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NON CHIEDERCI LA PAROLA

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NON CHIEDERCI LA  PAROLA

Nel 1920 l’italia era in pieno regime fascista. Parlando a nome di tutti i poeti parla della sua generazione si rivolge direttamente ai lettori, Montale dichiara che la poesia non può dare risposte definitive capaci di tradurre in ordine il caos informe dell’animo umano e del mondo. Il poeta non può comunicare certezze ne offrire messaggi consolatori può solo esprimere il rifiuto dell’esistente e dare un’immagine negativa dell’uomo e della realtà.

Montale è il più importante poeta del 900 nato nel 1896 e morto a milano nel 1981.

In ambito culturale la ura dominante del fine 800 e primo 900 è stata quella di Gabriele d’annunzio, il poeta vate, cioè sacerdote e ideologo, che nei suoi romanzi aveva esaltato il super uomo e celebrato nell’nazionalismo bellicoso e autoritario, alimentando i sogni di gloria della piccola borghesia irrequieta e scontenta della propria situazione e suscitando anche la reazione degli intellettuali d’avanguardia come i crepuscolari e i futuristi. In questo contesto contrassegnato sul piano letterario dal ritorno a forme espressive più tradizionali che rifiutavano la rivoluzione estrema dei futuristi, si colloca la prima produzione che, pur non contendendo una polemica diretta contro il fascismo, esprime un chiaro rifiuto di certi atteggiamenti introdotti dal regime e, più in generale delinea una ura di poeta contrapposta al modello d’annunziano. Sin dal titolo, la raccolta ossi di seppia denuncia l’esigenza di restituire una spina dorsale alla lingua italiana disossata dalla azione del dannunzianesimo e di tutta una tradizione letteraria attenta alla vuota sonorità della parola. Montale intende puntare ad una estrema precisione dei termini riducendoli all’osso, anche al costo di annullarne ogni musicalità e gradevolezza. Montale vuole scendere al cuore delle cose, presentarle per quelle che sono, facendo emergere il male di vivere. Egli può solo dire ciò che il mondo non è e prendere atto di questa negatività. Per esprimere le sue riflessioni non si serve di un linguaggio astratto ma rende concrete le idee. Questa tecnica che impara da eliot prende il nome di correlativo oggettivo e consiste nell’esprime uno stato d’animo o un concetto attraverso degli oggetti definiti con precisione. La sua poesia ha spesso l’andamento di un colloquio che egli intreccia con un lettore. La prima e terza strofa = impossibilità del poeta di comunicare certezza, messaggi rassicuranti. Nella seconda presenta, in antitesi con l’io lirico, la ura di un uomo sicuro di se. È evidente che intende contrapporsi alla poesia trionfalistica di Gabriele d’annunzio. Su questo sfondo il duro messaggio della lirica, era un invito diretto, alla resistenza, a una opposizione intellettuale, prima ancora che politica. Un particolare rilievo assumono gli ultimi due versi in cui egli ha evidenziato la negazione per far comprendere che in quel particolare momento la poesia poteva comunicare solo una mancanza un rifiuto dell’esistente, ed esprimere la condizione dell’uomo in negativo. Le parole chiave si contrappongono in quelle di certezza-sicurezza e quelle in negazione. Il croco e la formula sono correlativi oggettivi della verità in vano cercata. Il ramo e la storta sillaba e secca sono correlativi oggettivi dell’impossibilità della poesia di comunicare certezze. La condizione oscura e angosciosa in cui vive l’uomo è rafurata dalle immagini del polveroso prato, dello scalcinato muro e dell’ ombra. Quest’ultima poi si può considerare in un certo senso il doppio dell’uomo che avanza sicuro: rappresenta infatti il groviglio interiore, la parte oscura e indecifrabile che ogni individuo porta con sé. Anche l’uomo che se ne va sicuro è dunque scisso e lacerato ì, è uomo e ombra al tempo stesso. Ma a differenza del poeta vive ad occhi aperti la sua condizione, la sua sicurezza dunque si rivela del tutto inconsistente. Il croco e il ramo sono ancora correlativi oggettivi di due modi opposti di intendere la poesia: da una parte la parola poetica luminosa e consolatoria, dall’altra la poesia dell’oggi, arida, secca ridotta all’osso, ma capace di scuotere gli animi e di far prendere coscienza all’uomo della sua reale condizione.



La lirica si apre con un imperativo negativo. La sintassi è semplice, scandita da periodi che coincidono con le strofe e sono essenziali, rigorosi, incisivi come sentenze. Il tema della negatività viene espresso sul piano tematico e su quello sintattico-lessicale e a livello di suoni duri e aspri. Anche a livello metrico montale evita la regolarità e l’armonia. Diversa dalle altre è la rima amico-canicola, ottenuta con l’incontro fra una parola piana e una sdruciola che limita la corrispondenza dei suoni.







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