinunziato al naturale loro dispotismo abbiano detto: chi sarà piú industrioso abbia maggiori onori, e la fama di lui risplenda ne' suoi successori; ma chi è piú felice o piú onorato speri di piú, ma non tema meno degli altri di violare quei patti coi quali è sopra gli altri sollevato.”[5]

La pena, secondo il filosofo, aveva due funzioni: la prima era quella di correggere il criminale per riportarlo sulla retta via, mentre la seconda era quella di garantire alla società la sicurezza. La risoluzione del tutto stava nello Stato forte e autoritario che imponeva pene miti, ma garantiva la loro applicazione. Beccaria propose inoltre delle punizioni che non sarebbero state vendette, ma risarcimenti, tanto del singolo verso la collettività quanto di questa verso il criminale: le pene pertanto dovevano essere socialmente utili.

Beccaria concluse la sua opera con le seguenti parole:

“Da quanto si è veduto finora può cavarsi un teorema generale molto utile, ma poco conforme all'uso, legislatore il piú ordinario delle nazioni, cioè: perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev'essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a' delitti, dettata dalle leggi.”[6]


PIETRO VERRI


Pietro Verri nacque a Milano nel 1728 in una famiglia nobile e importante. Frequentò diverse scuole, intraprese la carriera di magistrato e partecipò attivamente alla famosa accademia dei “Trasformati”. Fu, come Beccarla, filosofo ed economista. Viaggiò parecchio ma poi, tornato nella sua città natale, fondò, nel 1761 insieme al fratello Alessandro, l’Accademia dei Pugni, chiamata così per enfatizzare l’idea dello spirito aggressivo e spregiudicato che caratterizzava la sua personalità. Nello stesso anno fondò anche la rivista “Il Caffè”, che rimase in attività fino al 1766. Collaboratore e sostenitore della rivista fu Cesare Beccarla, che insieme ai due fratelli contribuì a rendere Milano il centro più importante dell’Illuminismo italiano.  Morì nel 1797. La sua opera principale fu “Osservazioni sulla tortura”.


OSSERVAZIONI SULLA TORTURA


Il saggio “Osservazioni sulla tortura” venne scritto tra il 1770 e il 1777, ma fu pubblicato solo nel 1804 - postumo e per volontà dell’autore stesso – per sostenere una battaglia di grande civiltà: l’abolizione della tortura. La tesi centrale del saggio è che il ricorso ai tormenti, tanto quelli fisici, quanto quelli morali, non solo è ingiusto e disumano, bensì anche inutile. Dei sedici moduli in cui è divisa l’operetta, i primi otto narrano l’atroce caso giudiziario. I progressi della scienza, osservò Verri, hanno dimostrato che quella delle unzioni era una comoda trovata dei magistrati per soddisfare l’opinione pubblica, offrendole in pasto dei colpevoli, mentre la responsabilità principale dell’epidemia andava riconosciuta nell’incapacità dello Stato a farvi fronte, oltre che nell’ignoranza imperversante in quei tempi. Attraverso l’esame degli atti processuali che vengono puntigliosamente ricostruiti, Verri giunse a stabilire la parte fondamentale assunta dalla tortura nell’accertamento della consapevolezza dei due malcapitati “untori”. La seconda parte delle Osservazioni sulla tortura è una serrata arringa contro l’uso della tortura: l’autore negò che la si potesse considerare un mezzo per raggiungere la verità, dimostrò che il suo utilizzo nei processi era in realtà un segno di debolezza della macchina giudiziaria, e risponse alle obiezioni correnti, che ne volevano mantenere la pratica, in nome dell’autorità dei criminalisti classici.

Ma i sostenitori della tortura [] peccano con una falsa supposizione. Suppongono che i tormenti sieno un mezzo da sapere la verità: il che è appunto lo stato della questione. Converrebbe loro il dimostrare che questo sia un mezzo di avere la verità, e dopo ciò il ragionamento sarebbe appoggiato. Ma come lo proveranno? Io credo per lo contrario facile il provare le seguenti proposizioni: 1° Che i tormenti non sono un mezzo di scoprire la verità. 2° Che la legge e la pratica stessa criminale non considerano i tormenti come un mezzo di scoprire la verità. 3° Che quand'anche poi in tal metodo fosse conducente alla scoperta della verità, sarebbe intrinsecamente ingiusto.



Per conoscere che i tormenti non sono un mezzo per iscoprire la verità comincerò dal fatto. Ogni criminalista, per poco che abbia esercitato questo disgraziato metodo, mi assicurerà che non di rado accade, che de' rei robusti e determinati soffrano tormenti senza mai aprir bocca, decisi a morire di spasimo piuttosto che accusare sé medesimi. In questi casi, che non sono né rari né immaginati, il tormento è inutile a scoprire la verità. Molte altre volte il tormentato si confessa reo del delitto.

[] Gli autori sono pieni di esempi di altri infelici, che per forza di spasimo accusarono se stessi di un delitto, del quale erano innocenti.

[] Il fatto dunque ci convince che i tormenti non sono un mezzo per rintracciare la verità, perché alcune volte niente producono, altre volte producono la menzogna.

Al fatto poi decisamente corrisponde la ragione. Qual è il sentimento che nasce nell'uomo allorquando soffre un dolore? Questo sentimento è il desiderio che il dolore cessi. Piú sarà violento lo strazio, tanto piú sarà violento il desiderio e l'impazienza di essere al fine. Qual è il mezzo col quale un uomo torturato può accelerare il termine allo spasimo? Coll'asserirsi reo del delitto su di cui viene ricercato.”[7]


Nessuna giustificazione, concluse Verri, poteva valere contro la ragione, che riconosceva nella tortura uno strumento per dichiarare assolto il colpevole e per condannare invece il debole innocente.

Il saggio di Verri rivela una possente attualità: fa riflettere lo stile sereno dell’autore che non si lascia mai andare ad alcuna invettiva contro la magistratura, di cui vuole rafforzarne il senso di umanità.

Ancora oggi, di fronte a tanti Stati che ammettono la pena di morte, appassiona l’accorato appello finale di Verri contro la tortura “che non è un mezzo per aver la verità, né per tale la considerano le leggi; che è intrinsecamente ingiusta; che le nazioni conosciute dell’antichità non la praticarono; che i più vulnerabili scrittori la detestarono; che si è introdotta illegalmente nei secoli della passata barbarie e che finalmente oggigiorno le nazioni l’hanno abolita e la vanno abolendo senza inconveniente alcuno.” [8]


CONFRONTO


In Beccaria e in Verri emerse l’esigenza di una nuova concezione della pena e di un generale rinnovamento civile. Entrambi gli autori nelle loro opere affrontarono il tema della tortura affermandone l’ingiustizia e l’inutilità. Lo scopo che si propose Verri era quello di abolire la tortura stessa. Quello della giustizia era un problema molto sentito nell’età dei Lumi, infatti se ne occupò anche Beccaria dimostrando che tortura e pena di morte sono due pratiche barbariche che si oppongono totalmente ai dettami della ragione intesa come guida della condotta umana. Verri dimostrò inoltre su quali assurdi principi si fondasse la pratica della tortura a fini giudiziari e inoltre mise in luce l’inaffidabilità del sistema giudiziario attraverso cui si perveniva alla condanna. L’obiettivo di Beccaria era di scuotere le coscienze, di accendere i lumi della ragione e di lottare contro l’ingiustizia penale. Questi autori vanno letti in stretta relazione con il contesto politiconi cui vivevano perché è a quello che facevano riferimento.




Ceschini Elena



Mich Mara



Ruggieri Elisa



Zanon Marta



“Noi riteniamo come indubitabili queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali, che sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, per esempio di vita, libertà e propensione alla felicità.” Thomas Jefferson, Declaration of Independence, 1776

“L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso [ . ] Abbi il coraggio di servirti della tua propria ragione! E’ questo il motto dell’Illuminismo.” Immanuel Kant

C. Beccaria, Dei delitti e delle pene,  modulo XXVIII, Della pena di morte, 1764

C. Beccaria, Dei delitti e delle pene,  modulo XVI, Della tortura, 1764

C. Beccaria, Dei delitti e delle pene,  modulo XXI, Pene dei nobili, 1764

C. Beccaria, Dei delitti e delle pene,  modulo XLVII, Conclusione, 1764

P.Verri, Osservazioni sulla tortura, modulo IX Se la tortura sia un mezzo per conoscere la verità, 1804

P.Verri, Osservazioni sulla tortura, modulo XIV Opinione d'alcuni rispettabili scrittori intorno la tortura ed usi odierni di alcuni stati, 1804






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